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Russia – Ucraina: a che punto siamo nel Donbass?

Il progetto quasi terminato del ponte sullo stretto di Kerch, un nuovo inviato speciale statunitense per gli affari ucraini, i piani del Cremlino per il Donbass anche in vista delle prossime elezioni presidenziali. Un rapido sguardo agli ultimi sviluppi della crisi ucraina

UNA CRISI A UN PUNTO MORTO – Siamo ormai prossimi a raggiungere il quarto anno di crisi profonda tra Russia e Ucraina. Rispetto all’inizio delle ostilità sono cambiate alcune delle amministrazioni dei Paesi più o meno coinvolti nello scenario. La Francia – membro del “Gruppo Normandia” – ha visto avvicendarsi all’Eliseo Hollande con Macron, il nuovo inquilino della Casa Bianca è diventato Donald Trump, in Germania è stata riconfermata a fatica Angela Merkel, in Russia e in Ucraina sono previste elezioni che decideranno il nuovo (o il vecchio) capo di Stato nei prossimi due anni. Cambiano alcuni interpreti, altri restano, ma lo scenario nel Donbass e più in generale nelle relazioni tra Ucraina e Russia resta sommariamente lo stesso. Ci si stupirebbe di questo se non si fosse a conoscenza di quello che la Russia ricerca in questa crisi. La continuità territoriale tra Russia e Crimea, annettendo le repubbliche separatiste di Lugansk e di Donetsk o rendendole indipendenti, è ormai un sogno riposto nel cassetto al Cremlino.

Fig. 1 – Lavori in corso sullo stretto di Kerch. Il ponte che collegherà la Crimea alla Russia sarà un collegamento sia stradale che ferroviario

In parte perché Mosca non ha riscontrato in Ucraina il forte sentimento di restaurare il Russkiy Mir – Mondo Russo – che invece si aspettava, in altra parte perché il progetto del Ponte di Kerch, che collegherà la Crimea con la penisola russa di Taman (nella regione di Krasnodar), è ormai prossimo alla conclusione. Quello che quindi ora ricerca maggiormente la Russia in Ucraina è il potere politico e per raggiungerlo sembra che a Mosca siano anche disposti a lasciare la presa sulle repubbliche separatiste. Obiettivo però che al momento non sembra molto alla portata del Cremlino, almeno finché non si riuscirà a intavolare una discussione seria tra gli attori maggiormente coinvolti nel conflitto. Discussione soggetta da parte occidentale a una chiara retromarcia della Russia in Ucraina. L’intervento russo in Crimea e l’aiuto prestato alle repubbliche separatiste, ormai neanche più velato, potrebbero quindi essere stati un clamoroso autogol per Mosca. Infatti in questi tre anni di conflitto l’unico attore ad aver assunto consapevolezza e sopratutto ad aver riscontrato l’appoggio continuo dei propri alleati è proprio l’Ucraina di Poroshenko, sostenuta dalla comunità internazionale e sopratutto dagli USA.

WASHINGTON E KIEV – In questi anni di conflitto Washington non ha mai smesso di far sentire la sua vicinanza a Kiev. A maggio è stata istituita “ad hoc” la figura dell’inviato speciale per l’Ucraina del Dipartimento di Stato e la nomina è ricaduta su Kurt Volker, ex Ambasciatore statunitense alla NATO durante l’amministrazione Bush e nei primi mesi del primo mandato di Obama. Volker è inoltre molto vicino al senatore John McCain, essendo direttore esecutivo del McCain Institute for International Leadership all’Arizona University. Il senatore McCain in questi anni è stato tra i più strenui “difensori” dell’Ucraina e ha più volte a rimarcato quanto gli Stati Uniti debbano essere intransigenti in questa complicata vicenda, tanto da essere considerato “l’avvocato di Kiev al Congresso”. In passato, durante l’amministrazione Obama, era stata Victoria Nuland, assistente del Segretario di Stato per gli affari europei e eurasiatici, a tenere in mano le redini della strategia americana nella crisi. L’istituzione di una figura speciale per gli affari ucraini sottolinea ulteriormente quanto gli Stati Uniti siano determinati a raggiungere una risoluzione a loro favorevole del conflitto. Altro avvenimento importante e che non deve essere sottovalutato è la dichiarazione del Ministro della Difesa Jim Mattis, che ha affermato che Washington non ha del tutto rinunciato all’idea di dotare l’esercito ucraino di armi letali difensive. Questo però potrebbe essere un grave errore per la Casa Bianca. Nonostante la volontà di vendere questa tipologia di armi a Kiev dimostrerebbe alla controparte russa che la nuova amministrazione Trump non sta prendendo alla leggera il problema ucraino, questa mossa ha infatti due potenziali controindicazioni che non vanno sottovalutate.

Fig. 2 – Kurt Volker, il nuovo inviato speciale per l’Ucraina del Dipartimento di Stato.

Innanzitutto la fornitura di armi si incentrerebbe soprattutto sul dotare l’esercito ucraino di missili anticarro di categoria Javelin, armi non del tutto adeguate per il particolare contesto del conflitto nel Donbass. La maggior parte delle perdite tra le file dell’esercito ucraino nella regione sono infatti dovute a colpi di artiglieria o a scambi tra armi leggere avvenuti lungo le trincee tra i due schieramenti. Non ci sono significative operazioni con mezzi corazzati da mesi. Verrebbe quindi da chiedersi se non sia meglio fornire un tipo di aiuto più utile a quelle che sono le esigenze reali sul campo. Si potrebbe comunque giustificare la vendita di questa tipologia di armi a scopo puramente dissuasivo e di deterrente, ma questa obiezione ci porta dritti alla seconda controindicazione. Siamo sicuri che una vendita simile di armi non possa provocare una forte escalation da parte russa o da parte delle repubbliche separatiste, suscitando quindi l’effetto contrario rispetto a quello perseguito? Interrogato su questa evenienza, il Presidente russo Vladimir Putin ha affermato che l’Ucraina è un Paese dotato di piena sovranità e che sta nel suo diritto acquistare o meno armi da altri Paesi. Ma ha anche aggiunto che Kiev dovrebbe sempre considerare l’eventuale risposta delle repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk a tale iniziativa. Una risposta che per Mosca sarebbe incontrollabile.

IL PIANO DEL CREMLINO PER IL DONBASS La situazione odierna nel Donbass, se non fosse per la strenua opposizione che ha suscitato nella comunità internazionale (UE e USA su tutti), potrebbe essere facilmente paragonabile ad altre vicende che videro la Russia coinvolta in Moldavia e in Georgia nel decennio scorso. Sembra che il Cremlino viaggi infatti spedito verso un congelamento del conflitto che permetterebbe il conseguimento di un duplice risultato. Continuare innanzitutto l’opera di russificazione della Crimea, in cui sempre più molti familiari dei soldati russi inviati sul posto si stanno trasferendo. Il secondo obiettivo invece ce lo riporta una fonte anonima vicina al Cremlino e rilanciata dalla testata russa Interfax. Sembra infatti che a Mosca si stia vagliando l’idea di sostituire i due capi di Stato delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk – Zakharchenko e Plotnitsky – con dei leader che sarebbero eletti tramite “libere elezioni”. Insomma, due nuovi leader che non abbiano le mani “macchiate di sangue” come i due ora in carica e che possano essere fatti passare per una “limpida espressione” della volontà popolare.

fig. 3 – Cerimonia pubblica per il terzo anniversario dell’annessione della Crimea alla Russia nel marzo 2017. Presenti all’evento (da sinistra a destra): il Presidente del Consiglio di Stato crimeano Vladimir Konstantinov, il Presidente della Repubblica popolare di Lugansk Igor Plotnitsky,il Presidente della Repubblica russa di Crimea Sergei Aksyonov, il membro della Commissione difesa e sicurezza della Federazione Russa Olga Kovitidi e il Presidente della Repubblica popolare di Donetsk Alexander Zakharchenko

In questo modo la Russia adempirebbe all’opera di pacificazione di una parte del conflitto e costringerebbe quindi l’Ucraina a dovere applicare la parte politica degli accordi di Minsk II, ovvero dotare di notevole autonomia le riottose repubbliche separatiste. Sembrerebbe inoltre che Putin sia disposto addirittura a concedere l’invio di un contingente di osservatori OSCE, all’interno delle repubbliche e non solo sulla linea del fronte, per dimostrare la bontà e la genuinità delle elezioni programmate. Non sappiamo però quanto la comunità internazionale sia disposta a “mangiare la foglia”, sopratutto alla luce del fatto che i due candidati di cui si mormora, Oleksandr Bobkov per il Donetsk e Vasyl Volga per il Lugansk, sarebbero comunque dei burattini nelle mani del Cremlino. Va però anche considerato che figure come la Merkel e Macron potrebbero beneficiare molto da questa situazione, ponendo il “nuovo corso pacifico” nel Donbass come un loro successo personale e sganciandosi da una crisi sempre più scomoda per loro. Alla luce di questa situazione si potrebbe infine ipotizzare che gli unici attori che abbiano interesse nel far naufragare i fragili accordi di Minsk II siano proprio i leader delle suddette repubbliche, che rischiano di essere messi da parte dal pragmatismo moscovita, e il Governo ucraino che presto o tardi potrebbe ritrovarsi con le spalle al muro. C’è infine da tenere conto di un’ultima questione. A marzo sono in programma le elezioni presidenziali russe. Un risultato negativo – una vittoria di Putin senza derive plebiscitarie – potrebbe influire sul corso di pace ucraino? O il Presidente russo tenterà un ulteriore colpo di mano diplomatico per presentarsi ancora più forte a questo appuntamento?

Valerio Mazzoni

Un chicco in più

Le elezioni presidenziali russe si terranno il 18 marzo 2018, anniversario dell’annessione della Crimea. Secondo un sondaggio del Centro universitario di studi sull’opinione pubblica russa (VTSIOM), solo il 17% dei russi è pronto ad accettare un’annessione delle repubbliche di Donetsk e Lugansk alla Russia. Un altro 25% è invece pronto a riconoscerle come Stati indipendenti (nel 2014 questo dato era al 12%). Inoltre il 61% degli intervistati crede che la Russia dovrebbe aiutare ulteriormente i militanti nel Donbass e circa l’81% sostiene l’invio di nuovi convogli umanitari nella regione. I dati confermano il forte attaccamento dei russi alla causa del Donbass.

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