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Quel 2011 in Libia…

Sulla Libia, inutile raccontarsela. Quanto segue deriva dalle dichiarazioni di Frattini, del Generale Camporini, di comunicati stampa Eni e di colloqui che ho avuto con esponenti NATO in questi anni. Non c’è nulla di segreto, è tutto noto da tempo, in ogni caso si tratterà di una sintesi

L’iniziativa anglo-francese (su spinta principalmente francese) prese l’Italia alla sprovvista. In Libia i nostri Servizi erano concentrati nell’ovest del Paese, dove l’Eni aveva i maggiori interessi e quando le bandiere francesi apparvero a Bengasi e in altri centri abitati della Cirenaica, per noi fu una sorpresa, non avevamo colto i segnali precedenti. Sarkozy del resto informò gli altri leader europei con un colpo di teatro a un meeting d’emergenza, dicendo loro che, proprio mentre parlavano, gli aerei francesi erano in procinto di attaccare.

Fig. 2 – Un Tornado della RAF impegnato sulla Libia durante un rifornimento in volo

Gli USA volevano starne fuori, ma l’attacco anglo-francese mostrò ben presto inadeguatezza. In una settimana furono esaurite le scorte di munizioni e dovettero chiedere un rifornimento d’emergenza agli Stati Uniti – salvo scoprire inizialmente che le munizioni USA avevano un “attacco” che rendeva impossibile montarle sui cacciabombardieri francesi. Problema comunque risolto a breve. Gli aerei statunitensi, che fino a quel momento si limitavano a una azione di imposizione di una no-fly zone come anche altri Paesi (inclusa Italia) iniziarono poi ad agire anch’essi, per non lasciare l’azione degli alleati inefficace.
Comunque, tornando all’Italia, il Governo Berlusconi era stretto tra gli accordi precedentemente fatti con Gheddafi e i rapporti con gli alleati. L’Italia sapeva che anche se la rivolta contro Gheddafi era nata da questioni interne, la posizione francese puntava a sostituire Roma soprattutto in ambito energetico. Quando, necessitando di ulteriori appoggi e di basi più vicine alla Libia, venne chiesto di usare le basi NATO italiane, l’Italia rifiutò fino a che la Francia non minacciò di bombardare i siti di interesse per l’Eni. Berlusconi di fatto se ne lavò le mani e lasciò la decisione a Napolitano, che acconsentì. Nacque così – semplificando – la missione NATO Unified Protector.
A chi affidare il comando? Gli USA, dopo Afghanistan e Iraq, non volevano dare l’impressione di essere sempre loro a volere queste guerre, soprattutto in un caso come questo dove effettivamente l’avevano voluta altri. Un europeo non era possibile, perché nessun Paese in lizza avrebbe ceduto ad altri il comando, col rischio di vedere messi in pericolo i propri interessi. L’Italia non avrebbe accettato un francese o un britannico e questi non avrebbero accettato un italiano. La Germania si era tirata fuori (pur non vetando l’intervento – comunque non aveva particolari interessi da difendere in Libia), la Turchia aveva messo il veto solo su alcuni bersagli, altri non erano ritenuti avere sufficiente esperienza. Venne così scelto un non europeo e non USA: un canadese, il Generale Charles Bouchard.

Fig. 1 – Un AV-8B Harrier Plus della Marina Militare italiana durante l’operazione Unified Protector

La protezione dei siti Eni era condizione posta dall’Italia e così fu, anche se mi è stato raccontato che Bouchard non ne poteva più degli advisor italiani che gli dicevano dove colpire e dove no. Comunque di lì a poco l’Eni pubblicò un comunicato stampa dove affermava il supporto al Governo ribelle in Cirenaica, cosa che dopo la guerra ha pagato: l’Italia e l’Eni infatti non persero alcun asset in Libia e anzi il Ministro del Petrolio del primo esecutivo di transizione dopo Gheddafi fu, non a caso, un ex-dirigente Eni.
Gli interessi energetici italiani erano stati così tutelati (anche se per l’opinione pubblica questo non è mai stato chiaro) e ancora oggi l’Eni è il principale partner estero attivo nel Paese (in vari momenti è stato l’unico). Al contrario Francia e Gran Bretagna non ottennero mai i vantaggi che speravano, di fatto tagliati fuori dall’Italia che, per una volta, aveva giocato efficacemente d’anticipo. Ma è qui, subito dopo la caduta di Gheddafi, che comincia il disastro. Le forze NATO scoprono che Gheddafi aveva una quantità enorme di armi sparse nel Paese, molte più di quanto si pensasse. Non modernissime e non potentissime, ma ce n’erano tante, la sua “assicurazione” per armare velocemente mercenari dell’Africa subsahariana se necessario. La NATO propone un piano per il disarmo delle milizie e lo smaltimento dei depositi, ma due membri europei dell’Alleanza si oppongono (spoiler: non l’Italia), affermando che il ruolo NATO è terminato e che l’Alleanza non ha più nulla da fare in Libia. I due Paesi probabilmente non vogliono perdere altre posizioni e opportunità né spartire altro con gli alleati. Ma è un’illusione, perché di fatto senza il piano NATO non viene fatto nulla e i due Paesi vedono ogni speranza cozzare contro il disordine crescente. Inoltre, nel settembre 2012 l’attacco al compound diplomatico statunitense di Bengasi, in cui perde la vita l’Ambasciatore Chris Stevens, distrugge i tentativi dell’amministrazione Obama di stabilizzare il Paese e segna l’inizio dell’ascesa di pericolosi gruppi jihadisti in Cirenaica. Il resto (milizie che riprendono a combattersi, armi che vengono vendute a sud contribuendo agli scontri successivi, tra gli altri, in Mali e Nigeria, fino alla situazione attuale) lo conosciamo. Così come il tentativo della Francia di ottenere almeno in ritardo ciò che sperava in quel ormai lontano 2011.

Lorenzo Nannetti

Foto di copertina di David Holt London Licenza: Attribution-ShareAlike License