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In Somalia Pirati e Terroristi cooperano?

Secondo un’indagine in atto da parte delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, in Somalia sarebbe evidente una collusione tra alcuni gruppi di pirati e i movimenti jihadisti come Al Shabaab e la branca locale di ISIS

DUE CAPI PIRATI SOTTO OSSERVAZIONE – Con la ripresa delle azioni piratesche di fronte alle coste della Somalia, le Nazioni Unite hanno aperto una nuova indagine sulle connessioni tra i pirati e i due principali gruppi terroristici presenti in Somalia: Al Shabaab e gli affiliati allo Stato Islamico. Dall’investigazione in atto sta emergendo che due figure di spicco del mondo della pirateria somala avrebbero supportato ambedue i movimenti salafiti, fornendo loro materiale bellico e logisticoDal report della CNN, che è stato il primo organo di stampa a riportare alcuni dettagli dell’inchiesta internazionale, è trapelato solo il nome di uno dei due capi pirati e cioè quello di Mohamed Garfanji Ali Dulai.

Fig.1 -Mohamed Garfanji Ali Dulai fotografato di spalle nel porto di Obbia nel 2010

Garfanji è un leader carismatico del Harardheere-Hobyo Network con sede a Obbia, città costiera sita nella regione centrale del Mudugh in territorio somalo. Membro centrale del clan degli Hawiye, si è guadagnato il rispetto e il supporto del clan locale grazie alla proficua gestione del proprio network criminale che tra l’altro gli garantisce una propria milizia formata anche da membri degli altri sub-clan della zona come i Salebaan, i Cayr e i Sa’ad. Garfanji non ha mai riconosciuto le autorità centrali di Mogadiscio ed è accusato di aver progettato decine di assalti e sequestri di navi e equipaggi; tra questi si ricorda il suo coinvolgimento nel rapimento del giornalista statunitense Michael Scott Moore avvenuto nel 2012 e tenuto ostaggio per due anni e mezzo prima di essere rilasciato.

L’IDENTITÀ  DEI DUE PIRATI – Nell’agosto del 2014 le forze di sicurezza somale giunsero ad arrestare Garfanji a Mogadiscio per possesso illegale di armi ma egli restò in carcere per soli due mesi. Le accuse di pirateria caddero per mancanza di prove certe di un suo coinvolgimento perché dalle dichiarazioni rilasciate dai membri degli equipaggi sequestrati non si riuscì ad associare Garfanji alle fattispecie criminali neppure mediante le descrizioni fisionomiche. Tornato in libertà e considerata superata la pirateria, egli ha saputo mantenere il proprio portfolio di attività criminali: traffico illegale di armi ed esseri umani, investimenti nel settore immobiliare per riciclare il denaro sporco. Proprio questa caratteristica di businessman pragmatico gli ha permesso di intrattenere rapporti con Al-Shabaab e di finire conseguentemente sotto la lente d’ingrandimento della comunità internazionale: su informazioni raccolte a Djibouti, Garfanji avrebbe ricevuto un carico di armi dall’Eritrea e lo avrebbe fornito ad Al Shabaab. Il nome del secondo uomo sotto inchiesta, invece, non è ancora stato divulgato ma è trapelato che un uomo di punta dei gruppi operanti in Puntland avrebbe fornito materiale logistico ai militanti dell’ISIS in Somalia capeggiati da Abdulkadir Mumin, ex membro di Al Shabaab.

Fig.2 – Abdulkadir Mumin, a capo della branca dello Stato Islamico in Somalia. Nato in Puntland, ha vissuto in Svezia prima di trasferirsi nel Regno Unito dove ha ottenuto il passaporto

I PRINCIPALI GRUPPI PIRATESCHI IN PUNTLAND E I LEGAMI CLANICI – Attualmente, sono due le principali compagini di pirati che agiscono nella regione semi autonoma con capitale Bosaso: la prima è l’Ali Zwahila group, guidata da Isse Yullux, che ha le proprie roccaforti in prossimità di Alula e Abo nella regione di Bari, i cui affiliati appartengono sia al sub clan dei Majerteen sia a quello dei Darood. L’altro è il Laasqoray Action Group composto da membri dei sub-clan Harti e Majeerteen e si ritiene che operino nelle vicinanze della città portuale di Las Gorei della regione del Sanag – a circa cento chilometri a est di Bosaso; proprio questo gruppo è venuto alla ribalta internazionale perché sarebbe responsabile dell’attacco alla petroliera Aris 13 avvenuto nel marzo di quest’anno, compiendo il primo reale atto di pirateria dopo cinque anni di calma, forse apparente. Il collegamento che favorirebbe il sostegno dei pirati in Puntland ai militanti somali dello Stato Islamico è dato dall’appartenenza allo stesso sub clan dei Majeereen – l’Ali Saleebaan – da parte del “Mister X” capo pirata e di Mumin.

L’INSTABILE SITUAZIONE IN PUNTLAND – La totale mancanza di controllo del territorio nella regione di Bari, da parte delle forze di sicurezza del Puntland, avrebbe agevolato le attività dei pirati e dei miliziani islamisti sia ISIS che Al Shabaab. In tale territorio, infatti, l’ex governatore Abdisamad Galan, escluso dalla ripartizione del potere locale, per rivalsa, cercherebbe di minare il potere del Presidente del Puntland Abdiweli Gaas. In questo senso si comprende sia la presa della città di Candala da parte degli affiliati allo Stato Islamico, appoggiata dal clan di Galan, che è durata un paio di mesi prima che le forze del Puntland ne riprendessero il pieno controllo, e sia la proficua attività di reclutamento intrapresa da Al Shabaab tra le fila della stessa comunità tribale riconducibile all’ex governatore, volta a contrastare e debellare la presenza del Califfato nel Puntland.

I LEGAMI TRA PIRATI E TERRORISTI  – Per la comunità internazionale, la collaborazione tra organizzazioni terroristiche e comunità piratesche in Somalia non rappresenta una novità, anche se i rapporti tra le due compagini hanno incontrato momenti di forti contrasti e dispute ad altri di vantaggiosa coesistenza. Infatti, se si pensa, per esempio, al 2006, quando l’Unione delle Corti Islamiche prese il potere a Mogadiscio, qualsiasi azione di pirateria o “armed robbery” cessò completamente nella regione poiché tale attività venne definita anti islamica e i pirati implicati rischiavano una condanna a morte o l’amputazione di un arto. In altri casi ancora la pirateria, che minacciava la circolazione del naviglio mercantile, andava ad interferire negativamente sulle entrate economiche di Al Shabaab: cioè metteva a rischio le tasse imposte alle navi dai salafiti che gestivano i porti come ad esempio a Chisimaio nel 2010. Alcuni report del 2011, invece, descrivevano un accordo tra alcuni pirati di Obbia e i miliziani di Al Shabaab che controllavano quel tratto di costa. Il patto prevedeva che quest’ultimi concedessero armi, proiettili e la possibilità di far sostare le navi sequestrate ai pirati in cambio del 20% del riscatto.

Fig.3 – La celebrazione dei militanti somali per il riconoscimento ufficiale di Al Shabaab all’interno del network di Al Qaeda nel febbraio del 2012

Sicuramente oggigiorno sequestrare una nave non è più semplice e redditizio come sei anni fa a causa del costante pattugliamento militare internazionale. Questo, al contrario, ha determinato una ritrovata collaborazione tra pirati e movimenti terroristici dal momento che i primi hanno dovuto compensare i mancati introiti della pirateria con attività meno eclatanti ma altrettanto devastanti come i traffici illegali di esseri umani, armi e stupefacenti facendo la spola con le coste yemenite. Favorirebbe la stipula di accordi, oltre alla motivazione economica, anche quella “clanica”, cioè l’appartenenza ad uno stesso gruppo linguistico e etnico.

Fig.4 – Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti d’America James Mattis durante la Conferenza sulla Somalia svoltasi a Londra nel maggio 2017. In quell’occasione, Mattis confermò il maggior coinvolgimento degli USA nella lotta al terrorismo in Somalia

L’OMBRA A STELLE E STRISCE SULLA SOMALIA Certamente questa alleanza tra terroristi e pirati potrebbe arrecare, in realtà, più svantaggi ai predoni del mare perché oltre all’ONU, anche gli Stati Uniti stanno indagando sulla questione. Infatti, l’amministrazione Trump, negli ultimi mesi, ha aumentato la propria presenza militare in Somalia per contrastare la minaccia terroristica e questo potrebbe portare ad un aumento della pressione nei confronti anche dei pirati. In quest’ottica, quindi, i pirati che favoriscono l’approvvigionamento e quindi il rafforzamento del movimento terroristico come quello di Al Shabaab, verrebbero perseguiti alla stessa stregua di quest’ultimi pur non condividendo le motivazioni ideologiche poste alla base dello guerra asimmetrica.

Giulio Giomi

Un chicco in più

Da aprile del 2017, la presenza militare statunitense in Somalia si attesterebbe intorno alle 100 unità, comprensive anche del personale delle Forze Speciali e supporta il Somali National Army nelle azioni di anti terrorismo. Ufficialmente, questo è il primo contingente americano presente sul territorio somalo dal marzo del 1994, anno in cui le truppe USA abbandonarono Mogadiscio a causa delle ingenti perdite (18 militari morti) subite nell’ottobre dell’anno precedente nella cosiddetta “battaglia di Mogadiscio”.

Foto di copertina di EU Naval Force Media and Public Information Office Licenza: Attribution-NoDerivs License