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Italia ed Egitto dopo il caso Regeni

Lo stallo nelle relazioni tra l’Italia e l’Egitto causato dal caso Regeni sembra in via di superamento. Gli interessi politici ed economici portano Roma a riavvicinarsi al Cairo. Ma l’Italia deve resistere alla tentazione di allinearsi completamente alle posizioni del regime di al Sisi

LA STORIA – Italia ed Egitto hanno sempre avuto una relazione solida e reciprocamente proficua sin dagli anni ‘50. All’epoca entrambi gli attori avevano bisogno l’uno dell’altro: l’Italia cercava di lasciarsi alle spalle gli effetti di una guerra disastrosa, che le aveva fatto perdere diverse posizioni nel Mediterraneo, mentre all’Egitto faceva comodo un partner europeo, visti i sempre più tesi rapporti con Francia e Regno Unito. Il fatto poi che gli Stati Uniti, principale e indispensabile alleato di Roma, non avessero rigide pregiudiziali nei confronti dell’Egitto di Nasser (almeno non quanto Parigi e Londra), rese tutto più semplice. LEni di Enrico Mattei rivestì un ruolo cruciale, sbarcando nel Paese arabo nel 1954. L’equidistanza (e a volte la vera e propria ambiguità) italiana riguardo il conflitto arabo-israeliano cementò i rapporti, mentre la rottura del Cairo con l’Unione Sovietica e il suo avvicinamento agli USA e a Israele nel corso degli anni ‘70 risolsero anche ogni eventuale problema relativo alla solidarietà atlantica. Dagli anni ’80 l’Egitto divenne definitivamente un solido partner dell’Occidente, particolarmente importante nell’ambito della lotta al terrorismo di matrice islamista. Come tutti i Paesi europei, l’Italia fu però colta alla sprovvista dalle Primavere arabe, che tra il 2010 e il 2011 sconvolsero la regione ed ebbero proprio nell’Egitto un capitolo fondamentale, portando alla caduta del regime di Mubarak e all’ascesa dei Fratelli Musulmani.

L’IDILLIO TRA RENZI E AL SISI – Il golpe militare dell’estate 2013 (vedi il chicco in più) ad opera del maresciallo Abdel Fattah al Sisi portò a una momentanea crisi nei rapporti tra Roma e il Cairo. L’allora Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino condannò duramente la violenta repressione dei sostenitori dei Fratelli Musulmani da parte delle forze di sicurezza del nuovo regime. Tuttavia l’arrivo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi (e la conseguente sostituzione di Bonino alla Farnesina) rilanciò in grande stile la relazione tra l’Italia e l’Egitto. Il nuovo Presidente del Consiglio vedeva in al Sisi un interlocutore fondamentale su temi cruciali come Libia, immigrazione e lotta al terrorismo. Per non parlare poi delle grandi opportunità economiche e commerciali, che sembravano molto promettenti. Renzi, nel corso della sua prima visita in Egitto, avvenuta nell’agosto 2014, stabilì un buon rapporto con il nuovo uomo forte del Cairo, nonostante la già disastrosa situazione dei diritti umani nel Paese fosse in evidente peggioramento.

Fig.1 – L’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi e il Presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi

IL CASO REGENI – Il rapimento e l’uccisione al Cairo del ricercatore italiano Giulio Regeni tra il gennaio e il febbraio del 2016 fu quindi un vero e proprio fulmine a ciel sereno, proprio a causa delle buone relazioni tra i Paesi. Nell’aprile del 2016, a fronte della palese non collaborazione da parte delle autorità egiziane (impegnate anzi in un maldestro tentativo di depistaggio), la Farnesina decise di ritirare l’ambasciatore italiano dal Cairo, azione che però non è risultata in risposte soddisfacenti. Senza dover cavalcare improbabili teorie complottiste circa il ruolo dell’università di Cambridge, la realtà dell’Egitto è quella di un Paese dove i giornalisti e gli attivisti critici del regime vengono spesso arrestati e dove gli apparati di sicurezza tengono sotto forte controllo ogni possibile fonte di protesta. Poco importa se l’ordine sia partito dall’alto o da un ufficiale di basso rango: anche nel secondo caso esso è sintomo di un Paese dove tali pratiche sono sufficientemente diffuse da renderle pratica comune anche con stranieri. E questo è in parte il problema: di fronte a responsabilità, dirette o indirette, del governo egiziano, l’Italia non poteva sperare in soluzioni che vedessero lo stesso governo egiziano di fatto autoaccusarsi, indispettendo per di più gli apparati delle forze di sicurezza (indispensabili al regime di al Sisi, il cui figlio Mahmoud peraltro milita come ufficiale proprio nel Mukhabarat, i servizi segreti).

UN NUOVO AMBASCIATORE IN EGITTO – Il 14 agosto il Ministero degli Esteri italiano ha annunciato la volontà di sbloccare la procedura per inviare il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini al Cairo. Il caso Regeni è destinato a rimanere un punto dolente delle relazioni tra Italia ed Egitto, tuttavia un certo tipo di normalizzazione appariva da tempo inevitabile. Gli interessi nazionali italiani in Egitto infatti sono semplicemente troppo rilevanti per permettersi di ignorarli. Innanzitutto nel Paese è presente un’ampia comunità italiana, che, soprattutto dopo il caso Regeni, ha bisogno di sentirsi rassicurata e tutelata da una rappresentanza diplomatica nel pieno delle sue funzioni. Ci sono poi importanti interessi economici: non tanto e non solo l’Eni, ma soprattutto una miriade di piccole, medie e grandi imprese italiane che operano nel Paese arabo. L’interscambio commerciale tra Italia ed Egitto vale 5 miliardi di dollari. Il nostro Paese è il primo partner commerciale del Cairo nell’UE ed è superato solo dai colossi USA e Cina. In Egitto sono presenti tutti i settori più importanti della nostra economia: meccanica strumentale, idrocarburi, tessile, costruzioni, energia, banche. L’Eni ha poi scoperto nel 2015 un enorme giacimento di gas al largo delle coste egiziane, il più grande del Mar Mediterraneo. Il giacimento di Zohr, con un potenziale di 850 miliardi di metri cubi, è attualmente controllato dall’azienda italiana, che ha ceduto quote di minoranza a BP e Rosneft. In ultimo (ma non certo per importanza, anzi) vengono le considerazioni legate alla politica internazionale e alla sicurezza. Il regime di al Sisi è, insieme agli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali sponsor del generale libico Khalifa Haftar, che controlla la Cirenaica e sta acquisendo sempre più importanza nel delicato scenario libico. E’ possibile dunque che la strada per arrivare a controllare il caos nella nostra ex colonia passi anche dal Cairo. Il dossier immigrazione è forse altrettanto decisivo: al Sisi è un fondamentale partner nel contenimento dei flussi migratori, strada che il Governo italiano, pur tra molte polemiche anche all’interno dello stesso esecutivo, sembra aver imboccato con decisione negli ultimi mesi. Nelle valutazioni governative e della nostra diplomazia rimandare l’ambasciatore al Cairo era quindi una scelta obbligata.

Fig.2 – L’Egitto è un importante attore dello scenario libico

E ADESSO? La vicenda Regeni ha colpito molto l’opinione pubblica italiana, spesso indifferente a simili sorti capitate a numerosi attivisti egiziani negli ultimi anni. Allo stesso tempo però il regime egiziano gode ancora di sufficiente credito da parte di una popolazione stanca del caos della Primavera Araba, pur nella crescente domanda di sviluppo economico che ancora latita. Come e quanto al Sisi possa continuare l’attuale percorso non è possibile prevederlo. Sicuramente avrà bisogno degli investimenti esteri (italiani in primis) ed è questa la chiave per mantenere una certa influenza nel Paese e far valere la propria richiesta di verità sul caso del giovane italiano ucciso. Bisogna essere realistici: la verità forse non la sapremo mai e forse non saremmo nemmeno in grado di riconoscerla (oggi molti in Italia non accetterebbero nulla di meno della palese incriminazione del Presidente egiziano). Tuttavia nel dibattito tutto italiano tra una normalizzazione completa (che sostanzialmente punta a dimenticare quanto avvenuto) o una chiusura totale dei rapporti (tanto inutile dal punto di vista dei risultati, quanto dannosa per noi stessi), manca una visione intermedia che veda l’Italia utilizzare la propria considerevole leva sul Paese nordafricano per, almeno, promuovere la causa della tutela dei diritti umani oggi spesso violati – indirettamente una forma di giustizia proprio per Regeni e per coloro che anche oggi ne condividono la sorte. Se l’Egitto resisterà alle tensioni interne dipenderà infatti anche dalla sua capacità di evitare una futura rivoluzione dagli esiti imprevedibili scatenata dalla troppa repressione a fronte di un modesto sviluppi economico, e questo non significa necessariamente assecondare in tutto il regime di al Sisi. In fondo gli interessi nazionali si difendono anche così.

Davide Lorenzini

Un chicco in più

Nel giugno 2013 l’Egitto è sconvolto da imponenti manifestazioni popolari contro il Presidente Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani (movimento di tendenza islamista) e vincitore delle elezioni del 2012. Il 3 luglio il generale e Ministro della Difesa Abdel Fattah Al Sisi, approfittando del malcontento popolare, guida le Forze Armate in un golpe che rovescia il Governo. Il colpo di Stato viene appoggiato dalla grande maggioranza dello spettro politico e sociale dell’Egitto, mentre i Fratelli Musulmani si ritrovano a guidare la protesta contro il nuovo regime. Il 14 agosto, dopo uno stallo durato oltre un mese e costellato di  violenti scontri, le forze di sicurezza egiziane sgomberano i sit-in dei Fratelli Musulmani nelle principali piazze egiziane. Il risultato è una strage, con diverse centinaia di morti solo nella capitale.

https://www.amnesty.org/en/latest/news/2014/08/egypt-s-darkest-day/

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