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In 3 sorsi – Khaltmaa Battulga, ex Ministro per l’Agricoltura e l’Industria, è diventato il nuovo Presidente della Repubblica Mongola a seguito del secondo e ultimo turno delle elezioni presidenziali. Al centro della sua agenda populista ci sono maggiore controllo sulle vaste risorse minerarie del Paese e scetticismo verso i rapporti economici con la Cina

1. MONGOLIA IN CRISI  Sono tre i candidati che si sono sfidati nella lunga campagna elettorale iniziata nel giugno scorso: Khaltmaa Battulga, rappresentante del Partito Democratico (PD), famoso per far parte della squadra nazionale di sambo (arte marziale di origine sovietica) e per aver sponsorizzato una statua di Genghis Khan in acciaio inossidabile alta 40 metri; Miyeegombyn Enkhbold, candidato del Partito del Popolo Mongolo (PPM), ex Primo Ministro e sindaco della capitale Ulan Bator; e Sainkhüügiin Ganbaatar, esponenente del Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo (PRPM), praticante del feng shui ed ex sindacalista. In un report sulle elezioni presidenziali, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha sottolineato come durante i venti giorni di campagna elettorale siano emersi sentimenti xenofobi e voci su possibili episodi di corruzione che vedono coinvolti i candidati alla presidenza. Queste elezioni si inseriscono in un contesto economico particolare per la Mongolia che sta vedendo una debole crescita del prodotto interno lordo (PIL), un Foreign Direct Investiment (FDI) in forte dimuzione e un rapido aumento della disoccupazione. Negli anni 2011 e 2012 il Paese ha registrato il PIL con il più alto tasso di crescita al mondo (+17.3%). Successivamente però la situazione si è decisamente ribaltata: una continua diminuzione del prezzo del carbone – che rappresenta una grossa fetta delle esportazioni mongole – e una serie di manovre protezionistiche dei Governi precedenti per diminuire il controllo straniero sulle ricche miniere del Paese hanno frenato lo sviluppo economico. Altro fattore decisivo è quello della dipendenza economica dalla Cina: un’analisi di China Briefing stima infatti che il Regno di Mezzo accolga circa l’80% delle esportazioni mongole e che circa il 30% delle importazioni provenga dal Dragone Rosso. La recente transizione cinese verso un new normal economico ha quindi avuto forti ripercussioni sull’economia mongola: la domanda  di materie prime è fortemente diminuita rispetto agli anni precedenti e sia il 2015 che il 2016 sono stati anni difficili il Paese.

MONGOLIA-ELECTION

Fig. 1 – I tre candidati alle elezioni presidenziali mongole partecipano a un dibattito televisivo lo scorso 24 giugno. Da sinistra: Sainkhüügiin Ganbaatar, Miyeegombyn Enkhbold e Khaltmaa Battulga

2. IL PRIMO TURNO E IL BALLOTTAGGIO  La ripresa economica del Paese ed il rapporto di dipendenza dalla Cina sono infatti stati i temi cruciali di queste elezioni. Ganbaatar, il candidato del Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo, è stato dipinto come molto critico del ruolo cinese nell’economia mongola e insoddisfatto degli accordi con il gigante minerario anglo-australiano Rio Tinto, in particolare di quelli che interessano il grande giacimento di oro e rame di Oyu Tolgoi. Anche Battulga, ex Ministro dei trasporti e rappresentante del Parito Democratico, con lo slogan “Mongolia First“, ha promesso un maggiore controllo sulle vaste risorse minerarie del Paese, mentre il candidato favorito Enkhbold, esponente del Partito del Popolo Mongolo, ha promesso stabilità, in riferimento al recente piano di salvataggio per risollevare le sorti economiche del Paese dal  valore complessivo di 5.5 miliardi di dollari in cui sono coinvolti, tra gli altri,  il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che da solo presterà circa 425 milioni pagabili in 10 anni, la Banca Mondiale, l’Asian Development Bank e vari Paesi asiatici come Corea del Sud e Giappone. I risultati elettorali del 26 giugno 2017 hanno visto emergere Battulga (PD) con il 38.1% dei voti, seguito da Enkhbold (PPM) con il 30.3%. La differenza tra i candidati del PPM e del PRPM è stata di meno di 2000 voti: il l’outsider Ganbaatar ha raggiunto infatti il 30.2% del totale. Nessuno dei tre candidati ha però raggiunto la maggioranza assoluta necessaria a determinare la vittoria. I cittadini mongoli sono quindi tornati alle urne il 9 luglio in quello che è stato il primo ballottaggio dal 1992 – anno in cui sono iniziate le elezioni democratiche in Mongolia – per scegliere uno tra i due candidati che aveva ottenuto il maggior numero di voti al primo turno, cioè Khaltmaa Battulga e Miyeegombyn Enkhbold. Quest’ultimo, candidato favorito e rappresentante del partito che governa la Mongolia dal giugno dello scorso anno, ha forse risentito delle misure di austerity che la sua coalizione ha cercato di promuovere per contrastare un’economia stagnante: la vittoria finale è infatti andata al candidato di centro-destra Khaltmaa Battulga con il 50.6% dei voti, che sostituisce così Tsakhia Elbegdorj, il Presidente uscente non più eleggibile dopo il secondo mandato consecutivo. Si prospetta quindi un periodo di coabitazione tra l’esponente di centro-destra del PD ed un Parlamento di centro-sinistra a maggioranza PPM.

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Fig. 2 – Scorcio di una porzione a cielo aperto del grande giacimento minerario di Oyu Tolgoi, di proprietà per il 66% di Turquoise Hill Resources – società controllata dal gigante minerario Rio Tinto – e per il 34% dal Governo mongolo 

3. PECHINO, MOSCA E ULAN BATOR  L’elezione di Battulga rappresenta una possibile novità sul fronte delle relazioni con la Cina. Durante la campagna elettorale, l’esponente del PD è stato infatti più volte associato alla leadership russa: in una newsletter del Parito Democratico è circolata addirittura una foto che vede Battulga e Putin in procinto di stringersi la mano durante un evento formale al Cremlino. Nonostante in molti abbiano messo in discussione l’originalità della foto, Battulga ha comunque mantenuto un profilo filorusso ed ha più volte criticato la dipendenza economica del Paese dalla Cina. Dopo il collasso della dinastia Qing, l’Unione Sovietica ha giocato un ruolo decisivo nella formazione della Repubblica del Popolo Mongolo prima e della Repubblica Mongola poi. Prima del collasso dell’URSS, la Mongolia era fortemente dipendente dall’Unione Sovietica in termini economici: il tracollo sovietico ha poi spinto il Paese a cercare supporto sia economico che politico altrove e, a partire dalla fine degli anni Novanta, la Cina è diventata il principale partner economico e la maggiore fonte di FDI. Tuttavia, i recenti mutamenti nell’economia cinese hanno avuto forti ripercussioni sull’economia mongola che ha visto diminuire le sue esportazioni. Inoltre, da quando è salito al potere, Putin ha cercato in diversi modi di riprendere i rapporti con Ulan Bator: un forte segnale è arrivato con la cancellazione di circa il 98% di un debito in sospeso dai tempi del periodo sovietico. Per quanto la Cina rappresenti un importante partner commerciale, anche la Russia gioca un ruolo preponderante in Mongolia, soprattutto per ragioni storiche. È quindi possibile che la nuova presidenza Battulga porti ad una rottura con la tradizione degli ultimi 25 anni nella politica estera mongola.

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Fig.3 – Il nuovo Presidente Khaltmaa Battulga all’uscita di un seggio elettorale a Ulan Bator, 26 giugno 2017

Ludovica Meacci

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Per potersi candidare alla Presidenza la legge prevede che si debba essere nati da due genitori mongoli, avere almeno 45 anni di età e aver vissuto nel paese per almeno gli ultimi cinque anni. Inoltre, non è possibile avere debiti, tasse arretrate o precedenti penali. I candidati vengono nominati esclusivamente dai partiti presenti nel Grande Hural di Stato, cioè il Parlamento unicamerale: gli altri partiti non hanno infatti il diritto di proporre un candidato e non sono ammessi candidati indipendenti.  [/box]

Foto di copertina di Bernd Thaller Licenza: Attribution License

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