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America Latina, un tesoro chiamato litio

Argentina, Bolivia e Cile vantano i depositi di litio più grandi al mondo. I tre Paesi hanno, tuttavia, adottato un approccio diverso verso tale ricchezza

IL LITIO, ORO BIANCO DEL FUTURO – Nel fluttuante mercato delle materie prime, c’è una risorsa per la quale gli esperti prevedono un sicuro e spettacolare aumento della richiesta: il litio. Grazie alla sua elevata capacità di condurre il calore ed al suo alto potenziale di elettrodo, il litio è infatti sempre più utilizzato nella produzione di batterie per cellulari, computer e, ultimamente, per automobili elettriche. Di conseguenza, si prevede che la sua domanda mondiale sia destinata a triplicarsi da qui al 2025, rendendo quindi sempre più appetibile lo sviluppo dell’estrazione di questo metallo. Più della metà delle riserve mondiali di litio si trova in Sudamerica, in particolare nel triangolo composto da Argentina, Bolivia e Cile.

Fig.1 – Un deposito di litio in America latina.

TRE PAESI: TRE DIVERSI SISTEMI – Anche se il triangolo del litio si trova a ridosso dei confini dei tre Paesi, ognuno di essi ha adottato strategie molto diverse nei confronti di questo nuovo “oro bianco”.

Cile: il Cile possiede la più vasta riserva certificata di litio, posizionata nel deserto dell’Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo e quindi ideale per l’estrazione e lo stoccaggio del litio (il metallo infatti è altamente infiammabile e leggermente esplosivo a contatto con l’acqua). Inoltre l’Atacama si trova vicino alla città di Antofagasta, uno dei principali porti industriali del Paese. Questi vantaggi logistici, uniti alle politiche liberiste del governo cileno ed ai bassi tassi di corruzione presenti, hanno permesso a Santiago di dominare per decenni il mercato del litio, arrivando nel 2016 a produrre 76.000 tonnellate. Negli ultimi tempi, tuttavia, il Paese non è stato in grado di rispondere all’aumento della domanda mondiale del prodotto a causa, tra gli altri motivi, dello status di “risorsa strategica” dato al litio, che ne permette l’estrazione solo di una quantità contingentata (anche al fine di difendere l’ecosistema della zona). Oltre a cercare di ridurre lo svantaggio competitivo aumentando le quote, il governo cileno sta tentando di uscire dal ruolo di mero produttore di materie prime e di sviluppare la produzione locale, siglando un accordo con la società USA Albemarle (una delle società ad avere il permesso di estrarre litio in Cile). In base a tale accordo, la compagnia USA venderà a prezzo di favore parte del litio estratto ad aziende cilene impegnate nella produzione di prodotti industriali contenenti litio.

Fig.2 – Il Deserto dell’Atacama.

Argentina: nonostante i suoi vasti giacimenti, posizionati principalmente nelle province settentrionali di Jujuy, Salta e Catamarca la produzione dell’Argentina nel 2016 è stata di 30.000 tonnellate di litio, meno della metà di quella cilena. A limitare le capacità del Paese sono state principalmente le politiche stataliste di Buenos Aires, soprattutto durante il periodo della presidente Cristina Kirchner, che ha aumentato le tasse sulle esportazioni e imposto controlli all’accesso alla valuta straniera. Questi vincoli, insieme alla decisione di nazionalizzare alcune compagnie private in settori ritenuti strategici (come avvenuto per la compagnia petrolifera YPF) hanno infatti fortemente scoraggiato gli investitori stranieri. Una volta giunto al potere, il presidente Mauricio Macri ha cercato di modificare la situazione con il varo di una serie di politiche liberiste volte a ridurre i vincoli legali e rendere più semplice l’accesso a capitali e investimenti stranieri. Grazie a queste riforme, nel 2016 la produzione di litio è aumentata del 60% rispetto agli anni precedenti. Allo stesso tempo, è in fase di studio e realizzazione una serie di grandi progetti che coinvolgono compagnie internazionali per lo sviluppo di nuovi siti di estrazione, in particolare nel Salar di Chauchari Olaroz, del Salar del Rincón e del Salar del Hombre Muerto, che dovrebbero far triplicare la produzione da qui al 2021. Nonostante queste stime ottimistiche e le riforme di Macri, rimane ancora molto da fare per sbloccare il mercato argentino. Uno dei principali ostacoli riguarda la proprietà del metallo estratto che, in base alla Costituzione, appartiene alle province e non allo Stato. Questo costringe le aziende operanti a dover districarsi tra regolamenti provinciali spesso differenti e a dover negoziare con un attore in più. Inoltre, l’accento posto sulla produzione e sugli investimenti esteri rischiano di far adottare politiche per massimizzare il profitto a breve termine, con la conseguenza di “svendere” parte della propria ricchezza: a tale esempio si potrebbe citare il caso della miniera Lithea, dal valore stimato di 280 milioni di dollari e venduta solo per 15.

Bolivia: terzo Paese del Triangolo, la Bolivia ha sterminati giacimenti di litio nella zona del Salar de Uyuni, non lontano da Potosì, e nel Salar de Coipasa. Anche se le sue riserve sono stimate tra le più grandi, se non le più grandi, al mondo, il litio contribuisce solo in minima parte alla ricchezza del Paese, al punto che nel 2016 le sue vendite si sono fermate all’irrisoria quota di 25 tonnellate. La ragione di questo scarso sviluppo è principalmente politica: nel 2010 infatti il presidente boliviano Evo Morales dichiarò che il suo governo intendeva opporsi allo sfruttamento “neocolonialista” da parte delle multinazionali straniere, e che al contrario avrebbe spinto per una produzione di tipo nazionale. Come già avvenuto per altre risorse strategiche (idrocarburi in primis), i giacimenti di litio furono dunque nazionalizzati ed il loro sfruttamento affidato a compagnie locali. Malgrado le buone intenzioni, gli investimenti e la ricerca tecnologica nazionale non sono state all’altezza della sfida, tanto che la produzione boliviana è ormai ridotta al lumicino, mentre tutti i progetti di sviluppo di impianti pilota sono in ritardo sulla tabella di marcia. A complicare le cose per La Paz ci sono inoltre questioni ambientali e geopolitiche: al contrario delle regioni dei suoi vicini il Salar de Uyuni è soggetto a forti piogge (il che ne complica l’estrazione) mentre i cattivi rapporti con il Cile impediscono alla Bolivia di utilizzare il vicino porto di Antofagasta per l’esportazione. Negli ultimi tempi, il governo boliviano ha cercato di correre ai ripari creando la società a capitale pubblico Yacimientos de Litio Boliviano, con l’obiettivo specifico di portare avanti la produzione e la commercializzazione del litio e di cercare di stringere partnership con investitori stranieri su modello cileno. Tuttavia, l’alto tasso di corruzione, l’incertezza giudiziaria e le politiche stataliste di La Paz continuano a scoraggiare gli investitori, privando così la Bolivia dei capitali e delle tecnologie straniere, cosa di cui il Paese ha forte bisogno.

Fig.3 – Il Salar de Uyuni.

LA MALEDIZIONE DELLE MATERIE PRIME – In questa corsa all’oro bianco del XXI secolo, i tre Paesi latinoamericani non sono gli unici concorrenti: negli ultimi anni, infatti l’Australia ha attirato numerosi investimenti stranieri per le proprie riserve, arrivando al secondo posto al mondo per produzione di litio ed insidiando il primato cileno. Inoltre, lo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo non viene poi senza problemi. Infatti, oltre ai danni che l’estrazione intensiva potrebbe causare all’ambiente ed alle comunità locali, già estremamente fragili, vi è il rischio di aggravare lo status di mero produttore di materie prime, all’ultimo gradino della catena produttiva mondale e costantemente in balia dei prezzi e degli investimenti stranieri. Un ruolo, questo, che l’America latina da decenni cerca, con scarso successo, di abbandonare.

Umberto Guzzardi

Un chicco in più

In base a delle scoperte di una squadra USA, le più grandi riserve di litio non si troverebbero in America latina ma in Afghanistan, e sarebbero talmente ricche da poter modificare il futuro del Paese.

Foto di copertina di Miradas.com.br Licenza: Attribution License