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La Corea e i fantasmi del Vietnam

In 3 sorsi – La Corea del Nord, poco dopo l’ultimo lancio missilistico che ha sorvolato il Giappone, ha condotto il sesto test nucleare, probabilmente facendo detonare una bomba all’idrogeno, l’ordigno più devastante mai inventato dall’uomo. Un evento che ha fatto sussultare tutto l’Estremo Oriente, generando panico e costernazione nelle maggiori capitali della regione. E mentre Kim Jon-un minaccia il mondo, i fantasmi di una possibile catastrofe riportano indietro nel tempo l’immaginario collettivo…

1. MEMORIA E OBLIO – Lo scorso giugno, durante il Memorial Day a Seul, il neoeletto Presidente sudcoreano, Moon Jae-in, si è rivolto ai veterani della guerra del Vietnam, ringraziandoli perchè, col loro sacrificio, hanno permesso il decollo economico del Paese. Queste parole hanno suscitato molte perplessità tra i coreani e anche tra i vietnamiti, considerati ora i due popoli più in sintonia in Estremo Oriente, soprattutto per gli stretti legami economici e finanziari.  Parlare della guerra del Vietnam è difficile per tutti ma, in particolare, per queste due giovani popolazioni, protese verso il futuro e spesso ignare di eventi che i loro genitori hanno preferito dimenticare, “uccidendo la memoria delle uccisioni” (Heonik Kwon 2006). Ricordare quel conflitto, non trascurandone gli insegnamenti, è però doveroso ed importante, tanto più ora che le minacce del Governo di Pyongyang, sempre più reiterate e preoccupanti, fanno temere una guerra i cui esiti non sarebbero certamente scontati. E’ vero che l’oblio ha scolorito i contorni delle tragedie di questo recente passato, ma molti fantasmi popolano ancora l’immaginario di milioni di uomini, al di là e al di qua dell’Oceano Pacifico, e spiega come e perché tante reazioni e altrettante incertezze si susseguano e si intreccino, producendo un quadro preoccupante quanto confuso.

Fig. 1 – Il Presidente sudcoreano Moon (al centro) partecipa alle commemorazioni per il Memorial Day a Seul, 6 giugno 2017

2. SCENARI DI GUERRA – L’ordine mondiale gestito dagli Stati Uniti, unica potenza superstite della guerra fredda, e “non gestito” da un’Europa debole, si sta infatti sgretolando giorno dopo giorno, nell’impossibilità di garantire un equilibrio soddisfacente. Per questo le lancette dell’orologio dell’Apocalisse, il Doomsday clock, sono state spostate a due minuti e mezzo dall’ora X, quella che indica la fine del mondo, paventata dalle minacce nucleari del leader nordcoreano e dal timore di una risposta armata da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, che potrebbe innescare  un meccanismo incontrollabile. Le conseguenze sarebbero gravissime, in primis per la Corea del Sud, e le ripercussioni internazionali pesantemente destabilizzanti, soprattutto a livello economico. Il crollo del regime nordcoreano e la catastrofe umanitaria che tracimerebbe oltre le frontiere della RPC creerebbero scenari disastrosi. La Cina poi, avvezza ad avere Stati satelliti, storicamente tributari, ai propri confini, difficilmente acconsentirebbe ad una (legittima) riunificazione della vicina penisola, come accadde subito dopo la guerra del Vietnam, quando Pechino reagì con una guerra lampo contro il Governo di Hanoi, riunificato sotto l’egida comunista. A fronte di ciò risulta oltremodo improponibile per l’ottica cinese prefigurare una penisola coreana riunificata e filoamericana. Queste circostanze spiegano ampiamente la posizione odierna di Xi Jinping che, d’altronde, colloquia con Putin senza probabilmente fidarsi troppo di una Russia più erede dell’espansionismo zarista che della fede comunista.

Fig. 2 – Il leader nordcoreano Kim Jong-un durante un evento pubblico a Pyongyang, 12 settembre 2017

3. PASSATO SCOMODO E FUTURO INCERTO – D’altro canto la guerra del Vietnam molto ha insegnato agli attuali protagonisti della crisi nordcoreana. All’indomani dell’armistizio di Panmunjom, la Corea del Sud versava in gravi condizioni economiche, aggravate dai timori di azioni aggressive da parte del Governo di Pyongyang e di alleggerimenti nel quadrante da parte degli Stati Uniti, travolti dal pantano del Sud-est asiatico. Questa situazione geopolitica e un’oculata strategia spinsero il Governo di Seul a mettere a disposizione un consistente contingente militare che fu inviato in Vietnam per partecipare ad una sorta di “guerra santa” del mondo libero contro i comunisti. I sudcoreani si resero ben presto conto che il nemico era motivato e forte e che spesso gli stessi soldati americani confondevano tra vietnamiti e coreani, tutti “gooks”, ovvero “musi gialli”. Questo intervento diede lo scossone definitivo al concetto di identità asiatica, già compromesso dalle aggressioni nipponiche della seconda guerra mondiale mentre, d’altro canto, la pioggia di sussidi e concessioni americane, oltre alle cospicue rimesse dei soldati, impegnati sul campo di battaglia vietnamita, permisero all’economia di risollevarsi, avviando quella ripresa economica che ha mantenuto il PIL della Corea del Sud  costantemente in ascesa fino ad oggi.

Fig. 3 – Un veterano del Vietnam di fronte al “Muro” di Washington che ricorda quel conflitto, 28 maggio 2017

Ricordare questa guerra, i cui strascichi permangono ancora vivi, permette di far luce su tante incongruenze e tentennamenti che altrimenti risulterebbero oscuri. La conoscenza della storia e della cultura di un mondo lontano e molto diverso può infatti contribuire a costruire un tempo di pace e di reciproca comprensione, evitando in primo luogo l’incombente catastrofe nucleare. Questo obiettivo postula un’integrazione armoniosa, in cui i nuovi players (BRICS e CIVETS) del grande spazio eurasiatico ed afro-americano possano partecipare al gioco multipolare per disegnare nuove opportunità di crescita e sviluppo per miliardi di persone. Stabilizzare questo scenario non solo allontanerebbe per sempre i fantasmi di guerre devastanti e catastrofiche, ma permetterebbe (forse) di spostare definitivamente il baricentro del mondo verso Oriente.

Fig. 4 – Stretta di mano tra l’Ambasciatore americano Nikki Haley e quello cinese Liu Jieyi durante l’ultima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla questione nordcoreana, 11 settembre 2017

Elisabetta Esposito Martino

Un chicco in più

Lunedì scorso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato all’unanimità nuove sanzioni contro la Corea del Nord in risposta al suo ultimo test nucleare. Nonostante l’embargo petrolifero inizialmente prospettato dagli USA sia stato abbandonato, soprattutto per evitare il voto contrario di Cina e Russia, si tratta di misure estremamente dure: bando totale delle esportazioni tessili nordcoreane; taglio significativo delle esportazioni petrolifere verso Pyongyang; misure contro il trasferimento delle rimesse di lavoratori norcoreani all’estero verso la madrepatria. Le risoluzioni prese prevedono anche disposizioni per impedire il contrabbando di materie prime (ferro, carbone) dalla Corea del Nord. A ciò si aggiungono le misure prese unilateralmente da diversi Paesi membri delle Nazioni Unite, come la decisione delle Filippine di sospendere ogni relazione commerciale con la Corea del Nord o l’espulsione di diplomatici nordcoreani da Messico e Perù.

Molti esperti dubitano dell’efficacia di queste nuove risoluzioni, ma riconoscono che si tratta delle sanzioni più pesanti mai adottate verso la Corea del Nord in risposta al suo programma missilistico-nucleare. Inoltre la reazione rabbiosa di Pyongyang, che ha minacciato pesanti “ritorsioni” contro i membri del Consiglio di Sicurezza, dimostra come le nuove sanzioni abbiano colpito nel vivo il regime di Kim. Ma basterà per fermare la corsa al nucleare di Pyongyang? La risposta nelle prossime settimane, quando Kim scoprirà probabilmente le sue carte in occasione del Congresso del Partito Comunista in Cina e della visita di Trump in Asia orientale.

Foto di copertina di Marcel Oosterwijk Licenza: Attribution-ShareAlike License