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Migranti, se l'”emergenza” è a causa nostra

Il fenomeno migranti esiste, e aumenterà. Non c’è nessuna frontiera da chiudere, ma serve decidersi per affrontare una tematica che condizionerà i prossimi decenni, senza la presunzione di risolverla o nasconderla con decisioni tampone di brevissimo periodo, oppure con futili egoismi per finalità elettorali. Prima che l’immobilismo renda davvero ingestibile la questione

La questione migrazione è tornata al primo posto nel dibattito nazionale, dopo una lunga pausa seguita al dibattito sul ruolo delle ONG a causa delle dichiarazioni del Procuratore Zuccaro.
Dopo il (previsto) aumento degli sbarchi, le proteste italiane e le promesse mancate da parte degli altri Paesi dell’UE, è arrivata anche la notizia della decisione austriaca di minacciare l’invio di forza armate al valico del Brennero. A tale misura di sfiducia si accoppia la decisione dell’UE di affrontare la sfida semplicemente con un aumento dei fondi per Italia e Libia. Di fatto, si tratta dell’ennesima certificazione della mancanza di una politica comune, infranta contro i veti di Paesi piccoli (Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia) e grandi (Francia, Spagna).

Non è questo che sorprende. Non è una novità – purtroppo – che l’Europa viva di tanti piccoli egoismi, incapaci di andare oltre la ricerca del consenso nazionale di breve termine anche quando esso metta a repentaglio il ben più rilevante futuro a lungo termine.
Quello che sorprende, per certi versi, è come tutti gli studi e gli approfondimenti fatti in questi anni – anni! – sul tema continuino ad essere ignorati. Ignorati dall’opinione pubblica, ignorati dai media mainstream, ignorati dai politici. Si continua a discutere di bloccare o meno il Mediterraneo, di come accettare i migranti da conflitto e respingere o rimpatriare quelli economici.

Il problema è che, per citare un esponente politico che con una sola frase ha riassunto il cuore della questione, “chi opera una partizione arbitraria fra migranti economici e non, o non ha ancora capito il fenomeno, o finge di non averlo capito, per convenienza” (si tratta di Giulio Tremonti: potrebbe sorprendere, ma in realtà neanche troppo, per chi segue ancora oggi i suoi interventi).

In effetti il punto nevralgico sta proprio qui. Già da anni qui al “Caffè Geopolitico” abbiamo spiegato quali erano le dinamiche alla base, e come funzionano i flussi (ad esempio qui e qui). Già anni fa abbiamo spiegato che parlare solo di Mediterraneo non ha senso: fare divisioni tra migranti “economici” e “da conflitto” può rassicurare noi ma all’atto pratico non ha alcun significato reale, perché le dinamiche sono tante e spesso sovrapposte, complesse e intrecciate (con situazioni in cui cause socio-economiche causano conflitti e conflitti causano crisi socio-economiche).

Già anni fa spiegavamo perché i flussi erano destinati ad aumentare. Infatti sono aumentati. Solo che molti, troppi, continuano a rifiutarsi di guardare a quel perché, e cercano capri espiatori: le ONG ad esempio (ne parlammo nel nostro precedente editoriale sul tema), ma non solo. Lo fanno perché nel mondo odierno, così rapido e dove già il mese prossimo sembra un termine troppo lontano, tutti vogliono tutto. E lo vogliono ora. Oggi. Domani. Tra una settimana, al massimo. Quindi trovare un capro espiatorio, credere che tutto dipenda da esso e che eliminandolo si elimini il problema significa soddisfare questa necessità di soluzione immediata. Significa che “basta fare così” e tutto si risolve, nell’immediato. Quasi fosse più importante trovare un colpevole, non trovare una soluzione.

Se invece vogliamo ampliare un po’ sguardi e ragionamenti, dobbiamo dirci con chiarezza che questo fenomeno è nato nel corso dei decenni, nascosto ai nostri occhi perché non abbiamo voluto vederlo. Ora lo abbiamo davanti perché quei decenni di cecità lo hanno portato al punto di esplodere. E, una volta esploso, ne siamo stati sorpresi. E ci vorranno decenni per risolverlo, se ci daremo da fareNon possiamo cambiare il passato. Possiamo però gestire il presente e cambiare, forse, il futuro. Finché continueremo a discutere delle cose sbagliate (il Mediterraneo) non faremo nulla. Nulla. È questa la vera minaccia alla nostra sicurezza. Non il fenomeno in sé, non l’arrivo di persone da altre culture: il vero pericolo per noi è l’immobilismo, il non fare nulla perché si crede che basti chiudere la porta affinchè tutto cessi.

Non cesserà nulla. Queste persone continueranno (sempre più) a partire, ad attraversare Paesi lontani, a provare ad arrivare in Europa, ci piaccia o no. Possiamo guadagnare qualche anno, forse. Ma poi il problema tornerà, peggio di prima. E non aver fatto niente ci avrà reso ancora meno capaci di influenzarlo.

Cosa si potrebbe fare, dunque? Nel breve termine, gestire l’accoglienza in maniera diffusa, con programmi di educazione e integrazione complessi, è il modo per affrontare la questione finché piani di più largo respiro agiscono sulle dinamiche di origine e sui trafficanti che gestiscono i flussi. Eppure, oggi coloro che in Italia si oppongono a un’accoglienza distribuita nel territorio sono coloro che stanno creando una minaccia a lungo termine. E allo stesso modo, quei Paesi UE che si oppongono a una distribuzione dei migranti in tutta l’UE sono coloro che stanno creando una minaccia a lungo termine. È un paradosso, ma proprio chi urla contro l’immigrazione sta dicendo di non affrontare il problema, rendendolo quindi più grave e ingestibile.

Perché avviene questo? Perché le soluzioni di lungo termine, difficili e complesse, che fanno vedere i primi frutti dopo anni, non fanno guadagnare neanche un voto (anzi). E anche da noi, come nel resto dell’Europa, si tende alla ricerca del consenso nazionale di breve termine anche quando esso mette a repentaglio il ben più rilevante futuro a lungo termine. Uno sguardo corto, che rischiamo di pagare sempre più caro, per un pugno di voti in più.

Lorenzo Nannetti

Un chicco in più

Per chi volesse approfondire il problema verso il quale stiamo correndo col nostro atteggiamento, consigliamo una lettura estiva un po’ “alternativa”. Si tratta del libro “L’orbita spezzata” di John Brunner (ed.Urania). E’ un romanzo di fantascienza del 1969, su una terra dove la paura reciproca tra bianchi e neri (erano gli anni delle tensioni razziali in USA) ha portato nei decenni a vivere separati ma in continuo risentimento e paura reciproca. E agli eccessi che tali atteggiamenti hanno portato. Paura, risentimento, chiusura, tentativo di “nascondere” gli altri alla propria vista, una società ipercommerciale dove la fonte di indignazione è l’unica informazione accettata – cosa che però non fa che aumentare la paura, il risentimento… il desiderio di rivalsa. Certo, nel libro esistono alcune esagerazioni a fini narrativi – in fondo è un romanzo – ma dateci un’occhiata. Rivela più della nostra società di quanto ci piacerebbe ammettere. Per l’autore, nel 1969, quella era fantascienza. Per noi, alcune di quelle cose, sono una realtà. O potrebbero diventarlo. Cerchiamo di evitarlo.

Foto di copertina di Irish Defence Forces Licenza: Attribution License

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