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In 3 sorsi – La Via della Seta rivive in Asia centrale grazie all’approccio vincente del Presidente cinese Xi Jinping: una cooperazione multilaterale aperta, dove si incontrano le diverse esigenze dei Paesi dell’area

1. UN LABORATORIO GEOPOLITICO RICCO DI OPPORTUNITÀ – La caduta dell’URSS nel 1991 ha dato inizio ad un nuovo corso per i cosiddetti cinque Paesi “stan” (Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan) dell’Asia centrale, perche’ se da un lato essi hanno dovuto fronteggiare un difficile processo di costruzione nazionale non essendo più satelliti di Mosca, dall’altro hanno anche avuto la possibilità di valorizzare le proprie risorse energetiche, interrompendo la dipendenza occidentale dal petrolio mediorientale e quindi il lungo dominio delle monarchie arabe  nell’industria energetica globale. Il laboratorio geopolitico presente in Asia centrale dopo il 1991 ha quindi attirato le attenzioni di superpotenze come Washington e Pechino che hanno riconosciuto le potenzialità economiche ed energetiche dell’area: le vaste risorse energetiche locali permettono sia un sicuro e diversificato approvvigionamento sia la possibilità di assicurarsi il controllo di giacimenti non ancora esplorati, costruendo una fitta rete di pipelines in grado di bypassare Mosca per esportare ad ovest. Pechino, attenta osservatrice delle nuove dinamiche nell’area, a differenza di Washington, ha proposto una strategia di cooperazione denominata il “win-win-approach” per costituire relazioni economiche aperte, tradotte poi nel progetto della Nuova Via della Seta.

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Fig. 1 – Uno dei padiglioni di EXPO 2017 ad Astana, capitale del Kazakistan

2. WIN-WIN APPROACH – La vicinanza geografica, il rispetto reciproco delle dinamiche geopolitiche, la non ingerenza negli affari interni e la volontà di far parte di un’economia mondiale aperta sono le caratteristiche che definiscono l’azione della Cina nella regione centro-asiatica. Essa si articola attraverso tre grandi iniziative: la zona economica esclusiva o SEZ (Special Economic Zone) nell’area di Jizzakh in Uzbekistan, per promuovere l’economia locale e lo sviluppo tecnologico; la Belt and Road Initiative che prevede la costruzione di infrastrutture moderne come porti, autostrade e linee ferroviarie ad alta velocità che collegano Europa, Asia ed Africa; la SCO (Shanghai Cooperation Organization), fondata nel 2001 a Shanghai per contrastare il terrorismo,  il separatismo, l’estremismo e la lotta alla droga presente nella regione e rafforzare le relazioni degli Stati membri. Quella proposta da Pechino è una cooperazione multilaterale caratterizzata dallo sviluppo sostenibile, dalla cooperazione finanziaria, economica, energetica, della sicurezza, culturale, scientifica e tecnologica. In occasione dello SCO Forum di giugno di Astana, gli Stati membri hanno ratificato il rafforzamento della sicurezza regionale, grazie anche all’ingresso nell’organizzazione di India e Pakistan, e hanno varato misure per la lotta al traffico di droga e per il miglioramento dei legami culturali e umanitari, previsto dall’agenda SCO 2025, con manifestazioni come EXPO 2017, il Festival delle Arti e lo SCO Youth Forum a tema sviluppo sostenibile, turismo e sport.

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Fig. 2 – Foto di gruppo dei leader presenti all’ultimo summit della SCO in Kazakistan. Tra loro vi sono anche i Premier di India e Pakistan, ammessi di recente nell’organizzazione

3. LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE IL GIUSTO PARTNER – Il ruolo dei Paesi “stan” nell’asse con Pechino è attivo e impegnato a cercare una posizione di rilievo negli affari internazionali, essendo tali Stati, economicamente in ascesa dopo il macchinoso processo costitutivo del primo periodo post-sovietico. L’instabilità interna, in un primo momento, non ha giocato a favore in quanto indice di debolezza e inaffidabilità, e quindi le repubbliche locali sono state inclini a farsi inglobare passivamente nel “Grande Gioco” delle potenze straniere, tra cui la Russia, che ha cercato di riattivare le dinamiche di controllo del retaggio sovietico. Oggi però l’Asia centrale è consapevole di offrire un partenariato di valore alla Cina: più di 3000km di confini condivisi, una posizione di rilievo che collega Oriente ed Occidente, ingenti risorse energetiche e soprattutto la possibilità di rivitalizzare l’economia cinese con una serie di promettenti Investimenti Diretti Esteri (IDE). La strada per una piena realizzazione della Nuova Via della Seta è ancora lunga, ma sia la Cina che i Paesi “stan” stanno dimostrando di porsi con il giusto piglio di fronte alle odierne sfide geopolitiche e di sapersi reinventare a livello internazionale.

Sara Barchi

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più

Nella letteratura geografica, il nome Via della Seta appare per la prima volta nel 1877 quando il geografico tedesco Ferdinand von Richthofen pubblica l’opera Tagebucher aus China, denominandola “SeidenStrasse“. La Via della Seta era un percorso lungo 8000km che attraversava l’Asia centrale e il Medio Oriente, collegando la Cina all’Asia minore e al Mediterraneo e poi ancora a est fino alla Corea e al Giappone e a sud fino all’India. I suoi itinerari erano fluviali, terrestri e marittimi lungo i quali si snodavano diversi commerci, in particolare quello della seta come riportato anche Marco Polo nei suoi scritti.[/box]

Foto di copertina di APEC 2013 Licenza: Attribution License

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