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L’agenda iraniana in Afghanistan: intervista a Emanuele Giordana

Tra talebani e opportunismo politico, per risolvere il puzzle afgano coinvolgere Teheran rimane indispensabile. Per comprendere meglio quanto sta avvenendo in Afghanistan abbiamo intervistato Emanuele Giordana, giornalista esperto dell’area in questione

Per lingua, storia, comunanze etniche e prossimità geografica, l’Iran non può che guardare con grande attenzione agli sviluppi politici e militari a Kabul e dintorni. Sin dagli anni novanta, l’ascesa al potere dei talebani ha creato non poche preoccupazioni per Teheran, che si è vista minacciata da un regime con un programma dichiaratamente anti-sciita. La brutale esecuzione di otto diplomatici iraniani nel consolato di Mazar-i-Sharif da parte di una branca delle forze talebane aveva persino rischiato di innescare una pericolosissima escalation militare con le forze iraniane pronte ad attaccare i talebani nelle loro roccaforti afgane. Il divario ideologico che separa Teheran dai talebani aveva creato le condizioni, nella seconda metà degli anni novanta, per un supporto attivo all’Alleanza del Nord contro il regime talebano e addirittura per una cooperazione dietro le quinte con il ‘Grande Satana’, gli USA, sempre in funzione anti-talebana. Tuttavia, già nel 2002, il fragile matrimonio di interessi tra Washington e Teheran in Afghanistan sembrava terminato, e la minaccia rappresentata dalla presenza di truppe statunitensi nel vicino oriente provocava i primi tentativi di riavvicinamento tra i comandanti talebani che operavano nell’Afghanistan occidentale. Più recentemente, le relazioni tra Iran ed i talebani si sono notevolmente espanse; secondo le ricostruzioni, il leader dei talebani Mullah Mansour stava tornando dall’Iran quando è stato ucciso da un drone USA. Ad inizio 2014, l’apertura a Mashhad, la capitale della provincia del Khorosan-e Razavi, di un ufficio politico dei talebani ha di fatto sancito e formalizzato la nuova partnership, dopo dieci anni in cui il poroso confine orientale iraniano ha favorito, con il benestare di Teheran, un costante afflusso di armi ai Talebani.

Sin dal 2015 ISIS è sempre più attivo nel territorio afgano. Teheran è stata direttamente colpita da ISIS e sembra incapace di instaurare con tale gruppo terroristico la stessa alleanza ‘tattica’ che aveva stabilito con Al-Qaeda. Pensa che l’ascesa di ISIS in Afghanistan stia costringendo l’Iran ad affidarsi sempre di più ai talebani per contenerne l’avanzata?

È da parecchi anni ormai che l’Iran intrattiene rapporti coi talebani: inizialmente solo con alcune frange, rifornite di armi ed esplosivi. In seguito anche a livello più ufficiale con un dialogo di cui il viaggio di Mansour dall’Iran (e sulla strada per Quetta ucciso) ne è stata la prova più evidente. L’alleanza è tattica ovviamente perché i talebani sono sunniti e, specie in passato, violentemente anti hazara, la comunità sciita afgana.

La strategia di Trump in Afghanistan, sebbene ancora poco chiara, sembra preveda un aumento delle truppe USA nel paese. Crede che una presenza più massiccia sul territorio, magari anche coordinata in ambito NATO, posso realmente cambiare l’inerzia del conflitto e indurre Teheran a ripensare la sua strategia?

L’alleanza coi talebani, più o meno diretta e più o meno segreta, è da vedersi in quest’ottica: ci attaccate? Ebbene scateneremo il caos nella retrovia afgana. Teheran è disturbata dal controllo Usa sulle basi aeree afgane da cui si può minacciare l’Iran. In più, Trump è violentemente anti iraniano. Teheran immagino che proseguirà ad agire come sta facendo: cercare di controllare parte della stampa afgana e mantenere buoni rapporti sia con Kabul sia con i talebani. Giocando su più tavoli.

Quella tra l’Iran e i talebani sembra la classica alleanza dettata più dalla presenza di nemici comuni alle due parti e da esigenze di breve/medio periodo che da interessi strategici condivisi. Infatti, la distanza ideologica tra la Repubblica Islamica ed i talebani rimane ampia e in nessun modo Teheran sembra disponibile a lasciare che la dottrina talebana metta piede all’interno dei suoi confini. Quando e a quali condizioni finirà tale convergenza tattica tra i due attori e l’Iran terminerà di sostenere un’organizzazione così profondamente lontana dalla sua identità nazionale?

Il giorno che si avviasse un sincero processo negoziale o che l’Iran smettesse di sentirsi minacciato, sarebbe un valido alleato contri i talebani, con cui Teheran non condivide assolutamente le posizioni teologiche e ideologiche e di cui ha anzi avuto timore. Per ora però,  Teheran trova più conveniente avere almeno una frangia dei talebani, se non dalla sua parte,  almeno parzialmente dipendenti dai suoi finanziamenti o della sua ospitalità. Teheran ha sempre fatto questo gioco che è per altro facilmente comprensibile e tanto durerà la guerra afgana, tanto durerà questa scelta iraniana.

Il conflitto in Afghanistan, il più lungo nella storia americana, è ormai al suo sedicesimo anno e non sembra che allo stato attuale ci siano le condizioni per una soluzione dello stesso nel breve periodo. Nonostante Pakistan ed Iran, due tra gli attori regionali più interessati alle vicissitudini di Kabul, si siano più volte dimostrati dei partner poco affidabili, crede che una risoluzione del conflitto possa prescindere dal coinvolgimento dei due attori regionali?

Sicuramente no, ma per quel che riguarda Teheran ritengo sia difficile superare quella miopia politica che ne osteggia il coinvolgimento. Temo invece che queste nuove strategie anti iraniane – dagli Usa ai Sauditi – non facciano altro che cercare di mettere Teheran nell’angolo. Miope ma anche pericoloso. Avere Teheran al tavolo della trattativa, anche solo come osservatore, sarebbe inoltre un ottimo contraltare per contenere Islamabad. La geopolitica del resto è un gioco di equilibri ma devono giocare tutti: se escludi qualcuno ti fai un nemico sicuro che cercherà continuamente di far saltare il tavolo…

La Russia è un altro attore che sembra interessato a frustrare l’impegno statunitense a stabilizzare il Paese e ha approfittato dei tentennamenti di Washington per rafforzare la propria influenza nel Paese. Come in Siria, anche in Iran si osserva un asse russo-iraniano che, oltre a dettare la linea in Medio Oriente, reclama anche un ruolo di primo piano in Asia centrale. Crede che ci siano le condizioni perché l’Afghanistan diventi una ‘nuova Siria’, con le varie potenze a sfidarsi nell’ennesima delle proxy war che destabilizzano attualmente la scena internazionale?

Le condizioni sono fortunatamente assai diverse: a parte l’Isis, in Afghanistan il “nemico” è uno solo, i talebani. È un fatto però che anche Mosca ha cominciato a parlare con loro e, qualcuno dice, a sostenerli. Mosca ha gli stessi timori di Teheran e dunque utilizza, pur se in forme diverse, tattiche simili. L’alleanza tra Teheran e Mosca è comunque anche questa un fatto e non da oggi. E se l’Afghanistan non è la Siria, certo gli interessi dei due Paesi sono convergenti e con l’obiettivo – comune anche ai talebani – di cacciare gli eserciti stranieri dal paese dell’Hindukush.

Le agende di Iran e Pakistan riguardo la questione afgana sono state spesso incompatibili. Islamabad ha sempre avuto come priorità quella di evitare che a Kabul venisse installato un governo a lei ostile, non esitando a fomentare l’instabilità nel Paese pur di raggiungere lo scopo. Viceversa, L’Iran vede la stabilizzazione dell’Afghanistan come un passo fondamentale per garantire la sicurezza dei propri confini, ed ha più volte accusato le autorità Pakistane di fornire supporto e rifugio ai vari gruppi terroristici della regione. Alla luce dei più recenti sviluppi, pensa che qualcosa possa cambiare nelle relazioni tra Teheran ed Islamabad, soprattutto per quanto riguarda il dossier afgano?

Tutti desiderano avere ai propri confini un governo stabile anche a costo che si tratti di un governo diverso dal suo per forma o ideologia. Il problema è se quel governo è ostile o no. In questo momento i rapporti tra Teheran e Islamabad sono assai meno tesi che in passato ed entrambi si accontenterebbero di un governo afgano che non fosse ostile. Per i pachistani l’Afghanistan è sempre stato un rovello, assai più che per Teheran, ma se avessero garanzie – garanzie serie che al momento non ci sono – sarebbero anche capaci di appoggiare l’attuale governo di Ghani. Il problema è che in questo momento Kabul ha un governo più che ostile verso il Pakistan e molto sbilanciato sull’India. Infine, Trump è stato durissimo con Islamabad ritenuta la sentina di ogni male. In queste condizioni la pace non solo si allontana ma diventa impossibile.

Ringraziamo Emanuele Giordana per la sua disponibilità.

Stefano Cabras

Un chicco in più

Emanuele Giordana è cofondatore e Direttore dell’Agenzia giornalistica «Lettera22», specializzata in politica estera, cooperazione internazionale e cultura, è direttore responsabile dell’Agenzia multimediale Amisnet. Già docente di cultura indonesiana all’IsMEO di Milano e direttore della rivista Quaderni asiatici, insegna attualmente scrittura giornalistica alla Scuola di giornalismo della Fondazione Basso (Roma) e tiene corsi all’Ispi (Milano) e in diverse università italiane nei master di cooperazione allo sviluppo e giornalismo. Ha scritto diversi saggi e articoli sull’Afghanistan tra cui “Afghanistan, il crocevia della guerra alle porte dell’Asia” (Editori Riuniti 2007 e; Diario da Kabul, Appunti da una città sulla linea del fronte (ObarraO 2010). Per i suoi reportage radiofonici dall’Afghanistan su Radio3 ha ricevuto nel 2008 il premio Antonio Russo e nel 2011 ha ritirato il Premio Terzani per la pace per Afgana, di cui è stato coideatore e portavoce dal 2007 al 2013. E’ con la principessa Soraya Malek responsabile della sezione “Afghanistan” del Festival del Corto dell’Isola d’Elba. Vive tra Roma e Kabul.

È membro del Comitato Scientifico del Caffè Geopolitico. 

Foto di copertina di Ricardo’s Photography (Thanks to all the fans!!!) Licenza: Attribution License