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Libano, tra compromessi politici e venti di guerra

In 3 sorsi Il Libano nei prossimi mesi si gioca il suo futuro. È questa l’impressione che si ricava leggendo i titoli dei maggiori quotidiani mediorientali e le impressioni ricavate dalle analisi dei corrispondenti esteri delle principali testate. Mesi in cui il Paese dei cedri oscillerà inevitabilmente tra questioni inerenti la stabilità politica interna e i venti di guerra che infiammano l’intero arco mediorientale

1. PER BEIRUT LA STABILITA’ E’ AL PRIMO POSTO – Nelle scorse settimane le diverse ‘anime’ politiche del Paese sono riuscite a trovare un compromesso per l’approvazione di una nuova legge elettorale che dovrà rinsaldare il ‘patto’ non scritto tra i principali partiti e permettere al Libano di uscire dalla grave crisi economica che ne ha seriamente danneggiato il potenziale produttivo. La nuova legge, frutto anche degli interessi delle diverse realtà esistenti e di un attento gioco di pesi e contrappesi istituzionali, prevede l’instaurazione di un sistema a carattere proporzionale puro che andrà a sostituire il maggioritario in vigore dalla fine degli anni Cinquanta. Secondo il nuovo sistema il Libano sarà diviso in 15 collegi elettorali, relativamente omogenei al loro interno dal punto di vista confessionale. È prevedibile quindi che ogni singolo collegio eleggerà candidati appartenenti alla medesima confessione religiosa. Nonostante le assolute novità il nuovo sistema elettorale non sconfesserà quanto stabilito dagli accordi di Taif del 1989 (che posero fine ad una sanguinaria guerra civile) garantendo che solo metà dei 128 deputati del Majlis al-Nuwwāb (il Parlamento libanese) saranno cristiani mentre l’altra metà comprenderà parlamentari di fede islamica, sia sciiti che sunniti, e della comunità drusa. Le prossime elezioni sono previste nella primavera del 2018, una data vista da molti osservatori come una sorta di spartiacque per le sorti dell’intero Medio Oriente e, di riflesso, per ciò che sta accadendo in Siria, Paese storicamente ‘interessato’ a ciò che avviene a Beirut e dintorni.

Fig. 1  – Funerali di un miliziano di Hezbollah

2 IL PRESIDENTE AOUN TRA ESERCITO REGOLARE E MILIZIA SCIITA – Hezbollah, il ‘partito di Dio’, a causa dell’intervento in Siria a sostegno del governo di Damasco, negli ultimi anni ha esposto il Libano a dure ritorsioni, basti pensare a ciò che è avvenuto nella valle della Bekaa dove la cittadina di Arsal è finita sotto il controllo di Jabhat Al Nusra, senza dimenticare i diversi attentati che hanno colpito la stessa capitale Beirut. Proprio in nome della stabilità interna o forse per mero calcolo politico (c’è in gioco il ruolo istituzionale di Hezbollah nel futuro prossimo venturo), il gruppo libanese ha provveduto al ritiro di parte delle sue milizie dai confini con la Siria per lasciare strada libera ai contingenti delle forze armate libanesi, forte di un accordo diretto con il presidente Michel Aoun, il vero ‘demiurgo’ del processo di distensione (avviato nei mesi scorsi) tra l’esercito regolare di Beirut e i miliziani di Hassan Nasrallah. La stessa storia personale del Presidente è l’emblema delle contraddizioni e delle alleanze precarie che hanno da sempre caratterizzato la storia della ‘Svizzera d’oriente’: Aoun ha bisogno di Hezbollah come collante con il tessuto sociale del Paese ma allo stesso tempo la milizia sciita necessita dell’accordo con il capo dello Stato per i suoi disegni di egemonia non solo interna. È questo l’humus su cui si è innestato l’accordo tra le due controparti con Aoun che, tra marzo e maggio, ha nominato ai vertici delle forze armate due figure gradite ai comandi militari di Hezbollah: si tratta di Joseph Aoun, nelle vesti di nuovo capo dell’esercito, e Antoine Souleymane Mansour, nominato a capo dell’intelligence militare. Questa rinnovata intesa se conferisce una stabilità interna al Libano potrebbe però creare attriti con i Paesi di ispirazione sunnita come la Giordania e l’Arabia Saudita che, nei mesi scorsi, non ha mancato più di una volta di sottolineare il fatto che Aoun si sia troppo appiattito sulla linea dettata da Nasrallah e dai suoi.

Fig. 2 –  Il presidente libanese Michel Aoun

3 – IL CONSENSO SOCIALE DEL PARTITO DI DIO E I NUOVI VENTI DI GUERRA – Molti osservatori vedono nel ‘doppio gioco’ di Aoun una manovra di mero opportunismo politico che fa leva sul grande consenso sociale che la milizia sciita ha da tempo  ottenuto nel sud del Paese. Fin dagli anni Ottanta gli investimenti governativi si sono infatti sempre concentrati sulle principali metropoli, soprattutto Beirut, trascurando le aree periferiche. Fin da allora fu evidente che gli spazi lasciati vuoti, colpevolmente, dallo Stato centrale sarebbero stati colmati da attori privati, specie nell’ambito delle azioni caritatevoli. Fu in quel periodo storico che cominciarono ad essere costruiti scuole, ospedali, asili, centri di aggregazione per anziani. Grazie all’opera di Mohammad Husayn Fadlallah, marjaʿ al-taqlid, la massima autorità spirituale dell’islam sciita libanese, il movimento creò un insieme di servizi finanziari ed educativi che venivano forniti alla popolazione emarginata delle periferie attraverso comitati e associazioni. Cosa ancora più importante, la milizia cominciò a distribuire acqua potabile nell’area di Beirut sud, creando un sistema centralizzato di cisterne e di reti di approvvigionamento e fornendo al contempo anche generatori di energia elettrica. Fin da allora l’azione di Hezbollah seguiva tre direttrici: una politica, una militare e una sociale, tre aspetti che si sovrapponevano e che, alla lunga, sono state le carte vincenti per l’affermazione del gruppo. Soprattutto i fattori sociali, come ricordato da Gerta Zaimi (autrice di “Hezbollah: partito politico libanese e milizia iraniana”), hanno consentito al “partito di Dio” di riscuotere un enorme consenso e una forte rendita di posizione tra la popolazione pur senza partecipare allora al governo del Paese. Ciò rappresentò e rappresenta ancora oggi un imprescindibile fattore di credibilità. L’impatto sociale non fa però venire meno quelli che sono gli obiettivi degli uomini di Nasrallah, la liberazione della patria e la resistenza, che non si realizza soltanto sotto l’aspetto militare ma anche su quello sociale e culturale. La missione di Hezbollah è in tal senso un dovere sociale. Nonostante i risultati ottenuti sul fronte interno e le speranze che suscita l’accordo sulla legge elettorale resta incerto il quadro sul piano internazionale. Il timore, a Beirut e dintorni, è quello di una nuova guerra con Israele che, sommata all’intervento in Siria, potrebbe sovraesporre ancora una volta il Paese. Tel Aviv in questi mesi ha più volte accusato il movimento sciita di aver moltiplicato i suoi posti d’osservazione sotto la copertura di organizzazione a carattere sociale: «Gli Hezbollah conducono lì missioni d’osservazione mascherate dietro il paravento di organizzazioni di carattere umanitario», questa la dichiarazione di qualche settimana fa del capo dei servizi d’intelligence militari, Hertzi Halevi. Da parte sua Hezbollah lancia l’allarme sui progetti che Israele si avvia a compiere nei pressi della barriera che lo divide dal Libano. Dietro queste reciproche rivendicazioni in molti vedono un tentativo di Israele e della vicina Giordania (mai del tutto tenera con Nasrallah e i suoi) di impedire ai soldati siriani e alle milizie alleate di prendere il controllo delle linee di confine con le alture del Golan e del triangolo di territorio nei pressi della cittadina giordana di Irbid. Venti di guerra che non possono non creare allarme a Beirut.

Stefano Di Bitonto

Un chicco in più

È di sette soldati libanesi feriti il bilancio di diversi “attacchi suicidi” compiuti lo scorso 30 giugno lungo la frontiera con la Siria in due campi profughi nella regione di Arsal, nella valle orientale della Bekaa.