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Un Presidente non per tutti? Ram Nath Kovind e il “sogno indiano” del BJP

Ram Nath Kovind, il neoeletto Presidente dell’India, è il secondo cittadino fuori casta a ricoprire la più alta carica politica del Paese. La sua vita è un fulgido esempio di emancipazione sociale, all’interno di un Paese ancora ricco di contraddizioni. Ma il significato sociale della sua elezione a Presidente non sembra essere rivolto a tutti i cittadini della Repubblica indiana

RAM NATH KOVIND: DA DALIT A PRESIDENTE – Ram Nath Kovind è originario dell’attuale Stato federato dell’Uttar Pradesh, nell’ India settentrionale, ed è nato nel 1945, due anni prima della fine del Raj anglo-indiano. I suoi genitori erano dalit, o fuori casta, lo strato sociale più umile tra quelli previsti dalla tradizione induista. Kovind nasce ai margini della società, nell’India rurale, in una capanna di fango. Fin da ragazzino è stato uno studente modello: quello dell’istruzione è stato un formidabile ascensore sociale che ha potuto concretizzare la propria emancipazione personale. La sua vita da self-made manun percorso partito dall’India rurale e ora giunto alla presidenza dell’Unione Indiana, è stato caratterizzato da significative tappe intermedie: a partire dai primi anni ’70, dopo la laurea, comincia la propria lunga carriera di avvocato, mentre nel ventennio successivo inizia la sua carriera politica , tra le fila del Bharatiya Janata Party (BJP), come rappresentante dell’Uttar Pradesh alla Rajya Sabha (la Camera alta, composta da delegati nominati dai Parlamenti statali). Durante gli anni alla Rajya Sabha (1994-2006), Kovind emerge come sostenitore della costruzione di infrastrutture scolastiche nell’India rurale. Nel corso degli anni Ram Nath Kovind diventa un importante portavoce del BJP. Nel 2015 è investito dal Presidente Mukherjee della carica di Governatore dello Stato del Bihar (il Governatore svolge il ruolo di capo dello Stato federato per conto del Presidente). Nel 2017 arriva la scelta da parte del BJP di candidarlo alla presidenza del Paese. Da tale candidatura si interpreta un intento preciso da parte del BJP, che funge da completamento della propria strategia elettorale: il partito, che affonda le radici nell’ideologia Hindutva (una forma di nazionalismo induista), consegue una strategia elettorale volta a riscuotere voti dall’elettorato indù, che però è attraversato da fratture complicate, come quella che vede contrapposte le caste più alte a quelle più basse. Il BJP necessita di ottenere il sostegno di ambedue le parti, se desidera emulare il trionfo ottenuto nello Hindustan tre anni fa.  Dunque, se da una parte il BJP ha appoggiato politiche come il divieto alla macellazione della carne bovina, venendo incontro alle caste più pure (e agiate), dall’altra parte ha compensato piazzando alla presidenza un dalit, una mossa che chiaramente ha gli strati più svantaggiati dell’elettorato indù come target. Quest’ultima mossa ha infatti un contenuto ben preciso: comunicare riscatto sociale e mobilità verso l’alto, due temi tanto cari ai paria del subcontinente, una categoria elettorale molto numerosa ma anche incline a una scarsa partecipazione politica. La criticità in capo al messaggio politico del BJP è l’imbarazzante indifferenza (se non vera e propria ostilità) verso le altre minoranze religiose del Paese, le quali compongono circa il 20% dell’intera popolazione indiana. Il partito esprime un’ideologia che di fatto supporta un’identificazione dell’India con gli induisti, i quali rappresenterebbero una vera e propria nazione, l’unica veramente autoctona del subcontinente. Questo significherebbe relegare le minoranze religiose a una condizione di fattuale imparità giuridica verso la maggioranza indù, nell’ottica di un cosiddetto “regime etnico”. Il sogno simboleggiato dall’elezione di Kovind è un sogno indù, non indiano.

Fig. 1 – Il nuovo Presidente indiano Ram Nath Kovind (a sinistra) insieme ad Amit Shah, leader del Bharatiya Janata Party (BJP)

UN’ELEZIONE SCONTATA – Ram Nath Kovind è Presidente dell’Unione dal 25 luglio, giorno del suo giuramento. Nove giorni prima ha avuto la meglio contro la candidata Meira Kumar, appoggiata dal Partito del Congresso, alle elezioni presidenziali. Kovind ha ottenuto il 65% dei voti del Collegio Elettorale, la formazione politica preposta all’elezione del Capo dello Stato. Il Collegio è composto da tutti i membri delle camere del Parlamento e  delle assemblee legislative statali. Ogni membro dispone di un certo numero di voti ponderati sulla base della popolazione dello Stato che rappresenta. Considerando i rapporti di forza partitici all’interno dell’organo, l’esito dell’elezione non ha destato alcuna sorpresa: il BJP guida la coalizione di maggioranza  in entrambe le camere del Parlamento, e in più può contare su importanti quote di seggi nelle assemblee legislative di popolosissimi Stati chiave come l’Uttar Pradesh, il Maharashtra e il Bihar, i quali sono gli Stati federati che esprimono più voti ponderati all’interno del Collegio Elettorale. Per intenderci, mentre ogni singolo parlamentare dell’assemblea dell’Uttar Pradesh esprime 208 voti ponderati, i colleghi dell’ex colonia francese di Pondicherry, che rappresentano constituencies meno popolose, ne esprimono 9 a testa.

Fig. 2 – Meira Kumar, candidata del Partito del Congresso alla presidenza dell’Unione Indiana

LA FRAGILE EGEMONIA DEL BJP – Per i prossimi cinque anni il BJP potrà contare su un solido alleato piazzato alla presidenza dell’Unione. Partendo da questo asserto ora possiamo iniziare a trarre delle considerazioni: quella fondamentale, e forse un po’ banale, è che ora il BJP controlla tutte e tre le principali istituzioni politiche del sistema parlamentare indiano, che sono: il Governo di Narendra Modi (soggetto ad un massiccio rimpasto nei giorni scorsi); la Lok Sabhavitale per tenere in vita il Governo tramite la fiducia parlamentare; e la presidenza dell’Unione. Il valore simbolico è molto alto: la vittoria è il coronamento dell’oramai triennale ripresa elettorale del BJP, giunta dopo dieci anni di vittorie del Partito del Congresso. Partendo dal 2014, il BJP ha prima ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi della Lok Sabha, spalancando le porte per reggere un Governo, e successivamente ha ampliato il proprio radicamento nei livelli inferiori della governance segnando risultati positivi negli Stati dell’Haryana, Mahrashtra, Gujarat e per ultimo, nell’Uttar Pradesh, tutti seggi rivelatisi utili per assicurare voti ponderati a Kovind. Il fatto che sia il BJP ad avere il momentum è indubbio, ma bisogna premettere che una tale posizione, per quanto possa essere importante sul profilo simbolico e psicologico, non è detto che possa durare necessariamente a lungo. Un esempio: anche il Partito del Congresso, grazie a una rete di alleanze, riuscì a ottenere, ai tempi del secondo Governo Singh (2009-2014), il controllo delle tre istituzioni politiche federali, piazzando Mukherjee ala presidenza nel 2012. Ma a distanza di pochi anni, svariati scandali, e di un’elezione, il Partito del Congresso ha perso quattro quinti dei suoi seggi, e ora sta affrontando una complessa crisi elettorale, assolutamente senza precedenti.

Fig. 3 – La Presidente svizzera Doris Leuthard insieme a Kovind e al Premier Narendra Modi durante la sua recente visita in India, 31 agosto 2017

Solo dopo le elezioni del 2019 si potrà capire se l’impero elettorale del BJP poggia su solide basi oppure no. Soffermandoci al breve periodo, si può dire che sotto un profilo puramente politico la presidenza Kovind potrà dare una marcia in più al Governo di Narendra Modi, e potrebbe rivelarsi utile anche in futuro, nel caso in cui dovesse (per ora con poca probabilità) ritornare all’esecutivo l’opposizione. Il Presidente dispone infatti di alcuni poteri molto significativi: se per esempio lo ritiene necessario, può domandare pareri preventivi alla Corte Suprema, esso può inoltre legiferare tramite ordinanze nei momenti in cui il Parlamento non è in sessione (ordinanze che tuttavia cessano di esistere sei settimane dopo l’inizio della nuova sessione parlamentare). Ma non tutti i poteri del Presidente sono espliciti: quello del pocket veto è un potere implicito, che promana da una lacuna normativa della Costituzione. Anche se la storia dell’Unione vanta un unico ricorso a una soluzione del genere, quella del pocket veto resta un’assai temibile arma di ostruzione legislativa.

Simone Munzittu

Un chicco in più

Il pocket veto, che come detto prima non è disciplinato da alcuna fonte giuridica indiana, è senza ombra di dubbio uno tra gli strumenti politici più interessanti e temibili che il Presidente può mettere in campo.  Si pone in essere un pocket veto quando il Presidente, che dispone del potere di promulga, decide di respingere o di non dare il proprio assent a un progetto di legge approvato dal Parlamento. A questo punto il bill rimane sospeso per un tempo indefinito, in attesa di una futura promulga.

Foto di copertina di Larry Johnson Licenza: Attribution License