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Il dilemma della sicurezza in Iraq: il controverso caso delle PMU

La problematica della sicurezza nell’odierno Iraq è resa ancora più complessa dall’eterogeneità degli attori che si sono alternati nella lotta contro lo Stato islamico, tra cui spiccano le milizie sciite. Ciò che si teme è che, dall’alto del loro nuovo status di forze di sicurezza, queste formazioni si sentano legittimate ad avanzare prerogative che mal si concilierebbero con i progetti per un futuro Iraq unito e pacifico

LA NASCITA DELLE PMU – La presenza delle milizie non costituisce certo una novità nello scenario iracheno, dove la mancanza di una reale unità, le dinamiche settarie e la fedeltà tribale hanno spesso condotto alla creazione di gruppi paramilitari paralleli all’esercito ufficiale e talvolta sostitutivi dello stesso, per funzione e fedeltà. Fin dall’epoca Ba‘athista, l’intrusione di Teheran negli affari iracheni non ha mai smesso di essere veicolata dalla presenza in Iraq di milizie sciite filo iraniane, in primo luogo le Brigade Badr. Dopo il collasso del regime di Husayn nel 2003, varie milizie sciite, tra cui l’Esercito del Mahdi (Jaysh al-Mahdi) sotto il controllo di Muqtada al-Sadr, si sono costituite per rispondere a due necessità: combattere il nemico rappresentato dalla coalizione occidentale, e garantire quella sicurezza che lo stato iracheno in fieri non era in grado di assicurare, lottando tra gli altri contro il progenitore di IS, Al-Qa‘eda in Iraq.

Sono dunque le condizioni di emergenza a costituire il terreno più fertile per la proliferazione delle milizie: dal 2014, anno della proclamazione del sedicente Stato islamico, queste numerose formazioni hanno acquisito un ruolo prevalente nella lotta contro l’invasore. Non solo: questi gruppi armati, prevalentemente (ma non in assoluto) sciiti, sono stati raggruppati sotto l’ombrello delle Unità di Mobilitazione Popolare (Popular Mobilization Units, PMU), in arabo Hashd al-Sha’abi.
La nascita di questo corpo paramilitare è prevalentemente attribuita alla fatwa del Marja’ ‘Ali al-Sistani, che il 13 giugno 2014, in seguito al dileguarsi dell’esercito regolare iracheno davanti agli uomini di Da‘esh a Mosul, ha chiamato a raccolta la popolazione per combattere l’incombente minaccia. Nonostante sia spesso interpretato come legittimazione della creazione delle PMU, al-Sistani ha specificato come il suo pronunciamento non fosse altro che una generale esortazione alla popolazione irachena a combattere il califfato, senza alcuna connotazione settaria e incoraggiando invece una maggiore partecipazione nelle regolari forze di sicurezza irachene.

Fig. 1- Manifesto riportante il ritratto di ‘Ali al-Sistani, personalità religiosa dell’islam sciita

Dal punto di vista legale, il vero atto fondante di Hashd al-Sha‘abi è il decreto firmato il 15 giugno 2014 dall’allora primo ministro Nouri al-Maliki, che in contrasto con la Costituzione del 2005 ha legittimato l’esistenza di questo nuovo corpo paramilitare indipendente. Tuttavia, lo stato di emergenza dettato dalle circostanze, sommato alla debolezza della macchina statale irachena, ne ha permesso la creazione senza sollevare annosi dibattiti. Le PMU hanno fornito un fruttuoso contributo alla lotta contro Da‘esh, soprattutto in fase iniziale, quando hanno agito da protagoniste a fianco dei Peshmerga curdi e delle canoniche e allora stremate forza armate irachene, raggiungendo picchi di popolarità estremamente alti tra la popolazione sciita.

UNA FORMAZIONE ETEROGENEA – Hashd al-Sha‘abi si compone sia di milizie pre-esistenti al 2014, sia di nuovi gruppi di combattenti costituitisi ad hoc per la lotta contro IS, per un totale di più di quaranta milizie di diversa dimensione e circa 140’000 combattenti, quasi esclusivamente di fede sciita, anche se non mancano eccezioni, con gruppi sunniti, yazidi o cristiani.
L’organico delle PMU è tanto vario quanto le affiliazioni delle milizie che lo costituiscono, e dunque i loro obiettivi a lungo termine al di là della sconfitta del califfato. I gruppi fedeli a al-Sistani, formatisi dopo la sua fatwa con lo scopo di proteggere le reliquie sciite, dovrebbero sciogliersi o essere integrati nell’esercito regolare in seguito al debellamento di IS. Stessa sorte, secondo le dichiarazioni di al-Sadr, dovrebbe toccare le milizie sadriste, ricompostesi appositamente dopo anni per supplire alla minaccia del califfato. La più controversa è senza dubbio la cosiddetta fazione filo-iraniana, veicolo dell’influenza di Teheran nel paese anche attraverso la sua attività politica e in attuale rottura con le forze di Sadr, fortemente contrario ad ogni intrusione straniera. Manifesto è il legame di queste milizie con le Brigade al-Quds, unità speciale delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane dedicata alle azioni esterne. È proprio questa la fazione vicina a al-Maliki, il cui crescente legame con Teheran dopo la partenza delle forze USA nel 2011 ha senza dubbio favorito il rafforzamento della dinamica delle milizie. Peraltro, la politica settaria della premiership di al-Maliki è stata uno dei fattori che hanno preparato il terreno per la rinascita di un’organizzazione estremista e a sua volta settaria quale Da‘esh. E’ quindi paradossale notare come il fautore primo delle PMU nella lotta contro il califfato sia politicamente responsabile, con il suo entourage, di alcune tra le dinamiche che ne hanno scatenato la crescita.

Fig. 2 – Logo ufficiale di Hashd al-Sha’abi (CreativeCommons.org)

AL-ABADI: UN CAUTO CAMBIO DI ROTTA – Quando nel 2014 Haider al-Abadi è diventato Primo Ministro, le PMU erano dunque necessarie per la battaglia contro IS, ma la vicinanza di molte ad al-Maliki e alla politica in generale e il loro carattere settario non erano fattori positivi né per la solidità del potere del neo Primo Ministro, né per condurre una strategia che fosse il più possibile nazionale e unitaria, nella sicurezza come nella politica.

Queste considerazioni hanno condotto all’inquadramento delle PMU nella struttura statale irachena: nel febbraio 2016, l’ordine esecutivo n°91 le ha rese una formazione stabile, seppur indipendente, all’interno dell’apparato di sicurezza iracheno, così come lo sono l’esercito e le forze di polizia. Paragonate per ruolo e status alle formazioni di antiterrorismo, anche le PMU rispondono direttamente al Primo Ministro, nonché Comandante delle Forze armate. Questa strategia volta a esercitare maggior controllo sulle PMU è stata accompagnata dal tentativo di rafforzare le altre forze armate, in particolare le forze di antiterrorismo (Counter-Terrorism Service, anche soprannominate Golden Divisions), perché le milizie non costituissero più il solo affidabile security provider, come era stato nel 2014. Inoltre, una legge sulle PMU entrata in vigore a dicembre 2016 ha deliberato che le milizie devono essere composte da rappresentanti di tutte le comunità irachene, al fine di arginarne la dimensione settaria.

Se da un lato l’integrazione delle milizie nel panorama statale equivale a una regolamentazione, dall’altro si teme che l’acquisito carattere ufficiale di questo corpo armato non possa che contribuire alla sua impunità, in particolare se si considerano i legami delle PMU con determinati ambienti dell’élite politica irachena. A tal proposito, nel 2016 alcuni parlamentari sciiti hanno proposto di garantire l’immunità ai combattenti di Hashd al-Sha‘abi. Una proposta, questa, che non ha conosciuto un seguito, e che si pone in totale contrasto con i report delle varie organizzazioni umanitarie, quali Human Rights Watch e Amnesty International, che denunciano violazioni di diritti umani a opera delle milizie sciite a danno delle popolazioni sunnite liberate dal controllo del califfato. Sono stati riportati casi di esecuzioni, torture, rapimenti e distruzione delle abitazioni dei civili, molti tra i quali hanno abbandonato i loro villaggi perché occupati dagli uomini delle PMU. Le dichiarazioni di Baghdad sulla necessità di investigare e punire i colpevoli non hanno avuto nessun seguito apparente. Tuttavia, questi casi hanno costituito la (seppur nefasta) occasione per permettere a al-Abadi di limitare il ruolo delle milizie, che sono state difatti lasciate al margine dei più recenti combattimenti, come a Mosul.

L’inquadramento delle PMU nell’apparato di sicurezza è anche teso ad arginare una partecipazione delle stesse nella vita politica irachena, in quanto per legge le forze militari non potrebbero avere un corrispettivo sul piano politico. Questa è una mossa intrapresa a posteriori da al-Abadi per reagire all’attività politica di alcuni gruppi facenti parte delle PMU, in particolare di quelle milizie filo-iraniane schieratesi a fianco dell’ex premier al-Maliki, probabile avversario di al-Abadi alle elezioni parlamentari del 2018. Se, com’è stato dichiarato, queste forze non si ritireranno né dallo scenario militare né da quello politico ad avvenuta sconfitta del califfato e nulla sarà fatto perché questo accada, ciò significherebbe aver legittimato un’ulteriore fazione politico-militare a chiara connotazione settaria nel già largamente diviso scenario iracheno, ponendo dunque un grande ostacolo, oltreché una grossa minaccia, alla (ri)costruzione di un Iraq unito.

Lorena Stella Martini

Un chicco in più

Secondo un sondaggio condotto nel 2015 dal National Democratic Institute in collaborazione con Greenberg Quinlan Rosner su un campione di 2000 iracheni di differente appartenza etnica e provenienza geografica:

• il 99% degli sciiti iracheni sostiene le PMU nella lotta contro Da‘esh; dello stesso avviso si è detto solo il 50% dei sunniti e il 6% dei curdi;
• il 100% degli sciiti giudica ‘importante’ il ruolo delle PMU, contro il 51% dei sunniti e il 5% dei curdi;
• dovendo scegliere il security provider più affidabile tra l’esercito iracheno e le PMU, il 45% degli sciiti opta per le PMU e il 30% per l’esercito, mentre il 48% dei sunniti sceglie l’esercito e solo il 5% le PMU.

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