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Elezioni in Kenya: stop della Corte, si ritorna al voto

A inizio agosto gli occhi del mondo erano puntati sull’esito delle elezioni generali in Kenya: 19 milioni di abitanti hanno scelto. Ma i veri protagonisti sono stati due: Uhuru Kenyatta e Raila Odinga. I risultati erano chiari, eppure il Paese ritornerà al voto per conferma della Corte Suprema. Tra l’euforia della opposizione, la paura più grande della popolazione resta la possibilità del dilagarsi delle violenze

LE ELEZIONI IN KENYA – L’8 agosto, il popolo keniota ha votato per la quinta elezione democratica nella storia del Paese dalla fine del partito unico nel 1991. Per la terza volta consecutiva, ad aggiudicarsi la vittoria è stato il Presidente Kenyatta – con un milione e 400 mila voti, ossia il 54.2% delle preferenze, battendo Raila Odinga con un milione e 300 mila voti (il 44%). Come si evince dai dati, le elezioni sono state vinte da Kenyatta con un margine relativamente maggiore. Infatti, secondo Odinga, il sistema informatico sarebbe stato nuovamente compromesso a favore del vincitore. Per tale motivo, i leader del Partito all’opposizione – NASA, The National Super Alliance – hanno sottoposto il caso del broglio elettorale alla Corte Suprema, che si è pronunciata l’1 settembre. Come da Costituzione, se la Corte avesse rigettato il ricorso, la cerimonia di giuramento sarebbe stata prevista per il 12 settembre. Tuttavia, per la prima volta nella storia del Kenya ci saranno nuove elezioni entro il 31 ottobre 2017. L’accaduto fa temere ciò che avvenne anche nel 2007, anno in cui, con il palesarsi della vittoria del Presidente Mwai Kibaki, Odinga sostenne che le elezioni fossero state truccate e l’agitazione popolare arrivò a causare oltre 1.200 morti e 600 mila dispersi.

Fig. 1 – Raila Odinga, leader dell’opposizione e candidato per il National Super Alliance (NASA)

I RISULTATI DELLE PRIMARIE – Delle prime tensioni si erano palesate già dopo i risultati dalle primarie. Stando ai sondaggi del 30 aprile, la gran parte della popolazione era ancora indecisa su chi votare: i motivi erano lo scontro tra i candidati a Presidente; la rispettiva integrità morale e la conformità dei programmi elettorali alla Costituzione.  La riforma costituzionale del 2010, in sostituzione di quella del 1969, ribadisce l’importanza del riconoscimento e della protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali; la tutela della dignità dell’individuo e delle comunità; la partecipazione dei cittadini alla vita politica. L’esclusione di un cittadino dalla vita elettorale è, pertanto, contro i principi costituzionali.  Tale riforma promuove una nuova visione di democrazia, che integri le donne, i giovani, le persone con disabilità e altre minoranze etniche – in passato marginalizzate o sotto rappresentate. Ciononostante, il Kenya ha ancora molta strada da fare, in primis sul fronte delle minoranze etniche.

Fig. 2 – Sostenitori di Raila Odinga protestano contro i risultati elettorali nel sobborgo di Kibera a Nairobi, 10 agosto 2017 

La nuova Costituzione ha introdotto un nuovo sistema di governo che prevede un maggior numero di esponenti politici. Ci sono 47 regioni, rappresentate ciascuna dal suo governatore, che operano come indipendenti con le proprie assemblee con un totale di 1.450 membri del Paese. Il Presidente è eletto a maggioranza qualificata e in caso di vittoria resta in carica per 5 anni. Al Senato, i 67 membri sono eletti con un sistema a maggioranza qualificata di fronte a una scelta multipla, in particolare, il sistema di rappresentazioni è proporzionale. Inoltre, la riforma ha introdotto un sistema di elezione diretta per ogni distretto. Tra i prescelti, devono essere nominate 16 donne; una donna e un uomo in rappresentanza dei giovani e altrettanto per la rappresentanza delle categorie disabili. In Parlamento, dove i parlamentari sono eletti con un sistema a maggioranza qualificata di fronte a una scelta multipla, sono state introdotte una serie di riforme per permettere alle minoranze di accedere alla vita politica e favorire, in tal modo, lo sviluppo a livello locale. In aggiunta ai 290 parlamentari, 12 membri speciali sono nominati tra donne, minoranze etniche, giovani e persone con disabilità. Con la riforma costituzionale del 2010 si è creato un sistema di governo evoluto con l’aggiunta di maggiori esponenti politici. Ci sono 47 regioni, rappresentate ciascuna dal suo governatore, che operano come indipendenti con le proprie assemblee con un totale di 1.450 membri del Paese.

UN PAESE IN CRESCITA – Il Kenya ha mantenuto una crescita economica costante, pari al 5% l’anno, dal 2012; tuttavia, l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità – come il pane, il latte, la farina, che hanno subito un’inflazione del 12% – è stato sentito da molte famiglie. Malgrado ciò, non è possibile accusare il Presidente Kenyatta di non aver fatto nulla per risollevare le sorti economiche del Kenya. Dal 2014, il governo ha investito un miliardo di dollari in infrastrutture, riforme burocratiche e controlli per la sicurezza del territorio, al fine di favorire il turismo e gli investimenti esteri. Nondimeno, durante le elezioni, anche altre considerazioni sono state fatte dalla popolazione. Un esempio può essere quello dell’impegno delle truppe keniote in Somalia.

Fig. 3 – Il Presidente Uhuru Kenyatta, riconfermato dalle elezioni dello scorso agosto il cui risultato è stato annullato dalla Corte Suprema lo scorso 1 settembre

Il Presidente Kenyatta aveva deciso che il governo avrebbe continuato la lotta al terrorismo come parte integrante della sua missione di peacekeeping, fino al raggiungimento della pace nella regione. Dal 2011, il Kenya ha inviato 3600 militari in Somalia a sostegno della missione ONU (AMISOM) per la lotta contro i militanti islamici di Al – Shabab. Durante i suoi proclami elettorali, ma anche oggi, la coalizione all’opposizione (NASA) chiede il ritorno delle truppe, necessarie per il mantenimento dell’ordine pubblico in Kenya. Da molti anni, infatti, all’aumentare dell’impegno keniota alla lotta al terrorismo in Somalia e nell’area del Corno d’Africa, gli attacchi terroristici nel Paese sono aumentati. Si ricordino l’attentato al centro commerciale Westgate di Nairobi e la morte di 148 studenti alla Garissa University nel 2013; non si ha, invece, la cognizione di quanti militari siano stati rapiti e/o uccisi: solo nel gennaio dello scorso anno, ne sono stati catturati oltre 150.

IL RUOLO DELLE DONNE – Molte cose in Kenya potrebbero essere diverse se le donne partecipassero maggiormente alla vita politica. Nonostante l’alta rappresentanza femminile in Parlamento, il Kenya è il primo Paese al mondo con la più alta rappresentanza politica femminile alla camera bassa (68 donne), nelle aree rurali del Paese, la strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa. Le candidate sostengono, in particolare, la necessità di una battaglia per combattere la povertà e l’esclusione delle donne. Ciò che ha preoccupato e preoccupa le politiche non è l’assenza di quote rosa o leggi a favore della parità di genere, quanto il fattore culturale e alcuni impedimenti oggettivi ancora forti, secondo cui non è sempre possibile fare affidamento sulla partecipazione attiva delle donne in politica. Sono spesso ostacolate da problemi finanziari interni al partito, per cui non riescono a fare un’adeguata sensibilizzazione durante la campagna elettorale; da problemi logistici, quali la pericolosità di alcune zone, dove è troppo pericoloso entrare, perdendo, così, potenziali elettrici proprio tra le donne più vulnerabili nelle zone delicate del Paese.

Ornella Ordituro

Un chicco in più

Se da una parte la decisione della Corte Suprema di indire nuove elezioni è indicativa della volontà di infondere fiducia nei cittadini kenioti nei confronti delle istituzioni, dall’altra il clima di generale incertezza rischia di esasperare l’opinione pubblica e mettere a rischio la sicurezza del Paese, già da tempo nel mirino del terrorismo internazionale.

Foto di copertina di marcoverch Licenza: Attribution License