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Kirghizistan: un fragile ponte fra Cina e Russia

In 3 sorsi – Nello spazio geopolitico ex sovietico, il Kirghizistan rappresenta uno snodo cruciale sia per i contatti storici con la Russia che per i rapporti commerciali con la Cina. Quest’ultima sta investendo notevolmente in questo Paese dell’Asia centrale, nonostante i grossi problemi interni di Bishkek che rischiano di avere gravi ripercussioni per l’intera regione

1. UNA TURBOLENTA SITUAZIONE INTERNA – Tra le varie repubbliche ex sovietiche, il Kirghizistan rimane il Paese politicamente più instabile. Un’instabilità iniziata negli ultimi anni del lunghissimo “regno” di Askar Akayev (ultimo Presidente dell’epoca sovietica e il primo dopo l’indipendenza dell’agosto 1991), terminato con la sua cacciata in seguito alla cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” dopo le contestate elezioni del 2005. Il suo successore Kurmanbek Bakiyev (leader dell’opposizione ad Akayev) durò solo 5 anni, anche lui travolto da una “minirivoluzione” nel 2010, che causò inoltre violenti scontri nel sud del Paese tra i kirghisi e la minoranza uzbeka. Dopodiché Presidente divenne una donna (per la prima volta nella storia in un Paese ex sovietico): Roza Otunbayeva. Ma l’anno dopo essa non si presentò alle elezioni presidenziali spianando la strada all’attuale Presidente Almazbek Atanbayev. Quindi una situazione politica estremamente instabile, una classe dirigente estremamente corrotta (il Kirghizistan risulta essere al 123° posto su 167 nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International) e i recenti conflitti interetnici rendono il Paese un punto molto instabile nella già martoriata regione (Tajikistan in primis). Tutto questo ha notevoli conseguenze per entrambi i due giganti geopolitici confinanti: la Russia ma soprattutto la Cina, visto che il Kirghizistan confina con la regione dello Xinjiang, dove Pechino teme infiltrazioni di terroristi e narcotrafficanti con notevoli problemi di sicurezza interna.

Fig. 1 – Il Premier kirghiso Sooronbay Jeenbekov (a destra) insieme al Primo Ministro russo Dmitry Medvedev durante un recente vertice dell’Unione Economica Eurasiatica, marzo 2017

2. MOSCA, UN PARTNER GEOPOLITICO PER BISHKEK – Anzitutto, bisogna sottolineare che Mosca rimane un importante partner commerciale e politico per il Kirghizistan, maggiormente dal 2010, cioè da quando essa ha dato un notevole sostegno finanziario e militare al nuovo Governo post-Bakiyev. Due delle maggiori compagnie energetiche, Rosneft e Gazprom, nonostante le recenti sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea, investono molto nel Paese. Nell’agosto del 2014, Mosca ha anche dato aiuti finanziari di circa 500 milioni di dollari a Bishkek, nel tentativo di accelerare la sua integrazione all’interno dell’Unione Economica Eurasiatica (unione economica che comprende diversi Stati  dell’ex URSS). Dal punto di vista militare, Mosca ha aumentato la presenza delle sue forze armate in Kirghizistan, in coincidenza con la chiusura della base militare americana a Manas (sorta nel 2001 in seguito all’invasione dell’Afghanistan). Secondo Alexander Cooley, professore di Scienze politiche della Columbia University, la chiusura della base americana ha rappresentato l’inizio del ritorno di Bishkek a essere dipendente da Mosca. Ciò è dovuto anche alla presenza militare straniera nel resto della regione che ha spinto il Governo russo a diventare più attivo, conclude Cooley.

Fig. 2 – Visita di Leonid Brezhnev a Bishkek nell’ottobre 1971. Il passato regime sovietico viene ancora visto con nostalgia da molti kirghisi

3. BISHKEK, PECHINO E LA ” NUOVA VIA DELLA SETA” – Ma ormai il Kirghizistan non è solo importante per Mosca, ma anche per l’altro gigante geopolitico confinante, cioè la Cina. Questo perché, tra i tanti appalti che il Governo kirghiso sta cedendo alle imprese cinesi per la costruzione di infrastrutture, vi è quello dell’autostrada che collegherebbe Pechino con l’Europa occidentale, ribattezzata dalla stampa internazionale come “Nuova Via della Seta”. Sembrerebbe il classico modello “win-win”, l’investimento dall’alto che promette di far contenti tutti, ma in realtà non è così. C’è infatti da sottolineare che, fra i kirghisi, molti non vedono di buon occhio questo megaprogetto di Pechino. Le motivazioni sono tante: in primis, la non concessione dei lavori a ditte locali, poi l’elargizione di mazzette al già corrotto ceto politico di Bishkek, e infine un po’ di classico vittimismo post-sovietico, secondo cui Pechino è diventata una grande potenza geopolitica solo grazie al crollo dell’URSS. Al di là di tutto, comunque, il progetto che la Cina sta portando avanti in Asia centrale è considerato da molti come la prima iniziativa rilevante di Pechino per cambiare gli assetti internazionali del nuovo secolo.

Andrea Costanzo

Un chicco in più

Nella nuova autostrada che sta costruendo in Kirghizistan, Pechino ha investito circa 855 milioni di dollari tramite la Export-Import Bank of China. Secondo l’accordo stipulato  con il Governo kirghiso, il 30% degli operai saranno cinesi e il 70% kirghisi.

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