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Il Lago d’Aral [II]: tentativi di recupero ambientale

Negli ultimi venticinque anni ci sono state diverse iniziative (peraltro ancora in corso di attuazione) che, sotto il controllo delle Nazioni Unite e di altre istituzioni internazionali, hanno tentato di recuperare l’area del Lago d’Aral o di arrestare il suo decadimento ambientale

Dopo l’analisi delle origini dottrinali e normative della catastrofe ecologica, diamo dunque un’occhiata ai vari progetti di bonifica dell’era post-sovietica.

TENTATIVI INTERNAZIONALI DI ARGINARE IL DEGRADO – Risale al 1992 il progetto di cooperazione tra la Banca Mondiale e le cinque repubbliche ex-sovietiche più Afghanistan e Iran per fermare il degrado del Lago Aral. Conosciuto come Aral Sea Basin Assistance Program (ASBP), il progetto era opera di un consorzio di organizzazioni internazionali e mirava a dare risultati tangibili in 15-20 anni.

Il piano fu gestito dall’International Fund for Saving the Aral Sea (IFAS), mentre la Banca Mondiale doveva svolgere un ruolo di controllo. L’ultima parte del progetto si intitolava “Programma di azioni specifiche per risolvere la situazione sociale ed ecologica nel bacino del Lago d’Aral dal 2003 al 2010” ed includeva risorse per il recupero del’area sia sul piano ambientale sia su quello socio-economico. Inoltre prevedeva aiuti per la creazione di una struttura di welfare che consentisse alla popolazione di sopravvivere senza difficoltà in attesa di un recupero, seppur parziale, del territorio. L’Unione Europea contribuì marginalmente alla realizzazione del progetto e si occupò principalmente di intavolare una discussione fra le parti mirato alla firma di un trattato internazionale vero e proprio atto a tutelare gli interessi della regione.

La sigla dell’accordo di Alma-Ata del 18 febbraio 1992 (Agreement on Cooperation in the Management, Utilization and Protection of Water Resources in Interstate Sources) avrebbe dovuto essere il punto di svolta per il futuro del Lago d’Aral. Le parti riconobbero che «solo attraverso l’unificazione e il coordinamento dell’azione» sarebbe stato possibile gestire efficacemente le risorse idriche della regione, per la cui gestione e salvaguardia fu istituito un apposito programma al quale avrebbero dovuto partecipare delegati di tutti i Paesi firmatari. Il trattato di Alma-Ata rimase un interessante tentativo di collaborazione e di dialogo tra i Paesi del bacino dell’Aral. Per giustificare gli aiuti chiesti alla Banca mondiale per il programma di gestione delle risorse idriche i cinque Paesi centro-asiatici istituirono, oltre all’IFAS, anche l’Interstate Council for Addressing the Aral Sea Crisis (ICAS). L’ICAS era composto da 25 rappresentanti di primo livello dei cinque Paesi che, con cadenza biennale, si occupavano di «discu[tere], avvicinare le posizioni fra i Paesi membri e scegliere programmi, politiche e proposte normative provenienti dall’UE».

Fig. 1 – Un pescatore kazako cattura delle prede nelle acque del Lago d’Aral. La foto è del 2007 e quindi successiva ai vari programmi per il recupero ambientale della regione

La natura e i poteri dell’istituzione non furono però configurati completamente e alcune funzioni dell’ICAS si sovrapposero a quelle dell’Interstate Water Management Coordinating Commission (IWMCC), creata anch’essa alla conferenza di Alma-Ata del 1992. L’ICAS sovrintendeva due organizzazioni, la Interstate Commission Water Coordination (ICWC) e la Sustainable Development Commission (SDC). All’ICWC si impose l’obbligo di riunirsi cinque volte l’anno per esaminare le proposte di riorganizzazione delle risorse idriche dei Paesi firmatari sulla base delle regole stabilite dall’ultimo piano sovietico del 1991, concentrato sulla salvaguardia di ciò che era rimasto del territorio “pre-riconversione ambientale”, al fine di monitorare il livello dell’acqua del lago e possibilmente lavorare per innalzarlo.

Le direttive dell’ICWC vertevano sul controllo dei servizi di fornitura di energia idroelettrica e sul monitoraggio dei livelli dell’acqua e manutenzione dei canali di irrigazione e approvvigionamento; le decisioni venivano poi attuate da due Basin Valley Organizations (BVOs, in russo Basseynovoye vodokhozyaystvennoye ob yedineniye), una relativa al fiume Syrdarya e una relativa al fiume Amudarya. Lo U.S. Agency for International Development (USAID) riscontrò come i BVOs fossero «seriamente sottofinanziati», a causa dei continui aiuti economici di cui necessitava l’attuazione dei loro progetti negli anni dal 1993 al 1998, oltre a presentare dubbi sull’effettiva efficacia dei programmi di tutela e riorganizzazione ambientale. L’USAID lavorò a stretto contatto con lInterstate Council for Kazakhstan, Kirghyzstan and Uzbekistan (ICKKU), una sorta di sovrintendenza dei lavori svolti nei Paesi attraversati dal fiume Syrdarya nel caso si dimostrassero incapaci di raggiungere una soluzione di compromesso tra utilizzo delle risorse idriche e sostenibilità ambientale. L’IFAS invece si occupava di strumenti attuativi per la tutela del solo Lago d’Aral ed era finanziato con quote del PNL di Kazakhstan, Turkmenistan, Uzbekistan (0,3%), Kyrgyzstan e Tajikistan (0,1%), oltre ad avere un ufficio addetto al reperimento dei fondi presso altre organizzazioni internazionali.

RENDERE NOTO IL PROBLEMA – Le direttive generali sullo sviluppo sostenibile delle attività economiche del territorio poneva l’attenzione sui seguenti punti essenziali: mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le complesse problematiche dell’area; apportare significativi miglioramenti alle condizioni ambientali generali, in collaborazione con le organizzazioni internazionali coinvolte; ricostruire le attività produttive preesistenti alla “riconversione ambientale” sovietica in prossimità del delta dei due grandi affluenti del lago; implementare le relazioni interetniche; rendere ecosostenibile il continuo approvvigionamento di acqua dolce alle popolazioni locali; incoraggiare l’incremento dei flussi turistici.

La supervisione dei lavori di IFAS e ICAS venne affidata alla Banca Mondiale, allo United Nations Development Program (UNDP) e allo United Nations Environment Program (UNEP).

Ciononostante, la necessità di avere un maggiore controllo sulla effettiva attuazione delle decisioni collegiali, manifestato soprattutto dalla Banca Mondiale che elargiva una buona fetta dei fondi, portò alla firma il 26 marzo 1993 di un nuovo accordo tra i Paesi del bacino dell’Aral e le organizzazioni internazionali interessate, oltre a un nuovo organismo di raccordo che elaborasse e attuasse i provvedimenti necessari alla potenziale rinascita dell’area. Come stabilito dell’articolo 3 del trattato, la Russia doveva partecipare come osservatore esterno interessato ed eventualmente fornire assistenza tecnica e finanziaria. Fu stabilito che la SDC avrebbe lavorato in collaborazione con la Executive Committee of the ICAS (EC-ICAS) per sviluppare i piani esposti dall’ASBP.

Altre organizzazioni interessate ai lavori di recupero furono: la Central Asian Economic Community (CAEC), istituita nel 1994 e formata da rappresentanti di Kazakhstan, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Tajikistan (dal 1998) e Russia (dal 2004); la Shangai Cooperation Organization (SCO), formata dagli stessi paesi più la Cina e avente scopi militari; il Commonwealth of Independent States Collective Security Treaty (CIS), fondata il 15 maggio 1992 da Kazakhstan, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Tajikistan, Russia, Armenia, Georgia e Bielorussia, operativo dal 20 aprile 1994 e con finalità di ricerca prevalentemente a scopi militari.

Fig. 2 – Dipendenti di un’azienda ittica kazaka al lavoro in un bacino vicino al Lago d’Aral. Negli ultimi anni il settore della pesca locale ha mostrato segni di ripresa dopo la crisi dei decenni scorsi

SPERANZE PER IL FUTURO – La Banca Mondiale sosteneva la necessità di «una forte collaborazione per l’implementazione del progetto [di risanamento ambientale] e di una sistematica [opera] di costruzione del consenso rispetto alle politiche ambientali».

La mobilitazione internazionale per la riconversione e bonifica ambientale del Lago d’Aral è tra le più imponenti e le più onerose degli ultimi 25 anni; i complessi rapporti tra i Paesi dell’area e l’utilizzo non di rado illecito dei fondi internazionali hanno fino ad oggi limitato gli effetti positivi della nuova politica ambientale sul territorio, ma non tutto è perduto. Il Governo kazako si è mosso per un’opera di risanamento del Piccolo Aral; dopo diversi tentativi per trattenere le acque di questa porzione di lago, alcune mura in cemento sembrano essere riuscite nell’ultimo decennio in questo intento. Il livello delle acque è sensibilmente aumentato e il Governo si è impegnato nel mantenimento di un flusso costante di acque dal fiume Syrdarya; l’industria ittica è inoltre resuscitata dopo anni di abbandono. Per quanto concerne il Grande Aral, sulle sponde meridionali del Lago si vedono ancora pesantemente gli effetti dell’ecocidio perpetrato in epoca sovietica, e senza una corretta azione da parte dei singoli Stati, quelle zone sono destinate a morire.

Senza l’aiuto della Banca Mondiale e la supervisione delle citate organizzazioni internazionali è ragionevole prevedere che l’assenza di volontà politica e di interesse da parte dei governi dei Paesi interessati, specialmente Kazakhstan e Uzbekistan, verso politiche ambientali a lungo termine non solo finalizzate all’immediato sviluppo di attività economiche (spesso inficiate dalla corruzione dei pubblici funzionari), non potranno che vanificare i progressi compiuti negli anni duemila a sostegno dell’ecosistema dell’area e il pericolo di completa desertificazione potrebbe drammaticamente concretizzarsi.

Emiliano Vitti

Un chicco in piu

La mission dell’IFAS è il coordinamento della cooperazione al fine di utilizzare in modo più efficace le risorse idriche esistenti e migliorare la situazione ambientale e socioeconomica nel bacino del Lago d’Aral. Inoltre l’organizzazione vuole essere una piattaforma di dialogo tra i Paesi dell’Asia centrale e la comunità internazionale.

Foto di copertina di PhillipC Licenza: Attribution License