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Unità nella diversità: il dialogo tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa

Divergenze teologiche e politiche hanno diviso la Chiesa cattolica d’occidente e la Chiesa ortodossa d’oriente per secoli. Oggi entrambe sono però protagoniste di un importante cammino di riconciliazione, testimoniato anche dal recente viaggio diplomatico del cardinale Parolin a Mosca

UNA BREVE STORIA DEL DIALOGO INTER-RELIGIOSO TRA CATTOLICI E ORTODOSSI – Il Grande Scisma del 1054 vide la netta divisione tra la comunità cristiana cattolica e quella ortodossa, bloccando per lungo tempo ogni sorta di dialogo significativo tra le due parti. Lo “sblocco” arrivò soltanto dopo il Concilio Vaticano II e l’approvazione dei decreti conciliari Orientalium Ecclesiarium e Unitatis Redentigratio, che miravano a promuovere l’unità e la concordia tra entrambe le Chiese attraverso il dialogo e la comunione di preghiera. Nel 1964 la comunità internazionale fu anche testimone dello storico incontro tra il patriarca Atenagora I e papa Paolo VI, tenutosi a Gerusalemme per inaugurare una nuova stagione di riconciliazione. Un anno più tardi il papa fu poi protagonista insieme al patriarca di una dichiarazione congiunta che annullava le reciproche scomuniche, dichiarando che esse erano dirette verso le persone e non le istituzioni ecclesiastiche. Pur non sufficienti per superare secoli di contrasti e divisioni, tali sforzi diplomatici furono molto apprezzati e sembrarono prospettare una nuova e intensa fase di dialogo interreligioso tra le due chiese. Questa fase iniziò sostanzialmente nel 1978, quando papa Giovanni Paolo II fece capire a chiare lettere che le relazioni bilaterali con la Chiesa ortodossa sarebbero state uno dei temi più importanti del suo pontificato. Ad appena un anno dalla sua elezione Wojtyla visitò infatti il patriarca Dimitrios I presso il Fanar (la Santa Sede ortodossa) nel novembre del 1979 e l’incontro vide la nascita della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa.

Fig. 1 – Incontro tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin a Sochi, 23 agosto 2017 

L’impegno di riconciliazione di Giovanni Paolo II venne ulteriormente confermato in occasione della sua visita a Parigi del 1980, dove il Potenfice espresse l’idea dell’essenza dell’essere cristiano con la famosa metafora dei “due polmoni”: ” non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici con un solo polmone. Bisogna avere due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale”. Nel 1995 il pontefice compì un altro passo avanti con l’enciclica Ut unum sint dove riconosceva come il ministero petrino rappresentasse una difficoltà per la maggior parte delle altre comunità cristiane sorelle, soprattutto per via del potere giurisdizionale esercitato dal Vescovo di Roma in quanto detentore delle chiavi di Pietro. Nel documento Wojtyla espresse sincero rammarico per il “disagio” provocato da tale situazione, riconoscendo il peso delle divisioni passate e chiedendo l’aiuto della comunità ortodossa per instaurare una riflessione comune, un dialogo fraterno e paziente nel quale riconoscersi e ricongiungersi. Nella sua lunga riflessione sul tema, pur ribadendo l’importanza centrale del ministero petrino come riconosciuto dal Codex Iuris Canonici per il perfetto compimento dell’unità tra i cristiani, il papa affermò anche che il Vescovo di Roma deve “trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova” ovvero si adatti alle nuove sfide ecumeniche che la globalizzazione impone. Su queste basi il dialogo tra cattolici e ortodossi continuò sotto la guida di papa Benedetto XVI: nel 2006 Ratzinger firmò infatti un’importante dichiarazione congiunta con il patriarca Bartolomeo I che confermava il cammino di dialogo ecumenico intrapreso, ribadendo la necessità di unità. L’elezione papale di Francesco ha visto poi una Chiesa cristiana in movimento verso un profondo rinnovamento, dove l’unità passa attraverso la diversità e dove la concezione ecclesiologica, separata dal primatismo cristiano occidentale, promuove rapporti più orizzontali sia con gli altri credo religiosi che con la Chiesa ortodossa.

LA DIPLOMAZIA ECUMENICA DELLA CHIESA DI PAPA FRANCESCO – Il neo-mandato pontificio di Francesco è caratterizzato da un forte percorso ecumenico, spiegato in dettaglio nell’enciclica Evangelii Gaudium, dove la Chiesa cattolica deve arginare le strutture “caduche”, studiando i segni dei tempi e adattandosi ai cambiamenti che essi portano con sé, affinché si possa sviluppare una trasformazione missionaria della Chiesa. Si tratta sostanzialmente di un vero e proprio processo di rinnovamento: un’istituzione che realmente arrivi a tutti senza eccezioni, che crei ponti laddove non vi sono o sono stati interrotti, concentrandosi sull’essenziale, semplificando la parola senza perdere profondità e verità. Ispirata da questo obiettivo, la diplomazia della Chiesa è dunque una diplomazia improntata sulla pace: non persegue interessi di tipo politico o economico, non chiede favori o impone diktat ai grandi della terra, ma – fedele alle parole del papa – esorta l’uomo a sviluppare una nuova consapevolezza del territorio e dello spazio circostante dove coltivare l’unità attraverso la diversità, seguendo l’esempio geometrico del “poliedro“. All’interno di quest’ultimo sono infatti presenti tante parzialità (differenze) che però non compromettono mai l’unità finale della figura. La visione ecumenica e umana di Francesco e della sua chiesa si traduce in concreto nella ricerca di positivi rapporti bilaterali non solo con le istituzioni ecclesiastiche ortodosse ma anche con la Russia di Vladimir Putin, principale potenza ortodossa sullo scacchiere internazionale. Per la Santa Sede, la Russia ha infatti una grande responsabilità nei confronti della pace e della comunità internazionale sia per la sua peculiare posizione geografica che per il suo grande retaggio storico-culturale.

Fig. 2 – Il cardinale Parolin insieme al Ministro degli Esteri russo Lavrov, 22 agosto 2017

LAVORI IN CORSO TRA EST E OVEST – A fine agosto il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin è volato a Mosca per un importante viaggio diplomatico all’insegna del rafforzamento delle relazioni bilaterali russo-vaticane. Ne è convinto anche l’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Alexander Avdeev, che ha confermato il valore e l’impatto positivo del dialogo tra i due Stati sia negli affari internazionali che bilaterali, grazie alla fiducia reciproca rafforzata ulteriormente dopo lo storico incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill a Cuba lo scorso anno. Dunque un viaggio all’insegna dell’ascolto e del dialogo, quello di Parolin, volto a perseguire la volontà di costruire e superare le difficoltà passate. Il fitto programma ha impegnato il cardinale insieme al suo omologo Hilarion, il Presidente Putin, il Ministro degli Esteri Lavrov e il patriarca Kirill in un’attenta disamina dei principali dossier internazionali. I lavori sono iniziati con una tavola rotonda ecumenica che ha trattato la delicata situazione dei cristiani e delle minoranze etniche in Medio Oriente, viste come un fondamentale patrimonio antropologico e culturale della regione. Su questo tema vi è stata una generale convergenza di fondo, come dichiarato da Hilarion al termine dell’incontro con il porporato cattolico: i cristiani perseguitati nel quadro mediorientale sono in maggioranza ortodossi e il papa capisce che deve rispettare la linea di comportamento della Chiesa ortodossa sull’argomento, anche quando il patriarcato adotta prese di posizione nette che mirano a proteggere le minoranze presenti nei Paesi dell’area e a promuovere un’efficace lotta a ISIS per liberare i territori ancora sotto il suo controllo. Per quanto riguarda la  situazione in Siria, sia la Santa Sede che il Cremlino sono concordi nel promuovere la formula dei negoziati e del dialogo, favorendo una risoluzione dell’emergenza umanitaria, ulteriormente aggravata dalle azioni dei militanti ISIS. La convergenza sui conflitti in Ucraina sembra invece essere più difficile da trovare perché vi sono diverse questioni politico-religiose interne che inaspriscono le relazioni tra cattolici e ortodossi, come testimoniato ad esempio dalla recente discussione alla Verkhovna Rada (il Parlamento ucraino) di una legge per espropriare e discriminare le chiese della Chiesa ortodossa. Su tale argomento la Santa Sede ha comunque espresso tutto il suo appoggio al patriarca Kirill. Per quanto riguarda gli aspetti prettamente geopolitici, Parolin ha ribadito la ferma necessità di promuovere processi di pace duraturi nel Donbass, di adempiere fedelmente agli accordi di Minsk (fine dei combattimenti nella regione, ritiro di tutte le armi pesanti e l’introduzione di una nuova Costituzione entro la fine del 2025, ridefinizione dello status giuridico delle repubbliche separatiste) e di ridimensionare eventualmente l’intenso programma di militarizzazione della Crimea, una decisione che potrebbe, tra le altre cose, alleggerire o interrompere le sanzioni occidentali nei confronti di Mosca. Il viaggio diplomatico di Parolin è terminato a Sochi con un incontro con il Presidente Putin, il quale ha confermato gli impegni presi per rafforzare ulteriormente le relazioni bilaterali nel pieno rispetto dei valori umani universali, come affermato dallo stesso Putin durante la conferenza stampa di chiusura dei lavori. La collaborazione a tutto tondo e la condivisione di importanti idee-principio, come ad esempio la critica alla globalizzazione intesa come dominio unilaterale occidentale (e americano), permette a papa Bergoglio, nelle veci del suo fidato porporato, di continuare a sviluppare un rapporto costruttivo sia con il Presidente Putin che con il patriarca Kirill e il metropolita Hilarion. Il cammino di riconciliazione tra le due Chiese è certamente ancora lungo ma fintanto che le parti sono disponibili a collaborare e dialogare, l’ipotesi di una visita ufficiale del pontefice a Mosca appare abbastanza probabile, anche se non in tempi brevi.

Sara Barchi

Un chicco in più

La Chiesa cattolica d’occidente e quella ortodossa d’oriente si sono divise nel 1054 quando il Papa, in quanto Vescovo di Roma e detentore del primato petrino su tutta la Chiesa, reclamò potere giurisdizionale sui quattro patriarcati orientali di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Questi, al contrario, gli riconoscevano solo un primato onorario ovvero un’autorità effettiva solo sui cristiani d’occidente. La seconda motivazione che portò allo Scisma fu la concezione del filioque nel Credo niceno (la Chiesa orientale non riconosce l’unità una e trina dello Spirito Santo, come avviene per quella occidentale, ma considera la doppia paternità dello Spirito Santo). Pertanto la Chiesa si divise dottrinalmente, teologicamente, linguisticamente, politicamente e geograficamente.

Foto di copertina di Koshyk Licenza: Attribution License