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Venezuela, Maduro aggancia il bolivar allo yuan

Il Presidente ha annunciato che aggancerà il bolivar venezuelano ad un paniere di valute “anti – imperialiste”, su tutte lo yuan cinese. In questo modo cerca di superare l’isolamento politico internazionale

BOLIVAR E PETROLIO – Durante l’ultima sessione della tanto discussa Costituente, giovedì scorso, il presidente Maduro ha annunciato il varo di una nuova politica monetaria. Per contrastare le sanzioni occidentali, imposte da Trump, il Venezuela inizierà a vendere petrolio, gas, oro e tutto ciò che esporta (poco altro, a dire il vero) in monete diverse dal dollaro di Washington. Si appoggerà ad un paniere di valute estere, tra le quali principalmente lo yuan cinese, lo yen, il rublo e la rupia indiana e (ma in misura minore) l’euro.
La mossa nasce dal fatto che il sistema di sanzioni “imperialiste” imposte al Venezuela (l’ultima tranche è del 25 agosto) impedisce di onorare con moneta americana i titoli del debito pubblico di Caracas e i bond della PDVSA, la petrolifera di Stato. Diventerà quindi sempre più difficile usare valute occidentali in tutto lo stato bolivariano, facendo in questo modo crescere la borsa nera. Anche il “Sistema de Divisas de Tipo de Cambio Complementario Flotante de Mercado (Dicom)” opererà, a partire dalla settimana prossima, sulla base di tale paniere.
Ma mentre yen e rublo sono valute già internazionalmente piuttosto stabili, colpisce la virata così decisa verso il mondo cinese. Lo yuan è entrato a far parte dall’ottobre 2015 del paniere di calcolo degli Special Drawing Rights, l’unità di conto del Fondo Monetario Internazionale, sintomo dell’apprezzamento delle più alte istituzioni finanziarie mondiali alla crescita economica cinese.

Fig. 1 – Alcuni supporters del Governo durante una recente manifestazione a Caracas

LE OTTO MISURE DI MADURO – Il presidente, che ha presentato nella stessa sessione altre sette proposte di legge tese ad incidere sull’andamento dei prezzi, quali un nuovo sistema di fissazione dei prezzi per 50 prodotti primari, un nuovo regime fiscale per lo sfruttamento dei giacimenti minerari nell’area dell’Orinoco e un piano per mantenere attrattivi gli investimenti stranieri nel Venezuela, ha anche deciso l’ennesimo aumento del salario minimo del 40%. Misura comunque destinata a non incidere sui consumi interni. Ma l’obiettivo dell’operazione è quello di liberarsi dell’odiato dollaro e farsi capofila di un tentativo di finanza sganciata dalla potenza geopolitica della valuta di Trump. A Pechino hanno preso bene la notizia; sganciarsi dal dollaro comporterà l’impossibilità di allocare ulteriori bond (bonos) sul mercato nordamericano, il più ricco del mondo. E c’è anche il rischio che investitori e speculatori, impauriti dalla mossa, non concedano la proroga al pagamento di 4 miliardi di dollari di bond in scadenza a fine anno, anche se Maduro ha giurato di voler provvedere al riconoscimento del debito.
Viceversa, lo yuan potrebbe ora essere più richiesto e potrebbe apprezzarsi nei confronti delle altre valute, rafforzando il ruolo strategico esercitabile grazie alla possibilità in capo alla Banca Centrale cinese di manovrare la banda di oscillazione della moneta e quindi deciderne eventuali deprezzamenti. In più, visti i crescenti interessi di Pechino nell’area, sia a livello alimentare che politici e commerciali, l’operazione rischia di essere davvero interessante per l’”Impero di mezzo”.

Fig. 2 – Foto di gruppo del Forum dei mercati emergenti dello scorso 5 settembre

AGGANCIO ALLO YUAN – L’idea portata avanti da Maduro sarà operativa solo nei confronti dei pagamenti esteri, e consisterà nell’individuare un valore di cambio fisso nei confronti delle valute che abbiamo descritto sopra. E’ più una manovra politica che economica. L’efficacia politica sarà valutata nel tempo, ma è legata a doppio filo alla quantità di riserve di greggio del paese bolivariano. Ma da un punto di vista della politica economica, sarà efficace? Riuscirà ad alleviare le sofferenze del popolo venezuelano che deve contrastare un’inflazione a tre cifre? Molto probabilmente no. Quale che sia la moneta di riferimento per i pagamenti esteri, dollaro o yuan o rublo, il vulnus è proprio il bolivar venezuelano, ormai talmente deprezzato da non avere valore di mercato. Basti pensare che il cambio ufficiale fissato dal governo è 1:10 ma al mercato nero 1 dollaro vale ormai ben 21.100 bolivares.
L’unico effetto positivo che la mossa potrebbe avere è lo stop alla corsa dei prezzi correnti. Ma sarebbe un avvenimento molto limitato nel tempo e destinato a sparire nel medio periodo, con effetti devastanti. Fu la strategia proposta da Mugabe nello Zimbabwe, anno 2009 e comportò la perdita della sovranità monetaria. Né varrebbe la pena adottare la strategia proposta dall’economista Henke, relativo alla sostituzione della valuta nazionale con il dollaro (la cosiddetta “dollarizzazione” della crisi). E’ quello che portò l’Argentina a dichiarare default nel 2002. La mossa di Maduro sembra dunque destinata a non risolvere granché.

Andrea Martire

Un chicco in più

Per saperne di più sull’andamento della economia venezuelana si può consultare un articolo tratto da El Universo 

Foto di copertina di Joka Madruga Licenza: Attribution License