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Le rivolte nel Rif: una “Primavera” per il Marocco?

In 3 sorsi Le rivolte partite dalla regione settentrionale del Rif nell’ottobre scorso stanno prendendo piede in tutto il Marocco. I manifestanti sono diventati il simbolo di un malcontento popolare generalizzato che si oppone a un potere finora indiscusso, le cui promesse di cambiamento non sono più sufficienti

1. AL-HIRAK AL-SHAABI – Non è la prima volta che il Marocco assiste ad un movimento di contestazione popolare, basti pensare al Movimento del 20 Febbraio che trovò la sua ispirazione nelle “primavere” di Egitto e Tunisia. L’iniziativa promossa dal Re di rilanciare la politica economica e sociale del Regno, la vittoria del PJD e la crescente repressione da parte del regime, soffocarono il movimento molto frammentato al suo interno e pian piano la contestazione venne assorbita dal sistema stesso. Oggi una nuova ondata di rivolte investe il Paese in un contesto economico e sociale non molto diverso da quello del 2011, dove problemi quali la disoccupazione o la marginalizzazione di molte aree rurali restano punti di debolezza del sistema. Il movimento contestatorio ha avuto origine nella regione settentrionale del Rif nell’ottobre 2016, quando Mouhcine Fikri, venditore ambulante di Hoceima, morì nel tentativo di recuperare la merce sequestratagli dalla polizia. Una morte che ricorda quella di Mohamed Bouazizi in Tunisia e che fu la scintilla delle Primavere arabe. Quest’avvenimento ha dato vita a una protesta di massa che da quel momento anima la regione del Rif e che pian piano si è allargata in altre città. Il movimento al-Hirak al-Shaabi, che inizialmente chiedeva giustizia per la morte di Fikri, grida adesso contro l’hogra che in dialetto marocchino significa “abuso di potere”, contro l’atteggiamento brutale della polizia e la repressione di un Governo che per placare il Movimento del 20 febbraio aveva fatto grandi promesse, incanalando l’insoddisfazione popolare in un processo di riforma costituzionale. Ad alimentare le proteste e ad allargarne il consenso ha contribuito l’introduzione da parte del governo di aggiustamenti strutturali, imposti dal Fondo Monetario Internazionale, tra cui anche l’imposizione di una tassa nella scuola pubblica.

Fig. 1 – Manifestanti durante una protesta nel Marocco settentrionale

2. LA MARGINALIZZAZIONE ECONOMICA – Non è un caso che la protesta sia partita proprio dal Rif, una delle regioni più povere del Marocco, prevalentemente berbera e da sempre ostile al potere centrale. Le radici del sottosviluppo hanno una ragione etnica ma soprattutto storica. Nel 1921 le tribù berbere si unirono per combattere la colonizzazione spagnola con l’obiettivo di creare una repubblica indipendente di tribù confederate; spagnoli e francesi riuscirono a sconfiggere l’esercito berbero solo nel 1925, mettendo fine alla “Repubblica del Rif”. Nel 1958, dopo l’indipendenza, ancora una volta i berberi si ribellarono al potere centrale che non riconosceva i loro diritti e con un editto reale la zona venne dichiarata militarizzata. Nel 1984, dopo alcune proteste chiamate “moti del pane”, l’allora Re Hassan II aveva punito i sentimenti indipendentisti lasciando la regione fuori dai piani di sviluppo e in stato di arretratezza. Le conseguenze di questa politica di marginalizzazione sono ancora oggi evidenti: essa presenta un tasso di disoccupazione del 21%, più del doppio del resto del paese, e questo spiegherebbe come dal Rif sia partito il maggior numero di marocchini che si sono uniti al gruppo jihadista di al-Nusra e allo Stato Islamico. Inoltre la regione manca di infrastrutture adeguate tra cui scuole, ospedali e poli industriali; l’agricoltura è basata in gran parte sulla produzione di cannabis e il commercio di droga sembra essere l’attività più redditizia.

Fig. 2 – Veicolo in fiamme durante le proteste 

3. LA RISPOSTA ALLE PROTESTE – Il Governo ha cercato da subito di mostrarsi aperto al dialogo con i manifestanti. A maggio una delegazione di ministri si è recata nel Rif promettendo nuove infrastrutture attraverso l’investimento di 900 milioni di euro nella regione, con progetti volti al miglioramento dell’istruzione e alla riduzione della disoccupazione ma, di fatto, alcun cambiamento politico. Questo tentativo di mediazione è stato spezzato dalla reale risposta delle autorità marocchine che si è tradotta in arresti di massa. Tra il 26 e il 31 maggio sono stati arrestati 71 attivisti (secondo le stime di Amnesty International) con l’accusa di “attentato alla sicurezza dello Stato”, tra cui il leader delle proteste Nasser Zefzafi. Ma l’arresto di Zefzafi non ha di certo placato le proteste. L’11 giugno a Rabat, circa dodici mila persone sono scese in piazza chiedendo giustizia sociale e il rilascio degli 86 arrestati durante le manifestazioni. La protesta è stata convocata dai sindacati e dal movimento di matrice islamista Giustizia e Spiritualità. Come è accaduto anche in altri paesi del Nord Africa, quando movimenti acefali e laici animano le piazze alla ricerca di giustizia sociale e progresso, a cavalcare l’onda del malcontento popolare si trovano i partiti di matrice islamista che si presentano come “protettori” delle rivolte e che propongono l’Islam politico come alternativa ai regimi autoritari al potere. Basti guardare ai Fratelli Musulmani in Egitto nel 2011, i quali non hanno costituito un’alternativa anti sistemica ma hanno saputo manovrare le rivolte salendo al potere e incarnando un diverso volto di quel regime che la rivoluzione avrebbe voluto abbattere. Non stupisce allora che il movimento di Giustizia e Spiritualità (Al-Adl Wal Ihsan), tollerato ma non riconosciuto come partito, stia animando e partecipando alle proteste nelle piazze. Inoltre quello che manca alla società marocchina è l’intermediazione di una classe politica in grado di rappresentare gli interessi delle classi sociali più deboli. Le masse si rivolgono direttamente al Re senza che un corpo sociale intermedio faccia da “cuscinetto” tra le richieste della popolazione e il Governo centrale (comunque strettamente legato al monarca). La risposta del Governo e della Monarchia rimane comunque inconsistente e Rabat dovrà al più presto cercare una reale soluzione ai problemi sociali, ricostruendo quel legame spezzato con la regione dimenticata del Rif e mettendo in pratica quelle promesse fatte al Movimento del 20 Febbraio.

Altea Pericoli

Un chicco in più

Il movimento di Giustizia e Spiritualità, fondato nel 1987 da Abdessalam Yassine e ispirato al sufismo marocchino, si è da sempre schierato apertamente contro la Monarchia e per questo è considerato illegale. Secondo il fondatore del movimento, la dinastia regnante si è indebitamente appropriata di titoli religiosi come quello di “Comandante dei Credenti”, accentrando nelle sue mani sia il potere politico che quello religioso. L’obiettivo del movimento è dunque quello di fondare un Marocco su base religiosa, in cui il Re perda il suo ruolo di capo della Umma.

Foto di copertina di Magharebia Licenza: Attribution License