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La Nigeria e la lotta alla pirateria nel Golfo di Guinea

La recrudescenza del fenomeno della pirateria davanti alle coste della Nigeria ha costretto Abuja ad attivare una serie di provvedimenti volti alla repressione della minaccia, ma la vera problematica riguarda la mancanza di un coordinamento operativo tra i Paesi che si affacciano sul Golfo

I FATTORI CHE ATTIRANO I PIRATI – Il Golfo di Guinea continua oggigiorno ad essere uno dei tratti di mare più pericolosi per la sicurezza delle imbarcazioni e per l’incolumità degli equipaggi: solo nel 2017 il 22% degli attacchi globali è avvenuto proprio nel principale specchio d’acqua dell’Africa Occidentale. La costa, che si estende per più di 9.000 chilometri, si caratterizza per le ottime condizioni climatiche e per la presenza di insenature che creano dei porti naturali. Inoltre, il fondo marino ospita diversi giacimenti di idrocarburi e il mare è ricco di risorse ittiche tanto che negli anni i paesi della regione hanno sviluppato le proprie economie spinte dai settori del commercio marittimo e dell’estrazione di gas e petrolio. Queste risorse in concomitanza di una bassa attività di sicurezza marittima attirano e favoriscono le attività illegali come gli atti di pirateria, episodi di rapina armata, il traffico di armi e sostanze stupefacenti e il mercato nero del petrolio sottratto illegalmente alle navi cisterna.

Fig. 1 – Una piattaforma petrolifera in prossimità del porto di Lagos in Nigeria.

GLI ATTACCHI E I RAPIMENTI – Mediamente, un attacco è condotto da un gruppo di pirati che oscilla tra i 3 e i 15 membri imbarcati su due piccoli imbarcazioni capaci di raggiungere elevate velocità e muniti di armi automatiche e una scala. Se i veri e propri dirottamenti e sequestri di navi avvengono per lo più in alto mare di fronte alla Costa d’Avorio e a sud in concomitanza con le coste dell’Angola, è in prossimità del Delta del Niger che i pirati puntano a rapire il personale di bordo poiché ritengono il conseguente riscatto più remunerativo rispetto al valore della nave abbordata. In particolare, secondo il report riguardante i primi sei mesi del 2017, rilasciato dall’International Maritime Bureau (IMB), le acque territoriali nigeriane hanno guadagnato il triste primato di area con il più alto numero di rapimenti nei confronti del personale marittimo imbarcato su qualsiasi tipo di imbarcazione. Questo trend è altresì dimostrato dai seguenti dati: oltre alle 33 navi abbordate con successo e 4 tentativi di intimidazione mediante l’uso di armi da fuoco contro i natanti, nei primi sei mesi sono stati rapiti 31 membri di equipaggi di cinque navi. Le gravi ripercussioni d’immagine e soprattutto economiche – che come riferito dal Presidente della Camera dei Rappresentanti nigeriana Yakubu Dogara si stimano intorno ad una perdita annuale di 7 miliardi di dollari – hanno spinto il Governo Federale nigeriano ad attivarsi in due direzioni per arginare il fenomeno piratesco.

LA RISPOSTA MILITARE NIGERIANA – Il primo provvedimento riguarda l’utilizzo del dispositivo navale che ha portato alla creazione nell’aprile 2016 della missione in chiave anti pirateria denominata “Tsare Teku” a cui partecipano sei unità della marina militare nigeriana. Recentemente, lo Stato nigeriano ha prorogato il mandato di tale operazione fino al gennaio 2018 ritenendo che il compito di impedire gli attacchi verso il naviglio locale e internazionale nelle acque territoriali non fosse ancora terminato. Inoltre, sempre a riguardo del comparto militare, la Nigeria ha approvato un investimento di 186 milioni di dollari per l’acquisizione di tre elicotteri e dodici motovedette per agevolare il Nigerian Maritime Administration and Safety Agency (NIMASA) nella lotta alla pirateria e ad altre attività criminali nelle zone costiere del paese.

Fig. 2 – Un marinaio della Marina Militare Nigeriana in pattugliamento 

La seconda mossa concerne l’intenzione di approvare nel breve periodo due leggi in seno all’Assemblea Nazionale nigeriana: la prima è una vera e propria legge anti pirateria che disciplini puntualmente la fattispecie in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. La seconda porterebbe ad modificare una legge già esistente che regola le operazioni marittime in Nigeria. Con i nuovi emendamenti si andrebbe a migliorare il coordinamento di tutte le operazioni marittime, comprese anche quelle che contrastano la pirateria, all’interno delle acque territoriali e della Zona Economica Esclusiva. Inoltre tali futuri provvedimenti comprenderebbero l’istituzione di un fondo destinato alla copertura finanziaria per la sicurezza. All’interno del Golfo di Guinea la situazione è così preoccupante in termini di sicurezza che anche altri attori esterni alla regione hanno preso una posizione in merito.

LA PAURA DEGLI ARMATORI EUROPEI – Tra questi vi è l’Associazione della Comunità degli Armatori Europei (ECSA) che, proprio ultimamente, a fine giugno, ha emesso un comunicato per sensibilizzare tutte le parti in causa coinvolte nella pirateria e per approntare una medesima linea di condotta operativa rivolta ai soggetti nazionali, regionali, internazionali e alle compagnie di navigazione caratterizzata da alcune misure come: la messa a punto di un’attività di controllo dei mari più efficace, l’impiego di personale privato armato a bordo delle navi che transitano per il Golfo e la predisposizione da parte dei diciotto Stati regionali di un sistema giudiziario efficace e adatto a perseguire chi commette reati di pirateria e/o armed robbery.

Fig. 3 – Una petroliera alla fonda vicino a Port Harcourt in Nigeria

Anche l’Italia ha dato il proprio apporto, in una cornice internazionale, alla possibile risoluzione della principale questione di sicurezza marittima che attanaglia l’Africa Occidentale. Infatti, il nostro paese, in qualità di Presidente del G7, ha ospitato dal 26 al 27 giugno, a Roma, la Conferenza internazionale G7 Friends of the Gulf of Guinea Group.

Fig. 4 – Il logo del G7 presieduto dall’Italia

LE OPZIONI DEL G7 SULLA PIRATERIA NEL GOLFO – Il meeting, a cui hanno preso parte 120 partecipanti provenienti da oltre 40 Paesi, Organizzazioni Regionali, ONG e aziende internazionali, ha posto l’accento su due aspetti. Il primo ha riguardato l’importanza dei membri del G7 nel rivestire il ruolo di donors in grado di fornire i mezzi economici e tecnici ai paesi del Golfo così che quest’ultimi possano riformare e/o rafforzare i settori nevralgici della pubblica amministrazione impegnate nella lotta al fenomeno piratesco come quello della giustizia e della difesa nazionale. Il secondo è incentrato sulla necessità di sviluppare un maggiore coordinamento su tutti i livelli – internazionale, regionale e nazionale – tra i soggetti “colpiti” dalla tematica della sicurezza marittima utilizzando per esempio i canali di comunicazione e relazione già esistenti delle organizzazioni regionali africane come l’Economic Comunity of West African States (ECOWAS) e il Gulf of Guinea Commission (GGC) – istituito per promuovere la pace e lo sviluppo socio-economico della zona – e l’Economic Community of Central African States (ECCAS). In conclusione, nonostante la Nigeria si sia arrogato un ruolo di vertice nella lotta alla pirateria, visto che è il principale paese afflitto da tale minaccia, è altresì fondamentale che un’unica e integrata strategia in materia di sicurezza marittima venga adottata da tutti gli Stati facenti parte della regione, poiché qualsiasi altro dispendioso sforzo svolto autonomamente non potrà garantire la sconfitta dei pirati e la cessazione di ogni altra attività illegale.

Giulio Giomi

Un chicco in più

ECOWAS, GGC e ECCAS hanno dato vita ad un memorandum of understanding nel giugno del 2013 con il quale si è dato il via libera alla creazione di un centro di coordinamento interregionale sulla sicurezza marittima a Yaoundé, capitale del Cameroon. Questo centro coopera con altri due enti che svolgono il medesimo compito a Pointe Noire in Congo e a Abidjan in Costa d’Avorio. 

Foto di copertina di theglobalpanorama Licenza: Attribution-ShareAlike License

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