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In 3 sorsi – È stato finalmente siglato l’accordo che permetterà al petrolio ugandese di raggiungere i porti dell’Africa Orientale. Tra le rivalità degli Stati africani e le pressioni della lobby del petrolio l’imperativo è uno solo: l’oro nero deve raggiungere l’Oceano Indiano, in un modo o nell’altro

1. LA SCOPERTA NEL SOTTOSUOLO – A partire dalla sua indipendenza dal dominio britannico nel 1962, l’Uganda ha visto carestie, colpi di Stato e una stagione di grave instabilità politica. La deposizione del Presidente Milton Obote da parte di Idi Amin nel 1971 dimostrò la fragilità del giovane stato africano, che riuscì a stabilizzarsi solo nel 1986, quando Yoweri Museveni prese il potere con l’appoggio della Tanzania; da allora ricopre la carica di Presidente dell’Uganda. Dopo qualche anno di governo la nuova leadership avviò un programma di ricerca nel settore petrolifero, che portò a dei risultati concreti solo nel 2006. La scoperta di giacimenti di idrocarburi nei pressi del Lago Alberto – nell’ovest del Paese – attirò gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, prima tra tutte la Total SA. È stato stimato che le riserve di greggio della West Region attualmente conosciute possano raggiungere i 6,5 miliardi di barili.

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Fig. 1Il Presidente Museveni tiene il discorso di ringraziamento in seguito alla vittoria nelle elezioni del 2001, a Kampala

2. IL PARTNER IDEALE – Negli ultimi anni la Comunità dell’Africa Orientale si è distinta per la sinergia e per la coesione degli Stati membri. L’abolizione dei dazi doganali, le politiche monetarie tese ad avvicinare economicamente i vari Paesi e le ambizioni federaliste, lasciano intuire che il benessere scaturito dal petrolio ugandese potrebbe giovare, un giorno, a tutta la Comunità. In questo caso la collaborazione tra gli Stati membri risulta vitale per l’Uganda, che non possiede sbocchi sull’Oceano. Il Kenya, Paese fondatore dell’EAC, fu il primo a proporsi come partner nella realizzazione di un oleodotto che, secondo il piano originale, avrebbe dovuto collegare i pozzi di petrolio alla città portuale di Lamu. Le trattative portarono, nell’ottobre del 2015, alla sottoscrizione di un accordo che tuttavia venne reso nullo dalla decisione dell’Uganda, annunciata lo scorso 26 maggio, di spostare i lavori in Tanzania. 

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Fig. 2 – Petroliera arenata fuori al porto di Dar es Salaam, Tanzania

A condizionare questa scelta hanno giocato fattori di natura economica, logistica e strategica. Innanzitutto la Tanzania, a differenza del Kenya, possiede tutte le proprietà sopra le quali dovrà passare l’oleodotto per raggiungere la costa, non dovendo quindi pagare alcun risarcimento per l’esproprio dei terreni. Dal punto di vista geomorfico il suolo tanzaniano è più livellato e praticabile di quello kenyota. In più il porto della città di Tanga è già in funzione, a differenza dell’impianto di Lamu, che sarà operativo solo a partire dal 2022. Probabilmente il fattore che più ha influenzato il cambio di programma è la necessità di tutelarsi dagli attacchi dei gruppi armati. Infatti, se la struttura avesse seguito il vecchio percorso, avrebbe viaggiato vicino alle regioni settentrionali dell’Uganda, dove è forte la presenza dell’Esercito di resistenza del Signore guidato dal noto criminale di guerra Joseph Kony. Anche la minaccia del gruppo terroristico somalo Al-Shabaab ha radicalmente contribuito nella ridiscussione dei piani di costruzione.

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Fig. 3 – Soldato a guardia di una pompa di benzina della Total a Libreville, Gabon

3. LA OIL ROAD Il nuovo oleodotto, riscaldato per consentire al greggio di scorrere senza solidificare, sarà completato nel 2020 e, con la sua lunghezza di 1.445 km, punta ad essere la struttura più lunga al mondo nel suo genere. Il petrolio, estratto nella parte occidentale dell’Uganda, raggiungerà la città portuale di Tanga per poi essere imbarcato alla volta dell’Oceano Indiano. Nella realizzazione del progetto sono state coinvolte l’azienda francese Total, l’inglese Tullow Oil ed il colosso cinese CNOOC Group. Una volta completata la struttura è indubbio che il PIL del Paese sia destinato a crescere. Ma la massiccia affluenza di capitali esteri e la dilagante corruzione che da anni affligge l’Uganda portano a chiederci se i ricavi del petrolio arrecheranno, in modo effettivo, giovamento alla popolazione. A tal proposito, per chi volesse tenere d’occhio i futuri risvolti di questa storia esistono due utili strumenti: il PIL (Prodotto Interno Lordo) e il “Coefficiente di Gini” (CDG). In breve, mentre il primo indica la ricchezza che un determinato Paese è in grado di produrre in un anno, il secondo monitora la diseguaglianza nella distribuzione di un bene tra n rappresentanti di una comunità, per esempio la ricchezza tra la popolazione. C’è da tenere a mente che l’indice di Gini varia da 0 a 1, con 0 che indica una perfetta distribuzione e 1 che, invece, rappresenta la massima disparità. Al 2012 il CDG ugandese era dello 0.42, il che significa che se nei prossimi anni questo indice sarà più basso, i proventi dell’oleodotto avranno raggiunto anche gli strati più poveri della società. Nel caso contrario avremo assistito all’ennesima “storia africana” di sfruttamento di una risorsa locale a vantaggio di pochi.

                                                                                                                                                  Walter Simonis

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più.

L’Uganda visse il suo periodo di maggiore notorietà sotto la dittatura dell’eccentrico e spietato Idi Amin, il quale finì più volte sulle pagine dei quotidiani di tutto il mondo per le sue clamorose affermazioni. Addirittura inviò una lettera alla Regina Elisabetta nella quale scrisse: «Ho sentito dire che l’Inghilterra ha problemi economici. Sto inviando una nave piena di banane per ringraziarvi dei bei giorni dell’amministrazione coloniale».[/box]

Foto di copertina di Jay Phagan Licenza: Attribution License

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