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Si può ancora parlare di Cindia? La superpotenza asiatica descritta da Federico Rampini è ancora in vita? Gli ultimi sviluppi delle relazioni tra Cina e India non fanno sperare in una risposta positiva I PAESI DEI RECORD  L’enorme “balzo in avanti” di Cina e India è indiscutibile, ma questa crescita frenetica e repentina appare molto fragile e non riesce a nascondere gravi problemi strutturali di fondo. In apparenza, i numeri che descrivono la crescita economica indiana e cinese sono tutti preceduti dal segno più e, bypassando quelli che sono i rispettivi risultati, Cina e India hanno sicuramente un aspetto in comune: i record. Se da una parte la Cina è primo Paese esportatore al mondo e il Paese con più riserve di valuta estera al mondo, l’India, in base a recenti ricerche, si avvia invece a diventare il Paese con le più grandi risorse umane al mondo. La popolazione indiana ha infatti toccato quota 1,34 miliardi di abitanti contro gli 1,38 miliardi della Cina. Il sorpasso è quindi dietro l’angolo e questo futuro record non ha risvolti banali per Nuova Delhi. Infatti, se la politica del figlio unico cinese ha avuto forti ripercussioni sul ricambio generazionale, comportando un rapido invecchiamento della popolazione, per l’India la popolazione in crescita significa nuova forza lavoro e una popolazione sempre più giovane e soprattutto istruita. Seppur ancora ingabbiata nel sistema delle caste, la società indiana sta sostenendo enormi sforzi per migliorare il livello culturale della nuova generazione, puntando al coinvolgimento di un numero maggiore di università straniere sul territorio e agevolando lo studio all’estero dei propri studenti. Embed from Getty Images Fig.1 – Un anziano gioca a dama in un giardino pubblico di Pechino. La Cina, che ha di recente ceduto il primato di “Stato più popoloso del mondo” all’India, deve affrontare l’annoso problema dell’invecchiamento della popolazione ASPETTI NEGATIVI  Non si possono, però, non considerare alcuni aspetti meno positivi nel confronto tra i due Paesi. Una sfida a ribasso è sicuramente quella dell’inquinamento atmosferico. I due colossi non sono tra i Paesi più virtuosi per quanto riguarda le emissioni nocive. Sebbene la Cina stia migliorando le proprie scelte, sia nel settore dei trasporti che in quello industriale, dando un grande impulso a politiche sempre più green e sostenibili, le percentuali di smog che si registrano nelle metropoli cinesi sono allarmanti. La situazione non migliora se ci si sposta in India, dove il tasso di mortalità per smog rimane tra i più alti al mondo, con un numero di vittime, condiviso con la Cina, che supera i 2 milioni. Altro argomento di dibattito è la sfera sociale dei due Stati. È risaputo che il Partito Comunista Cinese detiene il controllo di ogni aspetto della vita della popolazione; la libertà di espressione o il rispetto dei diritti umani sono spesso al centro di molte critiche internazionali rivolte a Pechino. Ed è proprio questo argomento che l’India usa spesso per attaccare il governo cinese, esaltando invece il proprio sistema politico democratico, anche se la rigidità delle caste presenti nella società indiana non raccoglie certo apprezzamenti da parte della comunità internazionale. Embed from Getty Images Fig.2 – Pechino avvolta dallo smog nei giorni precedenti il vertice OBOR dello scorso maggio. L’inquinamento atmosferico rappresenta un grave problema sia per la Cina che per l’India: negli ultimi anni entrambi i Paesi hanno intensificato gli sforzi per rivedere le proprie politiche industriali, avvicinandole maggiormente agli standard internazionali sulla salvaguardia dell’ambiente  LA QUESTIONE ARUNACHAL PRADESH  Esiste al confine tra Cina e India, nella parte di nord-est, la regione dell’Arunachal Pradesh, amministrata in età coloniale dalla North East Frontier Agency e diventata ufficialmente stato dell’Unione Indiana nel febbraio 1987. Inizialmente parte del Tibet, l’Arunachal fu incluso nel 1914 all’interno della Linea McMahon e da allora è sempre stato ufficialmente riconosciuto come parte dell’India, restando sotto controllo di Nuova Delhi anche dopo l’indipendenza del Paese nel 1947. Ma la Cina ha sempre opposto forte resistenza a tale decisione; basti pensare che ancor oggi i cinesi chiamano lo stato Zangnan, cioè Tibet Meridionale. La reticenza ad accettare la sovranità indiana sullo Stato è dettata anche dal fatto che l’Arunachal Pradesh ospita il monastero buddista di Tawang , il secondo più grande del mondo e importante centro religioso per il popolo tibetano. Il sito è stato visitato anche dal Dalai Lama lo scorso aprile. La scelta del leader spirituale tibetano, secondo le dichiarazioni del Ministero degli Affari Esteri indiano, non ha avuto alcun intento politico, ma deve essere interpretata come un tentativo di dialogo tra Cina e India con la speranza che la pace e la serenità possano regnare nell’area himalayana. Nonostante queste affermazioni concilianti, le autorità indiane non perdono occasione per polemizzare con Pechino sulla situazione esistente in un altro Stato conteso, quello dell’Aksai Chin, rivendicato dall’India ma controllato dalla Cina. Embed from Getty Images Fig.3 – Un gruppo di fedeli buddisti si prepara a ricevere il Dalai Lama durante la sua recente visita in Arunachal Pradesh, 9 aprile 2017. Il leader tibetano rappresenta un punto di riferimento importante per la popolazione locale, costretta a sopportare una massiccia presenza militare dovuta ai conflitti di frontiera tra Cina e India SFIDE INFRASTRUTTURALI  La volontà di affermarsi come possibile leader, o quanto meno come importante player dell’area asiatica, da parte di Cina e India ha trovato terreno fertile nel settore delle infrastrutture. I progetti logistici e architettonici ricoprono per i due Stati un ruolo strategicamente sempre più importante . Se da una parte la Cina con la sua “One Belt, One Road” (OBOR) sta tessendo una fitta rete infrastrutturale e diplomatica attraverso l’Asia, dall’altra parte l’India non sta di certo a guardare. Il Governo Modi sta cercando di ridurre l’isolamento di quelle aree, soprattutto a ridosso del confine cinese, che per molti anni hanno subito un notevole impoverimento e che per molto tempo, a causa delle passate scelte politiche, sono state lasciate in uno stato di degrado e abbandono con l’obiettivo di rendere più difficoltosa un’eventuale invasione cinese. Ora invece la costruzione del  ponte Hazarika, inaugurato di recente e lungo 9 chilometri, permetterà di collegare, grazie al supporto di una rete autostradale da perfezionare, l’Assam e l’Arunachal Pradesh, e sarà la principale via di transito sia per i cargo che per i veicoli militari con l’obiettivo di sviluppare economicamente l’area e di limitarne lo spopolamento.  La necessità di difendere le zone di confine è molto sentita da parte dell’India che sta cercando, in un ottica preventiva, di limitare al massimo le rivendicazioni cinesi su di esse. Inoltre il Governo indiano costruirà il ponte ferroviario più alto del mondo, 359 metri su una depressione nel Kashmir, e una linea ferroviaria nelle isole Andamane, nel Golfo del Bengala, dove transitano navi cargo cinesi. La Cina, invece, grazie all’ambizioso progetto OBOR, sta cercando di rafforzare la propria influenza e la propria reputazione in tutto il Sud-est asiatico, e non solo. I promotori dell’iniziativa cinese hanno infatti ufficialmente dichiarato, durante il vertice tenutosi a Pechino il 14 e il 15 maggio scorsi, gli obiettivi delle future politiche cinesi in ambito internazionale. Una delle ambizioni del primo sostenitore del progetto, il Presidente Xi Jinping, è quella di creare una rotta che avvicini l’Oriente all’Occidente, passando a ridosso dell’Africa. È proprio l’Africa la “terra promessa” di Pechino, che continua a stanziare ingenti capitali per sviluppare le infrastrutture degli Stati locali. Questi investimenti, nonostante apportino un grande valore al territorio da un punto di vista economico, hanno subito numerose critiche dal punto di vista sociopolitico, in quanto i benefici economici non sono bilanciati da eguali benefici sociali e culturali. Altro obiettivo dell’OBOR è quello di svincolare il mondo dalla visione unipolare americana; non a caso Pechino sta tentando di incrementare positivamente la propria reputazione internazionale attraverso una politica “armoniosa” verso gli altri Stati dell’Asia, facendosi promotore di forum, convegni e progetti infrastrutturali per lo sviluppo della regione. Questo atteggiamento, però, non è una prerogativa degli ultimi mesi.  La Cina, già con la “non ufficiale” strategia del “Filo di Perle”, nel 2013 aveva sviluppato in Pakistan, per esempio, un grande progetto infrastrutturale di reti ferroviarie e autostrade collegate direttamente con il proprio territorio nazionale. L’iniziativa aveva in realtà un obiettivo strategico, cioè creare una nuova via di approvvigionamento energetico per la Cina, grazie soprattutto all’attività ricettiva delle petroliere in transito dallo Stretto di Hormuz nel porto di Gwadar. Ma la scelta di partecipare allo sviluppo territoriale del Pakistan, grazie ad ingenti investimenti, non è stata dettata soltanto da obiettivi economici, perché avere l’appoggio di Islamabad rappresenta per Pechino un ottimo strumento per il contenimento dell’influenza indiana in Asia meridionale. Sempre con il Pakistan la Cina ha firmato, nell’ambito dello sviluppo della “Via della Seta Terrestre”, controparte della “Via della Seta Marittima”, un accordo per la costruzione del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), arteria che collegherà il Kashmir pakistano, altra area contesa tra il Dragone e l’Elefante, alla Cina. Embed from Getty Images Fig.4 – Camion cinesi in attesa di caricare merci nel porto di Gwadar. Il Pakistan è uno dei tasselli fondamentali della strategia cinese di espansione verso Ovest IL NO DI DELHI ALL’OBOR  Il palcoscenico del vertice OBOR è stata l’occasione per la Cina di mostrare tutte le sue ambizioni di grandezza, ma allo stesso tempo ha fornito molto materiale agli scettici e ai critici delle sue iniziative internazionali. I grandi progetti infrastrutturali di Pechino, soprattutto il sopracitato CPEC, non hanno infatti incontrato il favore dell’India, grande assente al vertice. Le critiche mosse da Nuova Delhi non sono state leggere. Il Governo indiano ha accusato la Cina di imitare la Compagnia delle Indie, paragonando esplicitamente il comportamento di Pechino al quello dei vecchi colonizzatori europei.  In base alle dichiarazioni indiane, i progetti cinesi non hanno apportato alcun beneficio ai Paesi partner e in molte occasioni hanno comportato l’esproprio delle terre locali e un conseguentemente impoverimento delle aree coinvolte. Inoltre Pechino è accusata di ottenere queste partnership grazie alle pressioni fiscali esercitate sugli altri Paesi asiatici, in quanto molti di questi hanno contratto dei debiti nei confronti delle banche cinesi finanziatrici delle infrastrutture progettate. Tutte accuse respinte a gran voce dalla Cina che, soprattutto in occasione del vertice, attraverso il coinvolgente discorso del Presidente Xi Jinping, ha potuto fare vanto della grande presenza internazionale tra i partecipanti, sottolineando il virtuoso circolo win-win che questa iniziativa innescherà per i partecipanti del progetto e lasciando intendere all’India che ci sarà un alto prezzo da pagare per non avere accettato il progetto OBOR. La posizione di Narendra Modi, secondo i commenti di Pechino, precluderà all’India l’opportunità di entrare in nuovi mercati regionali, riducendo così il numero di occasioni per accelerare lo sviluppo economico nazionale. Embed from Getty Images Fig.5 – Il Premier indiano Narendra Modi insieme al Presidente russo Vladimir Putin durante l’ultimo Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, 1 giugno 2017. La Russia continua a rappresentare per l’India un importante partner strategico per limitare le ambizioni geopolitiche della Cina UN PIVOT NEL PIVOT – L’enorme dinamicità diplomatica ed economica dell’area asiatica sta quindi disegnando nuovi equilibri in questo quadrante geografico. Le alleanze, dichiarate o sottaciute, fanno si che i possibili sviluppi non siano del tutto prevedibili. La Cina, grazie alla spinta dell’OBOR, sta esportando un’immagine della nazione che fa dell’armonia e della non interferenza, tipici concetti cinesi, le proprie colonne portanti, promuovendo una forte politica collaborativa e di “reciproci benefici”. L’astuta strategia messa a punto da Pechino la vede attivamente partecipe nei grandi eventi internazionali e promotrice di numerosi accordi o intese bilaterali, non da ultima quella con la Germania di Angela Merkel a favore del libero scambio, in netta opposizione alle tendenze protezioniste americane. Una proattività che l’India tende invece a non dimostrare,  partecipando poco ai grandi appuntamenti internazionali e perseguendo una politica estera meno incisiva. L’India, nonostante questa lieve tendenza a defilarsi, sta comunque cercando di ridisegnare la propria rete diplomatica avvicinandosi maggiormente al Giappone e cercando di rinsaldare i legami con la Russia, soprattutto in occasione del 70esimo anniversario dell’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Inoltre Modi vorrebbe definire meglio i rapporti con gli USA, da sempre antagonisti della Cina, anche se l’amministrazione Trump sta attualmente perseguendo una linea di dialogo con Pechino. Questa potrebbe non essere un buona notizia per il leader indiano, il quale dovrà mettere in campo una strategia migliore per non restare ingabbiato nelpivot asiatico” che la Cina sta cercando di costruire.

Isabel Pepe

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più Il confine indo-cinese corre lungo gran parte della catena himalayana. Parte di esso segue il tracciato originale della Linea McMahon, chiamata così in onore di Sir Henry McMahon, diplomatico britannico che ne negoziò la demarcazione nel 1914. La Linea segnava il confine settentrionale dell’India britannica, separandola dal Tibet e dalla Cina.[/box] Foto di copertina di narendramodiofficial Licenza: Attribution-ShareAlike License
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Isabel Pepe

Sono nata in un piccolo paesino della Basilicata. Dopo la maturità scientifica mi sono trasferita a Venezia per studiare lingua cinese alla Ca’ Foscari e specializzarmi in Relazioni Internazionali Comparate. Quest’ultimo percorso di studi e il lavoro di tesi magistrale, “La geostrategia marittima della Repubblica Popolare Cinese: dalla Via della Seta al Filo di Perle”, mi hanno spinta a trasferirmi a Roma per coltivare questi due interessi. Ho frequentato un Master in Geopolitica e Sicurezza Globale, e dopo aver frequentato dei corsi sull’Energia, sono approdata alla Business School del Sole 24 ore per un Master in Management dell’Energia e dell’Ambiente. Quando non mi occupo di questi temi, cerco di coltivare le mie passioni tra cui ci sono libri e vini.