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USA e Corea del Nord. Ci siamo scordati i fondamentali della diplomazia?

L’intera questione di questi giorni tra USA e Corea del Nord potrebbe diventare un case study su cosa NON fare durante crisi internazionali

UN CASE STUDY AL NEGATIVO – Mentre il mondo osserva l’escalation delle dichiarazioni tra USA e Corea del Nord, ci si chiede fino a dove si arriverà e, soprattutto, se si rischia un vero conflitto. Il nucleo del problema di questi giorni tuttavia ruota attorno alla gestione della crisi, che appare approssimativa. Sembra infatti che almeno in campo statunitense ci si sia dimenticati dei fondamentali della diplomazia. In effetti, ci aspettiamo che in futuro esso diventi un vero e proprio case study su cosa NON fare quando si vuole risolvere una crisi internazionale.

Il principio di base è semplice e dipende sempre dal sistema delle cosiddette “3 tensioni” che abbiamo spiegato in un articolo scritto in collaborazione con il Torino World Affairs Institute sul ruolo del lato umano in una crisi: quando una delle parti di una disputa alza i toni e fa affermazioni pubbliche provocatorie, generalmente non può aspettarsi di ottenere una riduzione dei toni dall’altra parte. Ottiene piuttosto il contrario, come visto proprio in questi giorni.

Il perché dietro a tale dinamica è un po’ più complesso ma comunque vale la pena soffermarcisi sopra per spiegare alcune dinamiche non sempre evidenti all’opinione pubblica. Per farlo, semplificheremo alcuni aspetti per puntare a illustrare il concetto generale.

KIM JONG-UN – Da un lato abbiamo la figura del Presidente Nordcoreano Kim Jong-un, il quale considera l’ottenimento di un arsenale nucleare credibile come condizione necessaria per mantenere in sella sé e il suo regime. La sua strategia principale dunque è la deterrenza: non attaccatemi, perché ho armi potenti (o le avrò molto presto, comunque prima che possiate agire). Ogni sua dichiarazione, ogni sua azione, anche quelle più da showman (e che a volte appaiono a noi quasi “ridicole”) sono in realtà volte a proiettare un’immagine di forza e, soprattutto, di capacità di reazione anche superiore a quella reale. Kim non è necessariamente interessato a distruggere chiunque altro – sa, in fondo, che colpire davvero con un’arma atomica per primo su un vero bersaglio significa subire una fine peggiore, e non lo vuole – ma deve mostrare di essere capace di farlo per impedire ad altri di agire per primi su di lui. Dunque, di fronte al rischio di un attacco preventivo o altro mezzo per ottenere un cambio di regime, la sua reazione è: “non fatelo, o ve ne pentirete!”.

Dal suo punto di vista, una reazione blanda o parole concilianti non trasmettono sufficiente deterrenza. E di fronte a chi mette in dubbio le capacità nordcoreane, la sua risposta è sempre provocare maggiormente, per convincere il mondo – e dunque i suoi potenziali assalitori – che invece la sua minaccia è credibile.

L’equazione principe del suo attuale decision-making è semplice, per quanto terribile. Se mi credete forte, non mi attaccherete. Se mi credete debole, prima o poi lo farete. Quindi devo sembrare forte, fortissimo.

DONALD TRUMP – Dall’altro lato abbiamo il Presidente USA Donald Trump. Di lui in questi mesi abbiamo imparato quanto tenga in considerazione il mantenere un’apparenza di forza e decisione. Tra l’essere criticato per modi troppo netti e duri e l’essere criticato per essere un debole, il Presidente ha finora sempre scelto la prima opzione. Fa parte del suo personaggio, per come è sempre stato anche prima delle elezioni. Esso però, combinato alla sua tendenza a reagire a caldo tramite Twitter, risulta anche essere la causa delle problematiche odierne.

Normalmente il miglior modo per contrastare una posizione come quella nordcoreana è quello indicato da vari esperti, incluso un ottimo articolo dell’Economist: non minacciare un attacco preventivo contro di lui (tanto problematico come esecuzione, quanto dubbio come risultati), ma indicare chiaramente che se sarà Kim ad attaccare per primo, verrà distrutto. Questa, pur essendo una posizione dura, ha il pregio di rassicurare l’avversario che non verrà attaccato per primo, giocando invece sulla sua paura ad essere distrutto in caso di sua azione eccessiva.

 

MAD, O QUASI – Un tale equilibrio, precario come quello durante la Guerra Fredda e ora quello tra India e Pakistan, non risolve certo il problema alla radice (i toni forti e le occasionali provocazioni reciproche continuerebbero), ma contribuirebbe a rompere la girandola delle dichiarazioni di distruzione reciproca. E anche toni e provocazioni rimarrebbero sempre sotto una certa soglia, quella che entrambi i contendenti capirebbero essere nociva ai propri interessi, prima che a quelli dell’altro.

Invece, tale approccio per ora è stato ignorato, e questo proprio a causa del Presidente USA Donald Trump e al suo approccio che appare essere dominato da dinamiche infantili.

SPIRALE NEGATIVA – Di fronte a ogni una provocazione nordcoreana, invece di ragionare sul tipo di risposta che possa avere il migliore effetto in termini di durezza ed efficacia, Trump risponde d’istinto con un tweet ancora più aggressivo e, cosa peggiore a fini diplomatici, annunciando possibili azioni preventive. Proprio ciò che Kim teme maggiormente. E proprio per questo, invece di ottenere una riduzione dell’aggressività altrui, ne ottiene un rafforzamento.

Come prima spiegato infatti, di fronte alla minaccia di attacco e dichiarazioni circa la potenza superiore degli USA, Kim si sente di fatto obbligato ad alzare ulteriormente i toni, sperando, a sua volta, di spaventare gli USA a sufficienza per evitare tale attacco preventivo. E nuovamente, invece di ragionare su cosa sia più efficace rispondere, a sua volta Trump alza ulteriormente i toni e questo porta Kim a fare altrettanto. E così via.

STATE BUONI BAMBINI! – Teniamo presente che una parte di ciò è anche dovuta al fatto che entrambi i personaggi hanno probabilmente un ego smisurato e anche solo “perdere la faccia” in una discussione pubblica risulta per loro non accettabile. Paradossalmente però, anche qui è Kim che forse ha un approccio più razionale, perché tale postura è comunque coerente con la sua necessità di deterrenza. Per Trump invece, essa appare contrastare con gli interessi USA di evitare una escalation eccessiva.

Il rischio è che l’escalation delle provocazioni reciproche non faccia comprendere il superamento di linee rosse altrui. Una provocazione eccessiva di Kim, fatta per “spaventare” gli USA, potrebbe invece essere male interpretata come preparazione a un attacco vero, e portare a un attacco preventivo USA. Allo stesso modo una risposta troppo forte USA (ad esempio un eccessivo rafforzamento del dispiegamento militare) potrebbe essere letta da Kim come preludio a un inevitabile attacco, portandolo a pensare che solo un attacco vero possa essere sufficientemente convincente per evitarlo. Cosa che però a sua volta porterebbe alla risposta totale avversaria.

E’ per ora ancora una prospettiva lontana e la logica suggerisce altrimenti. Ma la pericolosità della situazione risiede nel fatto che quando i toni sono così alti ciò che gioca maggiormente non è la logica, ma la percezione. E, a volte, la percezione è errata.

 

GIU’ IL TELEFONINO! – Concludiamo con una domanda: come se ne esce?

Kim non è pazzo, ma è anche difficile che sia lui a fare una prima mossa distensiva. La sua strategia non è illogica, ma in questi anni ha mostrato come per lui non esista un limite a quanto in alto possa arrivare con le sue provocazioni e lo sviluppo recente di missili balistici forse capaci di portare armi nucleari indica che, purtroppo, la sua capacità di alzare i toni è in ascesa, così come i rischi di un calcolo sbagliato. Inoltre, abbassare i toni cozzerebbe anche con la retorica del suo regime di potersela “giocare alla pari” con chiunque. In altre parole, non sarà lui a farlo.

La soluzione deve quindi arrivare da parte avversa. Cioè dagli USA, e in particolare da Donald Trump, che prima di accendere il cellulare e accedere a Twitter, dovrebbe prima consultarsi con i suoi consiglieri, per provare un approccio diverso come quello sopra indicato. La deterrenza è possibile ma va pensata in maniera accurata per evitare il risultato opposto. Dopo di che, si potrà pensare a strategie di più lungo termine per una risoluzione diplomatica dell’intera crisi.

E’ per questo che la diplomazia è sempre meglio farla a porte chiuse, dove non c’è rischio di perdere la faccia davanti all’opinione pubblica, e non via tweet…

Lorenzo Nannetti

Un chicco in più

Alcuni nostri articoli sulla questione nordcoreana, consigliati da leggere o rileggere per ripercorrere come si è giunti a questa situazione:

Trump e la minaccia nucleare nordcoreana

Crisi nordcoreana: una complessa partita a poker

Test missilistici e sviluppo economico: il 2017 di Kim Jong Un