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Come previsto, la Corea del Nord ha deciso di “festeggiare” l’Independence Day statunitense con lanci multipli di missili nel Mar del Giappone. Fino a che punto vuole spingersi il regime di Kim-Jong-Il?

IL FATTO – Nell’Indipendence Day statunitense la Corea del Nord torna a sfidare la comunità internazionale e la Casa Bianca con lanci multipli di missili, tra cui un vettore balistico, al largo della costa orientale sul Mar del Giappone. La leadership di Pyongyang ha così confermato le aspettative di molti analisti internazionali che avevano previsto i possibili test con largo anticipo, come risposta alle sanzioni delle Nazioni Unite seguite al test nucleare nordcoreano del 25 maggio scorso. Giappone e Corea del Sud hanno inoltrato protesta formale, attraverso i canali diplomatici, a Pechino. La Cina è infatti un attore di primo piano nella regione, coinvolto nella questione data la possibilità di influire politicamente ed economicamente sulle decisioni di Pyongyang. Diverse sono però state, almeno nei toni, le dichiarazioni dei governi della zona: mentre rappresentanti giapponesi hanno rilasciato commenti incentrati sulla volontà di Tokyo di procedere per vie diplomatiche alla risoluzione della questione, differente è apparsa la presa di posizione dell’esecutivo della Corea del Sud. Seoul ha infatti chiarito che, grazie alla forte alleanza nel settore della Difesa con gli Stati Uniti, l’esercito sudcoreano è pronto ad affrontare le minacce e le provocazioni del governo di Pyongyang, lasciando così aperta un’opzione militare che potrebbe rivelarsi sufficiente affinché la leadership nordcoreana decida di sospendere temporaneamente i test missilistici o nucleari. La Casa Bianca ed il Dipartimento di Stato hanno invitato Pyongyang alla prudenza e a non aggravare una situazione che appare esser già abbastanza intricata. Secondo le dichiarazioni di un portavoce del Dipartimento di Stato, la Corea del Nord dovrebbe concentrarsi sui colloqui per la denuclearizzazione della penisola coreana e sull’applicazione degli impegni previsti dalla dichiarazione congiunta del 19 settembre 2005, che implicano la rinuncia al programma nucleare e la riadesione al Trattato di non proliferazione.

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LA RISPOSTA – Come previsto la Corea del Nord è tornata a farsi sentire in una delle date-simbolo per gli Stati Uniti. La reazione della Casa Bianca è apparsa molto misurata, così come quelle provenienti da Tokyo e da Seul. Non sarebbe comunque da escludersi la possibilità che proprio la Casa Bianca decida di chiedere una partecipazione più attiva della Cina sulla questione. Finora la leadership di Pechino ha sempre tentato di defilarsi, condannando nelle dichiarazioni i passati test missilistici senza per altro esercitare alcun tipo di pressione politica o diplomatica sul governo di Pyongyang. Resta comunque da verificare la reale volontà nordcoreana di alzare ulteriormente il livello di tensione. Questi test, preannunciati con largo anticipo da analisti e servizi di intelligence, non sembrano al momento aver smosso le acque più di quanto non siano già agitate. Il problema è questo: le decisioni della Corea del Nord potrebbero influenzare le politiche della Casa Bianca anche per le regioni limitrofe. Non sembra essere un caso, ad esempio, la dura presa di posizione di Barack Obama rispetto al divieto assoluto per Teheran di dotarsi di armi nucleari, riflesso diretto del timore che la questione nordcoreana abbia ricadute nefaste su situazioni spinose in altre zone del globo. 

Simone Comi redazione@ilcaffegeopolitico.it 5 luglio 2009 

Foto: in alto, un'immagine della capitale Pyongyang

Sotto: il dittatore nordocoreano Kim-Jong-Il

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Redazione

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