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Gabon, il potere si chiama Bongo

Uno degli Stati africani più sviluppati, il Gabon, è ricco di risorse petrolifere con una delle economie più fiorenti del continente. Nonostante ciò, da 50 anni la struttura democratica del Paese viene messa a dura prova dalla famiglia Bongo

SCONTRI POST-ELETTORALI Nonostante il Gabon sia uno dei paesi africani con maggiore stabilità politica, nella sua storia ha dovuto affrontare più emergenze per azioni di rivolta dovute a presunti o reali brogli elettorali. La più grande crisi politica affrontata dal Paese tuttavia è quella creatasi dopo le elezioni dello scorso agosto. La maggior parte delle violenze si è verificata nella capitale Libreville, ma il resto della nazione non è rimasto immune alle rivolte. Circa mille persone sono state arrestate nella capitale nei giorni seguenti la pubblicazione dei risultati elettorali e opposizione e governo si sono accusati reciprocamente di violenza ai danni della popolazione. Parte dell’edificio dell’Assemblea Nazionale è stato dato alle fiamme e si sono costruite barricate nella capitale per affrontare le forze dell’ordine messe in allerta dagli eloquenti segnali captati prima dello svolgimento delle elezioni. Gran parte della popolazione infatti, nei giorni precedenti alla tornata elettorale, aveva deciso di fare rifornimento di viveri per affrontare una possibile emergenza nel post elezioni. Il leader dell’opposizione Jean Ping ha inoltre riferito che la sede del suo partito è stata vittima di un attacco, sarebbe infatti stata bombardata da un elicottero della guardia presidenziale. La natura degli scontri tuttavia non sarebbe da ricondurre solamente al risultato delle elezioni, ma avrebbe radici meno recenti. Il brusco calo del prezzo del greggio nei mesi antecedenti alle elezioni, ed il conseguente taglio alla spesa pubblica, avrebbe in primis creato un malcontento generale tra la popolazione, preoccupata per la situazione di incertezza ed avrebbe poi rafforzato l’opposizione nell’accusa al governo della mancanza di politiche a sostegno delle classi sociali meno abbienti. La lettura della crisi gabonese è più complicata di quanto all’apparenza possa sembrare: non si tratta di una crisi istituzionale, bensì dell’incapacità da parte del governo di adeguarsi istituzionalmente ed economicamente alla realtà odierna, purtroppo indecifrabile e mutevole, rimanendo ancorato ad una modo di guidare il Paese piuttosto antiquato e non al passo con i tempi.

Fig. 1 – Soldati raggiungono centro di Libreville dopo elezioni.

INTERVENTO DELLA CPIDall’inizio della crisi in Gabon, sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti hanno più volte chiesto chiarezza sul conteggio dei voti delle elezioni appena svoltesi, sia il rispetto dei diritti umani troppo spesso calpestati durante la repressione delle rivolte. Ai due soggetti internazionali sopra citati si sono unite l’Unione Africana e la Comunità Economica dell’Africa nella richiesta di maggior chiarezza e della pubblicazione dei risultati seggio per seggio in modo da garantire una perfetta trasparenza. A questi appelli le autorità gabonesi hanno risposto incendiando le schede elettorali rendendo così vana ogni possibilità di verifica della buona conduzione delle elezioni. L’intervento della Corte Penale Internazionale, in seguito alle accuse di “incitamento al genocidio e crimini contro l’umanità” che si sono scambiati reciprocamente governo e opposizione, non si è fatto attendere. Il 20 giugno 2017 la Corte ha inviato in Gabon tre analisti per una analisi preliminare del caso. Questi sono rimasti nel Paese per circa due giorni raccogliendo prove ed interrogando vari membri di governo, opposizione e cancellerie occidentali.

Fig.2 – Jean Ping scortato da sostenitori politici e guardie del corpo.

Il risultato di questi incontri, secondo quanto dichiarato da Mamady Ba, responsabile relazioni internazionali presso l’ufficio del procuratore della Corte Penale Internazionale, è che: “Non è stata aperta alcun’inchiesta, gli  esperti della CPI non sono dei giudici”. Sicuramente la situazione politica  poco trasparente è figlia di illeciti perpetrati ai danni della popolazione e delle istituzioni. Sarà la comunità internazionale a decidere se e come intervenire in proposito, grazie soprattutto ai dati raccolti dagli analisti della CPI.

AL POTERE PER TRADIZIONE – La famiglia Bongo occupa le cariche più alte dello stato del Gabon da più di 40 anni. Nel 1968 Omar Bongo, padre dell’attuale Presidente del Gabon, Ali Bongo, assume la carica più alta del Paese succedendo a Léon M’Ba. Persona di grande carisma guida il Gabon fino al 2009, anno della sua morte, guadagnandosi il titolo di Presidente più longevo al mondo. Poco più di quaranta anni di potere non sono stati il frutto di una lunga dittatura, bensì una conseguenza di ripetute vittorie alle elezioni dal 1973 al 2005, poiché la legge del Gabon non pone limiti ai mandati presidenziali. Sotto la guida del “padre del Gabon”, lo stato africano ha superato non poche crisi rimanendo tuttavia uno degli stati più sviluppati del continente. Sin dal raggiungimento del potere, Omar Bongo, è stato uno del leader africani più vicini all’Occidente, in particolare alla Francia ed attore di rilievo all’interno della Françafrique, politica di cooperazione che lega a doppio filo Parigi alle sue ex colonie africaneAli Bongo, avvocato di professione, laureato a Parigi e membro attivo del Partito Democratico Gabonese (partito principale del Gabon dal 1968), succede nel 2009 al padre Omar, dopo un breve periodo di transizione, per mezzo di regolari elezioni i cui risultati sono stati fortemente contestati dai partiti di opposizione al governo.

Fig. 3 – Ali Bongo durante la finale della scorsa edizione di Coppa d’Africa

SITUAZIONE ECONOMICA – Nonostante il Gabon abbia un reddito medio pro-capite relativamente elevato (15.000 US$ circa nel 2014), e ciò permetta di essere incluso nella lista dei Paesi a reddito medio, il Paese centro-africano è caratterizzato da una notevole disparità economica tra le classi sociali e carenze infrastrutturali. In passato infatti Omar Bongo, tendendo la mano alle potenze occidentali, ha garantito la crescita del settore petrolifero che è diventato uno tra i più importanti del continente (4/5 delle esportazioni) e di quello minerario. Tuttavia, applicando un liberismo scellerato, ha permesso a nazioni quali ad esempio la Francia di controllare queste risorse a suo favore garantendo alla famiglia Bongo, e di conseguenza al Gabon, una ricca ricompensa per lo sfruttamento.

Fig. 4 – Palazzo del Governo Libreville

Solo ultimamente  il Gabon sta cercando di correre ai ripari tentando di ampliare le proprie quote di partecipazione nelle società di estrazione sia petrolifera che mineraria, introducendo un programma di incenti all’agricoltura (uno dei settori più carenti) ed un potenziamento del settore industriale. Sebbene siano presenti molti problemi sia di gestione delle risorse sia di sviluppo di manodopera di qualità, la bilancia commerciale del Paese è ancora adesso in attivo con le esportazioni di minerali che superano di gran lunga le importazioni caratterizzate soprattutto da generi alimentari e prodotti industriali.

Matteo Lazzari

Un chicco in più

Di male in peggio. La crisi politico-istituzionale, i crimini di guerra e la situazione di profonda incertezza che regna sovrana in Gabon, hanno condotto l’agenzia Moody’s verso un’analisi molto negativa del Paese. Il Gabon, lo scorso 14 luglio è stato declassato da B1 a B3 (dal primo all’ultimo posto della sezione “Scarsa Qualità” del ranking Moody’s, ovvero titoli dalla solidità molto scarsa e dipendenti da un contesto favorevole) mantenendo oltretutto molte “prospettive negative”.

Foto di copertina: Ali Bongo Ondimba, President of the Gabonese Republic by Chatham House, London – Licenza CC su Flickr

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