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Nuova Via della Seta? Tokyo dice No

In 3 sorsi – La “One Belt, One Road Initiative” (OBOR), ovvero il progetto economico e infrastrutturale panasiatico promosso con una certa fanfara da Pechino, non piace a tutti i Paesi vicini. Men che meno al Giappone, che già da decenni investe in ferrovie, porti e centrali elettriche non solo nel Sud-est asiatico ma anche in Africa e negli Stati Uniti. La controstrategia di Tokyo si chiama Japan Infrastructure Initiative: ecco in cosa consiste e quali sono i suoi scopi

1. JAPAN INFRASTRUCTURE INITIATIVE – Mentre l’attenzione dei media internazionali continua ad essere focalizzata sul Belt and Road Forum di Pechino del maggio scorso, cui hanno partecipato ben 29 capi di Stato e di Governo, sono passate quasi inosservate le numerose visite che il Premier giapponese Shinzo Abe ha effettuato negli ultimi mesi in diversi Paesi asiatici. Nel complesso, Abe ha promesso di investire 200 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi 5 anni in progetti infrastrutturali tra cui un impianto di purificazione del gas naturale in Turkmenistan, un impianto di fertilizzante in Uzbekistan e una vasta gamma di infrastrutture in India. Se storicamente il Giappone si è servito di veicoli finanziari come l’Asian Development Bank (ADB) e la Japan International Cooperation Agency (JICA) al fine di sfruttare il suo surplus di capitale, lo scorso dicembre è stata annunciata una joint venture con tra banche e fondi d’investimento giapponesi avente come obiettivo quello di investire 878 milioni di dollari in progetti infrastrutturali all’estero. La Japan Infrastructure Initiative ha due principali finanziatori, ciascuno dei quali detiene circa il 47% del capitale: si tratta di Mitsubishi UFJ Lease & Finance e di Hitachi Capital.

Fig. 1 – Il Presidente del Turkmenistan Gurbanguly Berdymuhamedov e il Premier giapponese Shinzo Abe durante un vertice bilaterale ad Ashgabat, 23 ottobre 2015

2. L’ENTENTE CORDIALE INDIA – GIAPPONE – Allo stesso tempo va segnalato il rinnovato spirito di cooperazione tra il Sol Levante e il secondo Paese più popoloso della terra, facilmente spiegabile con il detto “il nemico del mio nemico è mio amico”. L’India di Narendra Modi è il grande assente dei forum internazionali sull’OBOR e ciò a causa di numerose frizioni con la Repubblica Popolare Cinese su questioni territoriali (si veda la questione dell’Arunachal Pradesh, rivendicato dalla Cina, e dell’Aksai Chin, rivendicato dall’India). Inoltre, un tassello fondamentale della nuova Via della Seta è il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) che non solo passa attraverso il territorio conteso del Kashmir pakistano, ma rappresenta dal punto di vista di Nuova Delhi una pesante intromissione di Pechino nella regione di influenza indiana. Non c’è dunque da stupirsi se in questa partita per l’egemonia del continente asiatico giocata sul piano delle infrastrutture l’India accolga con favore i capitali giapponesi. Sul piatto ci sono la costruzione di due nuove linee metropolitane, di una linea ferroviaria ad alta velocità tra Mumbai e Ahmedabad e soprattutto il corridoio industriale Delhi-Mumbai. Da un punto di vista geo-strategico, il progetto di punta riguarda lo sviluppo e l’ampliamento di alcune strutture civili presenti nelle Isole Andamane, tra cui un nuovo impianto per la produzione di diesel. Le Isole Andamane si trovano nel Golfo del Bengala e grazie alla loro posizione permettono di intercettare tutte le navi che transitano dallo Stretto di Malacca, inclusi naturalmente i cargo cinesi. Nuova Delhi è sempre stata restia ad accettare aiuti stranieri su queste isole, dove tra l’altro è stazionata una forza militare anfibia volta al contrasto della pirateria. Questa prima forma di collaborazione col Giappone ha dunque un profondo significato politico e traduce in fatti concreti l’annuncio della Strategic Global Partnership annunciata dai due Paesi nel 2006.

Fig. 2 – Shinzo Abe e il Premier indiano Narendra Modi durante la visita di quest’ultimo all’impianto delle industrie Kawasaki dove vengono costruiti i treni ad alta velocità Shinkansen, novembre 2016

3. UN GIOCO A SOMMA POSITIVA? – Nel 2013, mentre la Cina annunciava la sua “One Belt One, Road Initiative” sotto l’egida della cooperazione tra i popoli asiatici per lo sviluppo collettivo, il Governo di Shinzo Abe elaborava una controstrategia dando vita alla Partnership for Quality Infrastructure (PQI),annunciata nel maggio 2015. La PQI vuole essere un modello di riferimento da adottare nei rapporti bilaterali tra il Giappone e quei Paesi asiatici con cui Tokyo condivide interessi e visioni strategiche, tra cui l’India. Il messaggio sottinteso (forse anche non troppo) è che la qualità deve essere promossa a discapito della quantità (leggi: i progetti di grandeur cinese). Tokyo e Nuova Delhi intendono proiettare la loro comunione d’intenti anche in altre aree, tra cui un corridoio economico verso l’Africa orientale nell’Oceano Indiano. L’iniziativa, annunciata durante l’incontro tra Shinzo Abe e Narendra Modi a Tokyo nel novembre scorso e riaffermata al summit dell’Africa Development Bank(AfDB) ad Ahmedabad il 24 Maggio 2017, porta il nome tutt’altro che casuale di “Freedom Corridor”. Grazie ad investimenti giapponesi e indiani verrà anche sviluppato il Mekong-India Economic Corridor (MIEC) che connetterà Kenya, Tanzania e Mozambico ai porti di Jawaharlal Nehru e di Kochi in India. Inoltre, i due Paesi contribuiranno alla costruzione del porto di Trincomalee in Sri Lanka, del porto di Chabahar in Iran e dello sviluppo del porto di Dawei in Birmania.
Sommando gli investimenti in infrastrutture di Cina, Giappone e India, viene spontaneo immaginare un futuro roseo per l’intera regione asiatica visto che, indipendentemente dal costruttore, le infrastrutture non discriminano in base alla nazionalità di chi ne usufruisce. E’ tuttavia innegabile che questi grandi progetti hanno spesso pesanti ripercussioni sulla sicurezza, sull’ambiente e sugli equilibri strategici nella regione. Questo nuovo “scramble for investment” va dunque interpretato come il segnale che la tensione politica in Asia si sta progressivamente alzando.

Fig. 3 – Il Presidente cinese Xi Jinping alla cerimonia d’apertura del Belt and Road Forum di Pechino, 14 maggio 2017

Mara Cavalleri

Un chicco in più

Il tema degli investimenti in infrastrutture nell’area asiatica è già stato terreno di scontro fra Cina e Giappone a proposito dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). L’AIIB, fortemente voluta da Pechino e da essa in gran parte finanziata, ha ottenuto il supporto di Paesi come Gran Bretagna, Francia, Germania e Australia. Giappone e Stati Uniti si sono invece rifiutati di diventare membri della nuova istituzione finanziaria.

Tuttavia, di recente, il Giappone sembra aver rivalutato la propria posizione sia in merito all’AIIB che all’OBOR, lasciando intendere di essere pronto a collaborare con la RPC a condizione che vengano rispettate le regole di mercato e che le infrastrutture siano accessibili a tutti. Sebbene queste siano le motivazioni ufficiali, ad un’analisi più attenta emerge il timore di Tokyo di trovarsi isolata in un contesto di maggiore affinità tra l’America di Trump e la Cina di Xi Jinping al fine di contenere la Corea del Nord. E’ evidente inoltre che una partecipazione seppur quasi nominale a queste iniziative pan-asiatiche permetterebbe al Giappone di rimanere sullo scacchiere nel caso in cui la partnership con l’India non dovesse dare i frutti sperati.  

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