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Serbia-Kosovo: prove di disgelo

Anticipato dalle dichiarazioni di Vucic dello scorso luglio, il dialogo tra Belgrado e Pristina è lentamente uscito dello stallo in cui giaceva negli ultimi mesi, sotto l’egida di Bruxelles e con l’auspicio di una svolta entro il prossimo autunno

L’INCONTRO A BRUXELLES – Una colazione informale a Bruxelles alla presenza dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e Sicurezza dell’UE Federica Mogherini, seguita da dichiarazioni stampa dei partecipanti. Questa la portata dell’incontro che, lo scorso 31 agosto, ha visto protagonisti i Presidenti di Serbia e Kosovo Aleksandar Vucic e Hashim Thaci: certamente non il più impegnativo nei meeting, né tantomeno foriero di conseguenze politiche memorabili o decisioni sostanziali. Tuttavia, un passo necessario per superare quella fase di totale immobilismo in cui riversavano ormai da tempo le relazioni tra Belgrado e Pristina, tra gli attriti causati dagli ulteriori annosi capitoli concernenti le vicende di Ramush Haradinaj e le diffidenze reciproche a margine delle elezioni parlamentari svoltesi in Kosovo lo scorso giugno e che hanno visto vincere di misura proprio l’ex Comandante dell’UCK quale leader di una vasta coalizione comprendente l’AAK (Alleanza per il Futuro del Kosovo) di cui è Presidente.
Ma, se dalle urne si è generato, per il Kosovo, un nuovo stop politico-istituzionale, trovandosi ad oggi il Paese ancora privo di un esecutivo legittimamente in carica, le presidenziali serbe della scorsa primavera hanno suggellato, per Belgrado, l’ennesima prova di forza di Aleksandar Vucic che, come prevedibile, sta esercitando il proprio mandato di Presidente della Repubblica in maniera tutt’altro che relegata a funzioni di rappresentanza.

Fig. 1 – Federica Mogherini e Aleksandar Vucic a margine di un incontro bilaterale a Belgrado, marzo 2015

In proposito dell’assenza di progressi nelle relazioni con Pristina, il leader del Partito Progressista Serbo aveva destato l’attenzione dell’opinione pubblica tramite un editoriale dai toni solenni, pubblicato sul quotidiano Blic lo scorso fine luglio, con cui invitava la popolazione serba a “non mettere la testa sotto la sabbia” e, citando Shimon Peres ed i suoi propositi di mantenere vivi i negoziati con la Palestina, rifletteva circa la necessità di “essere realisti” e di “non pretendere di riavere ciò che si è perso da tempo”, ma di concentrarsi su una soluzione che liberi le generazioni future dal timore di nuovi conflitti. Parole, quelle di Vucic, che hanno causato reazioni di profondo scetticismo, se non di aperta ostilità, nelle forze d’opposizione del Paese, e, nel contempo, sensazioni positive a Pristina, dove il Ministro degli Esteri Enver Hoxhaj aveva salutato tali aperture auspicando il pieno riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo quale unica via di pacificazione e integrazione europea dell’intera Regione.

GLI ACCORDI DEL 2015 E KOSOVSKA MITROVICA – Le dichiarazioni di Vucic conseguenti all’incontro del 31 agosto, pur se commisurate alla portata dell’evento, hanno seguito la medesima modulazione enfatica di tono. Il Presidente serbo ha parlato di una “piccola possibilità di risolvere una questione storica”, asserendo che, pertanto, “è nostro dovere provare fino in fondo” a raggiungere un compromesso sulle diverse questioni ancora sul tavolo.
Dello stesso avviso Hashim Thaci che, in un’intervista a RTK (principale emittente del Kosovo), ha dichiarato a margine che, nonostante esistano ancora diverse domande senza risposta, sia necessario un salto di qualità definitivo nel processo di dialogo tra le due parti.
Ad ogni modo, il piccolo passo avanti è costituito dall’individuazione di una data dell’attuazione del secondo dei quattro accordi che, sempre con l’intermediazione di Federica Mogherini, erano stati raggiunti tra Belgrado e Pristina nel 2015: l’ex Ministro degli Esteri italiano ha, infatti, reso noto che l’intesa sul sistema giudiziario del Kosovo verrà implementata il prossimo 17 ottobre, quando il personale giudiziario serbo verrà integrato totalmente nel meccanismo nazionale kosovaro, in cambio della tutela della sua attività professionale, libertà d’esercizio e salvaguardia delle sentenze emanate in passato.

Fig. 2 – Un’immagine del ponte che separa le due parti di Kosovska Mitrovica, novembre 2011

E, sebbene una delle questioni campali, quale la creazione di un’Associazione dei comuni serbi in Kosovo, resti ancora indefinita, passi avanti, secondo le parti in causa, sono stati fatti anche per quanto riguarda l’ultimo accordo, avente, oltremodo, una fortissima valenza simbolica: l’apertura al pubblico del ponte sul fiume Ibar, che collega le due sponde della città di Kosovska Mitrovica.
Capoluogo e principale centro della Regione settentrionale del Kosovo, Kosovska Mitrovica, talvolta nota anche solo come Mitrovica, vive nella divisione lacerante tra le parti separate dal corso d’acqua, con un nord quasi interamente serbo ed il sud abitato al 97% da kosovaro-albanesi: una separazione esacerbata da un vero e proprio scambio di popolazioni conseguente agli avvenimenti del 1999, a seguito del quale il ponte è rimasto costantemente presidiato da KFOR e UNMIK, nonché da gruppi armati rivali. Fattispecie che non ha impedito l’insorgere di ulteriori fatti di sangue, come gli scontri avvenuti nel marzo 2004 e che, diffondendosi dalla città nel resto del territorio, hanno causato un bilancio di 14 morti e oltre 300 feriti da ambedue le parti.
Lo scorso inverno, sulla sponda nord dell’Ibar era stato costruito un muro di cemento, ufficialmente descritto dalle autorità serbe come “di sostegno” ma, per dimensioni e posizionamento, ritenuto dal Kosovo un baluardo difensivo volto a scoraggiare eventuali transiti sgraditi dal lato settentrionale del fiume. Rimosso dopo poche settimane, aveva comunque contribuito ad una narrativa a tinte fosche e ben troppo nota alla storia recente – quella della città divisa, non solo etnicamente ma anche da barriere fisiche – che la comunità internazionale spera possa definitivamente archiviarsi con l’attuazione dei patti del 2015.

Fig. 3 – Haradinaj parla ai propri sostenitori all’indomani del suo ritorno a Pristina, aprile 2017

SERBIA, KOSOVO E STATI UNITI
– Il penultimo incontro tra Thaci e Vucic, datato 3 luglio 2017, si era svolto con le medesime modalità di quello di fine agosto: tavolo informale a tre con Federica Mogherini e ordine del giorno basato sull’attuazione degli accordi del 2015. Certamente, i Governi di Serbia e Kosovo riconoscono l’importanza della guida di Bruxelles, nel processo di pacificazione ambendo, oltremodo, di poter far parte dell’Unione Europea a pieno titolo. Tuttavia, appare significativo sottolineare come tanto Hashim Thaci quanto Aleksandar Vucic abbiano pubblicamente espresso l’auspicio di un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti nella questione.
Il Presidente kosovaro, mosso anche dal desiderio di superare lo stallo interno relativo alle istituzioni governative del Paese, oltre ad augurarsi che l’implementazione degli accordi con Belgrado possa realizzarsi nell’unitarietà delle parti politiche e della società civile, ha espresso la necessità di vedere Washington affiancarsi a Bruxelles in tale processo, quale soggetto portatore di forti garanzie di stabilità, rapidità e capacità decisionale. A corollario di ciò, nonostante si denoti come da fonti americane non vi siano conferme in merito, la stampa kosovara, compreso il portale KoSSev, che pubblica in lingua serba, si è espressamente sbilanciata circa l’imminenza dell’organizzazione di un incontro tra Thaci e Trump negli Stati uniti.
Date le vicende degli anni ’90, dall’altro lato, appare alquanto singolare, invece, apprendere come un desiderio simile sia stato espresso da Vucic.

Fig. 4 – Il Senatore USA Ron Johnson, a capo della Sottocommissione per l’Europa e la cooperazione per la sicurezza regionale

Il Presidente serbo, alla vigilia del viaggio a Bruxelles, aveva incontrato il Senatore Ron Johnson, repubblicano e chairman della sottocommissione per l’Europa e la cooperazione per la sicurezza regionale, informandolo sullo status delle relazioni con Pristina e dichiarandosi desideroso di poter inscrivere in tale cornice l’amicizia tra Serbia e Stati Uniti, nonostante le ormai tradizionali divergenze di vedute e nonostante sul rapporto gravi anche la diffidenza americana e degli altri membri della NATO nei confronti del centro umanitario russo di Niš.
Pur non avendo ancora fatto reperire un invito ufficiale, Aleksandar Vucic ha altresì informato Johnson di voler prossimamente ospitare un meeting con Donald Trump ed il suo Vice Mike Pence a Belgrado. Proposito non privo di una certa ambizione, considerando come l’ultima visita di un Presidente statunitense nella città (allora capitale jugoslava) risalga all’incontro Ford-Tito dell’agosto 1975, avvenuto nel clima di distensione dei giorni successivi la Conferenza di Helsinki e che, con ogni evidenza, denota come la classe dirigente serba percepisca l’Amministrazione Trump quale elemento di rottura almeno potenziale, rispetto all’establishment che ha diretto la politica estera di Washington degli ultimi 25 anni nei Balcani occidentali.

Riccardo Monaco

Un chicco in più

Dopo l’arresto avvenuto all’inizio di gennaio di quest’anno in Francia, la richiesta serba di estradizione di Ramush Haradinaj è stata respinta a fine aprile della Corte di Appello di Colmar che, nel suo disposto, ha cancellato l’obbligo imposto all’ex Comandante dell’UCK di permanere nel territorio del Paese. Nonostante le proteste di Belgrado, culminate con il ritiro del proprio Ambasciatore a Parigi, Haradinaj è potuto quindi tornare in patria per riprendere la propria attività politica: proprio pochi giorni dopo il rientro a Pristina, una mozione di sfiducia ha causato la caduta del Governo guidato da Isa Mustafa con conseguente indizione di nuove elezioni, tenutesi lo scorso 11 giugno.
Dalle urne, la coalizione che lo sosteneva come candidato Premier ha ottenuto quasi il 34% dei suffragi, contro il 27,1% per Vetëvendosje (formazione autonomista di centro-sinistra) e il 25% per la coalizione liberal-conservatrice guidata dall’LDK (Lega Democratica del Kosovo, del Premier uscente Mustafa). Tuttavia, la distribuzione dei seggi – rispettivamente 39, 30 e 30 per le tre formazioni menzionate su un totale di 120 – hanno reso difficile, fino ad ora, il raggiungimento dei numeri necessari per dare fiducia ad un nuovo Governo guidato da Haradinaj.

Foto di copertina di MichaelTyler Licenza: Attribution-ShareAlike License