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Foto di copertina di Matt From London Licenza: Attribution License

May-Day: la burrasca in casa britannica

Il quadro politico britannico sembra essere più che mai instabile dopo le elezioni dell’8 giugno. Theresa May ha perso la maggioranza assoluta ed è dovuta scendere a patti con gli unionisti ultra-conservatori dell’Irlanda del Nord, e le polemiche non sono mancate

HUNG PARLIAMENT – A venti giorni dalle elezioni nel Regno Unito, la situazione politica del Paese sembra lontana dalla stabilità. Lo scorso 8 giugno i cittadini britannici si sono recati alle urne anticipatamente per volere del Primo Ministro in carica, Theresa May.
La leader conservatrice aveva infatti scommesso sul fatto che il voto anticipato avrebbe conferito al lei e al suo partito una più robusta maggioranza in Parlamento, e di conseguenza un maggior potere negoziale in campo Brexit.
I calcoli, tuttavia, si sono rivelati alquanto inesatti, e May si è trovata a perdere ben 13 seggi a Westminster, e di conseguenza la maggioranza assoluta, circostanza verificatasi solo due volte dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Oltre al danno, la beffa, poiché il vero vincitore di queste elezioni è stato il diretto rivale di May, il leader del partito Laburista Jeremy Corbyn. Dato ormai per “spacciato” dai sondaggi quando le elezioni sono state annunciate – con solo il 18% del supporto popolare – attraverso una campagna “vecchio stile” Corbyn è riuscito a portare il suo partito a soli 2,4 punti percentuali dai Conservatori, con una crescita del 9.5% rispetto alle scorse elezioni.

Fig.1 – Rimostranze pacifiche durante il discorso tenuto da Theresa May a Downing Street in seguito alle elezioni dello scorso 8 giugno, Londra 9/06/2017

Ma Theresa May non è l’unica uscita sconfitta da questa tornata elettorale. Un clamoroso crollo è avvenuto in casa Scozzese, con un -13.1% di voti per l’SNP (Scottish National Party) guidato da Nicola Sturgeon. Lo storico partito di Edimburgo ha perso ben 21 seggi in Parlamento, perdendo così anche parecchio potere nelle contrattazioni “interne” riguardanti la Brexit.
Queste elezioni hanno, però, mietuto altre due “vittime”: Tim Farron, dei Liberal Democratici, e Paul Nuttall, dello UKIP, entrambi dimissionari dalla leadership dei rispettivi partiti. Il primo ha imputato le ragioni delle sue dimissioni all’inconciliabilità tra le posizioni politiche del Partito ed il suo essere un fervente cristiano. Tuttavia, molti analisti hanno attribuito questa scelta ad una sorta di golpe interno al partito, nel quale la figura di Farron non era più vista di buon occhio.
Il secondo ha ammesso la durissima sconfitta elettorale subita (-10.8% di voti totali), in cui lo UKIP – partito di estrema destra fervente sostenitore del leave in campo Brexit – ha perso l’unico seggio a Westminster che era riuscito a conquistare nella scorsa legislatura.
Il Regno Unito si è dunque trovato di fronte ad un Hung Parliament (letteralmente parlamento “appeso” o “impiccato”), in cui non vi è un partito avente la maggioranza assoluta. I Conservatori, che hanno ottenuto la maggioranza relativa dei voti (42.4%), hanno dovuto quindi ricorrere ad un’alleanza per fare uscire il Paese dall’impasse in cui versava. E la porta a cui Theresa May ha dovuto bussare non ha fatto altro che sollevare nuove polemiche.

Il DUP – l’unico “giubbotto di salvataggio” disponibile per la formazione per il nuovo Governo May è stato il DUP (Democratic Unionist Party), il partito unionista ed ultra-conservatore dell’Irlanda del Nord. Con i suoi 10 seggi, il DUP è divenuto l’unica via d’uscita dall’impasse per il Governo Tory, a cui mancavano 8 seggi per raggiungere la maggioranza assoluta in Parlamento.
Di questa possibile alleanza si è parlato fin dall’annuncio dei risultati elettorali, ma un comunicato stampa ufficiale è materia di pochi giorni fa, ritardo in parte imputabile sia all’attentato ad una delle più grandi moschee di Londra, sia al grave incendio che ha colpito la Grenfell Tower nella settimana successiva le elezioni. Le polemiche riguardanti questa alleanza non sono mancate, e molte sono legate alle posizioni spesso drastiche assunte dal partito nordirlandese.

Fig.2 – Il Primo Ministro Theresa May accoglie al 10 di Downing Street Arlene Foster, leader del Democratic Unionist Party (DUP), con il quale i Conservatori hanno stretto un’alleanza di governo dopo aver perso la maggioranza assoluta alle scorse elezioni, Londra 26/06/2017

Il DUP, guidato da Arlene Foster, è infatti noto sulla scena politica d’oltremanica per le sue dure posizioni contro le unioni omosessuali, e più in generale i diritti LGBT. Le polemiche derivano anche della paura che questa alleanza porti instabilità nella regione, mettendo a repentaglio il già fragile processo di pace tra indipendentisti cattolici e unionisti protestanti – questi ultimi rappresentati proprio dal DUP.
L’accordo politico tra i conservatori e il DUP è, di fatto, quasi naufragato quando quest’ultimo ha incluso tra le clausole dell’accordo una “speciale copertura sociale” per i reduci militari, che avrebbe potuto portare aiuti economici direttamente ai soldati che presero parte nel conflitto nordirlandese, riaprendo così (non troppo) vecchie ferite.
Nonostante le molte rimostranze, l’accordo è stato presentato il 26 giugno scorso. Questo, avente validità di 5 anni, prevede tra le altre clausole lo stanziamento di 1,5 miliardi di sterline in favore di Belfast. In cambio Theresa May otterrà la fiducia per il suo nuovo Governo, i cui membri sono già stai annunciati dalla leader dei Conservatori.

THE QUEEN’S SPEECH – Mercoledì scorso, 26 giugno, la monarca britannica ha effettuato il cosiddetto State Opening, aprendo  di fatto la nuova legislatura. L’atto formale attraverso cui avviene lo State Opening è il Queen’s Speech, ovvero un discorso in cui sono contenute tutte le priorità politiche e gli atti legislativi che il nuovo Governo eletto si propone di compiere. Questo discorso, sebbene letto dalla monarca in persona, viene in realtà scritto dal Primo Ministro, come proclama di ciò che il suo nuovo Governo si propone di fare.
È interessante vedere come, rispetto a quanto detto in campagna elettorale, i propositi politici di May abbiano preso una piega decisamente più conservativa e meno controversa.
Sembra proprio che il Primo Ministro, dopo aver perso la maggioranza assoluta a causa di un grave errore di valutazione, abbia deciso di mantenere un profilo più basso a livello legislativo, anche a causa delle pesanti critiche presenti nello stesso Partito Conservatore.
La rovinosa scelta di anticipare le elezioni si è andata ad aggiungere alle critiche già presenti in materia di sicurezza (4 attentati in 3 mesi, in parte imputabili ai tagli alla polizia da lei operati) e alle nuove derivanti dall’incendio della Grenfell Tower e dell’alleanza con il controverso DUP.

Fig.3 – Lo State Opening of the Parliament, tenuto dalla Regina Elisabetta II,  Londra 21/06/2017

Il discorso di insediamento scritto da May ha quindi cercato di riflettere una presa di posizione più moderata rispetto alla campagna elettorale, ridimensionando le proposte legislative e concentrandosi principalmente sui negoziati con Bruxelles.
Dei 27 bills presentati, la parte più corposa (9 bills) riguarda proprio la Brexit e le procedure legislative da mettere in atto in vista dell’imminente divorzio. Una tra le proposte di legge più importanti di questo gruppo riguarda il Great Repeal Bill, atto legislativo che andrà ad abrogare lo European Communities Act del 1972 e trasporrà la corrente legislazione dell’Unione in quella britannica, in modo da assicurare la continuità legislativa.
Gli altri bills presentati appartengono ad altri tre sottogruppi: la tutela dei consumatori, l’ordinaria amministrazione e la cosiddetta Vanilla Legislation, ovvero un insieme di leggi a carattere non strettamente politico, ma aventi importanza nazionale, come la legge contro le violenze e gli abusi domestici.
Quanti di questi disegni di legge vedranno la luce non è dato saperlo, vista la precaria situazione in cui versa il secondo Governo May. Un inizio burrascoso che non fa ben sperare per il futuro, con una leader che più volte è stata paragonata alla Regina, che “regna ma non governa”.

Valentina Nerino

Un chicco in più

La situazione in Ulster è particolarmente tesa anche a causa delle diverse posizioni concernenti la Brexit adottate dai due principali partiti dell’area: il DUP unionista e gli indipendentisti di Sinn Féin. Mentre il primo è un sostenitore della “hard Brexit“, con uno completo distacco doganale e di libera circolazione dall’UE, il secondo è a favore di una “soft Brexit“, in cui merci, capitali e soprattutto persone possano godere ancora di un certo livello di libertà – il cosiddetto “special status” per l’Irlanda del Nord. Qui il manifesto di Sinn Féin in cui è possibile leggere le posizioni del partito sulla Brexit.

Foto di copertina di Matt From London Licenza: Attribution License

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