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Gli Yazidi: storia di una minoranza perseguitata

Nella sua folle corsa alla conquista dell’area siro-irachena, lo Stato Islamico ha cercato di epurare varie minoranze religiose, fino ad allora più o meno tollerate dagli Stati nazionali; tra queste gli yazidi, la cui storia è costellata di discriminazioni, hanno subito un sistematico tentativo di epurazione da parte dei jihadisti di IS

UN CULTO ANTICO – Oggi tristemente noti alla comunità internazionale per il massacro cui sono stati sottoposti dallo Stato Islamico, gli yazidi arricchiscono da secoli il mosaico culturale e religioso del Medio Oriente. Innanzitutto, è necessaria una precisazione: quella yazida non è un’etnia, bensì una religione, praticata nel mondo da non più di 700.000 fedeli. Gli yazidi appartengono difatti all’etnia curda, e curdo è il dialetto che essi parlano, il Kurmanji. La regione originaria di questa comunità è la stessa dove ancora vivono centinaia di migliaia di yazidi: l’Iraq nordoccidentale, dove è ubicata la più grande roccaforte della comunità, Sinjar, vicino al confine siriano. Gruppi più ristretti si stabilirono in origine anche nell’attuale Siria, Turchia, Iran, e nella regione caucasica, in particolar modo in Armenia e Georgia.

Gli yazidi sono monoteisti, ma il loro culto non è di origine abramitica e si distanzia dunque dai tre più grandi monoteismi: l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam. Le sue origini sono misteriose e gli yazidi indicano il ritrovamento di antichissime vestigia e l’estensione temporale del proprio calendario quali prove che il proprio sia il credo più antico al mondo. Al di là di supposizioni e leggende, lo yazidismo appare come una commistione di zoroastrismo, Islam, sufismo, cristianesimo e tratti culturali mesopotamici; la sua nascita quale religione a sé sarebbe da collocare nel XII secolo, quando la predicazione del teologo Sufi Shaikh ‘Adi b. Musafir iniziò ad amalgamarsi con i culti e le tradizioni locali, deviando così dall’ortodossia islamica e iniziando la formazione di una nuova fede, con le proprie tradizioni e il proprio universo mistico.

Shaikh ‘Adi è infatti una figura estremamente importante nel panorama yazida, tanto che la sua tomba a Lalish è meta di pellegrinaggio annuale. Secondo lo yazidismo, dopo la mera creazione, Dio avrebbe affidato il mondo a sette angeli, sue dirette emanazioni, tra i quali figura primariamente Tawsi Melek, l’Angelo Pavone, di cui ‘Adi è appunto considerata una reincarnazione. Nella teologia yazida, Tawsi Melek si sarebbe rifiutato di inchinarsi all’uomo, obbedendo al proprio Dio che gli aveva vietato di prostrarsi davanti a qualsiasi creatura. Il parallelismo con Lucifero, che negli altri monoteismi si ribellò a Dio e al progetto di creazione dell’uomo, cadendo così dal Paradiso, ha spesso portato a equivocare l’adorazione dell’angelo pavone con un culto satanico. Gli yazidi sono di fatti spesso stati definiti come ‘adoratori di Satana’, e come tali discriminati e ostracizzati.

Gli yazidi tendono a riunirsi in comunità non accessibili dall’esterno, cui non è possibile accedere per conversione, così come d’altro canto non è possibile per gli yazidi né convertirsi ad altri credo, né sposarsi fuori dalla stessa cerchia dei credenti. Il contatto con l’esterno non è ben giudicato, tanto che in passato gli yazidi si sono rifiutati di prestare servizio militare per il proprio Stato; inoltre, al fine di preservare la purezza del proprio bagaglio religioso e culturale, la scolarizzazione dei bambini nelle strutture statali è stata oggetto di divieto. Anche a livello sociale gli yazidi si distinguono dalla maggioranza della popolazione che li circonda, organizzandosi in rigide caste.

Il credo e gli usi e costumi yazidi sono stati tramandati oralmente per secoli; i due libri sacri yazidi li riportano fedelmente, ma è stato provato che essi non risalgono all’epoca di Shaikh ‘Adi come sostenuto dai fedeli, bensì furono scritti nel XX secolo da studiosi esterni alla comunità.

Fig. 1 – Uomini yazidi celebrano un rito religioso a Lalish

UNA STORIA DI PERSECUZIONI – Una delle ragioni della chiusura della comunità yazida è senza dubbio la persecuzione cui questa minoranza è stata soggetta nel corso della sua esistenza: fonti interne alla comunità – quali il sito yeziditruth.org – indicano che abbia subito nei secoli ben settantatré genocidi.

Durante l’era ottomana, violenze e discriminazioni sono state perpetuate impunemente ai danni degli yazidi poiché non soggetti allo status di tutela dedicata ad altre minoranze religiose, protette in quanto ‘Ahl al-Kitab’, Gente del Libro. Durante il XIX secolo, in un clima di crescente intolleranza religiosa, la comunità è stata oggetto di persecuzioni non solo da parte delle autorità ottomane, ma anche dei capi tribali curdi.

Il XX secolo è stato altrettanto buio per gli yazidi, sottoposti nel moderno Stato nazionale iracheno a persecuzioni sia in era monarchica sia repubblicana. Saddam Hussein non si è a sua volta risparmiato, inserendo gli yazidi nella sua strategia di arabizzazione del Paese, volta a falsare gli equilibri etnici nel nord nel tentativo di diminuire il potere curdo. Questa strategia si esplicò nella deportazione di curdi e yazidi dall’Iraq settentrionale, orchestrando una contemporanea occupazione araba dei territori da essi abitati. Queste numerose violenze hanno chiaramente determinato una diaspora della comunità yazida, con una particolare predilezione per la Germania. La caduta del regime di Hussein non ha poi determinato una tregua per ‘gli adoratori del pavone’, che hanno continuato a subire attacchi settari, seppur non per mano del governo.

Il 74° MASSACRO – L’epurazione della comunità yazida, colpevole nella logica di Da‘esh di non aderire all’Islam e di praticare culti satanici, rientra perfettamente nella strategia di omogeneizzazione religiosa ideata dai vertici dello Stato Islamico. Neanche due mesi dopo la proclamazione del califfato, nell’agosto 2014, gli uomini di Al-Baghdadi hanno assediato Sinjar, incontrando nessuna iniziale resistenza da parte delle forze Peshmerga curde, e costringendo alla fuga circa 200.000 tra i suoi abitanti. Alcune decine di migliaia di locali si sono rifugiati sul monte Sinjar, che domina l’omonima città, dove molti hanno trovato la morte a causa delle precarie condizioni. La campagna aerea americana, accompagnata dalla riabilitata resistenza opposta contro Da‘esh dai Peshmerga curdi, dalle forze curde siriane dell’Unità di Protezione Popolare (YPG) e da gruppi di combattenti yazidi ha permesso a circa 55.000 sfollati di mettersi in salvo, mentre Sinjar rimaneva nelle mani dei miliziani.

La volontà jihadista di eliminare la comunità yazida si è compiuta in questo frangente attraverso migliaia di esecuzioni, la distruzione dei luoghi di culto e la cattura di più di 6.000 prigionieri, tra cui numerosissime le donne e bambini. Mentre questi ultimi sono stati sottoposti a una rieducazione forzata all’estremismo islamico, Da‘esh ha fatto delle donne e ragazze yazide sopra i nove anni schiave sessuali per i propri combattenti. La vendita e la pratica dello schiavismo sono state realizzate seguendo precisi dettami e regole che i miliziani sostengono di trarre dalla legge islamica, la Shari‘a, anche se tale giustificazione è stata contestata dal resto del mondo islamico. Se schiavizzare le donne è un uso di guerra tristemente noto, la sua pratica contro una comunità endogamica come quella yazida è una tecnica appositamente studiata per condurre all’autodistruzione della stessa. Sebbene non sia proprio della dottrina yazida riabilitare le vittime di stupro, di fronte a una tragedia di tali proporzioni le autorità religiose hanno concesso la purificazione tramite pellegrinaggio alle vittime di violenza sessuale riuscite a scappare dalle mani dei loro aguzzini.

Nel novembre 2015, varie milizie curde, coadiuvate dai combattenti yazidi, hanno completato la liberazione di Sinjar dallo Stato Islamico. Ciononostante oggi, quasi due anni dopo, gran parte della città rimane in macerie e circa 3.400 yazidi, tra cui più di mille bambini, si trovano ancora nelle mani degli estremisti di IS. Centinaia di migliaia vivono in condizioni precarie nei campi profughi localizzati principalmente nei territori curdi, impossibilitati dal ritornare nelle proprie abitazioni. Migliaia hanno inoltre tentato la via dell’emigrazione verso altri paesi del Medio Oriente o dell’Europa.

Fig. 2- Una donna yazida in un campo profughi vicino a Sinjar

VOCI DI DENUNCIA – Fin dall’inizio di agosto 2014, questo ennesimo massacro contro la comunità yazida è stato reso noto ai media e alla comunità internazionale soprattutto grazie all’accorato e straziante appello davanti al Parlamento Iracheno di Vian Dakhil, parlamentare yazida del Partito Democratico Curdo (KDP). L’eco delle sue parole, giunte fino al Presidente USA Obama, ha contribuito a determinare un intervento che, seppure limitato nel tempo, come abbiamo visto ha sostenuto le forze locali nella messa in salvo di decine di migliaia di sfollati nell’area di Sinjar. Dakhil sta continuando a pieno ritmo la sua opera di sensibilizzazione internazionale e di sostegno locale, recandosi nei campi profughi dove vivono yazidi sfollati e liberati, raccogliendo testimonianze, fornendo aiuto e cercando di gestire, per quanto possibile, la liberazione dei prigionieri ancora nelle mani di IS.  A rendere pubbliche le violenze sofferte, oltre ai rapporti di varie organizzazioni umanitarie, vi sono anche due giovani yazide riuscite a scappare dallo schiavismo, Lamiya Aji Bashar e Nadia Murad, oggi ambasciatrice ONU, alle quali il Parlamento Europeo ha conferito il Premio Sacharov 2016 per la Libertà di pensiero.

Fig. 3- Vian Dakhil con alcune donne liberate dalla prigionia

Il massacro degli yazidi è stato inoltre ufficialmente catalogato come genocidio sia dall’Unione Europea sia dalle Nazioni Unite nel 2016: un passo tardivo ma importante nella punizione dei colpevoli, la cui giurisdizione non può peraltro essere deferita all’International Criminal Court, come sarebbe auspicabile, poiché l’Iraq non compare fra gli Stati firmatari dell’atto fondativo dell’ICC, lo Statuto di Roma.

Lorena Stella Martini

Un chicco in più

Yazda è un’organizzazione fondata negli Stati Uniti nel 2014 in seguito al massacro di Sinjar per proteggere gli yazidi, aiutare e riabilitare i sopravvissuti e prevenire l’insorgere di nuove violenze. A tal fine, il personale di Yazda è attivo sul campo sia in Iraq sia in Siria, dove fornisce assistenza umanitaria e servizi volti a ricostruire le comunità distrutte.

Coadiuvata dalla sopravvissuta Nadia Murad, l’avvocatessa Amal Clooney si sta impegnando come consulente legale e rappresentante internazionale di Yazda perché i responsabili del genocidio degli yazidi e dei crimini a esso correlati siano puniti, cercando una via per portare il caso davanti alla ICC dell’Aia.

 

Foto di copertina di DFID – UK Department for International Development Licenza: Attribution License