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Kurdistan iracheno: sulla strada dell’indipendenza?

In 3 sorsi Dopo decenni di tensioni con il Governo centrale iracheno e i Paesi limitrofi, il Governo Regionale Curdo (KRG) ha definitivamente stabilito una data per un referendum popolare che permetta alla popolazione curda irachena di esprimere la propria opinione in merito all’ indipendenza di Erbil da Baghdad

1. IL KURDISTAN IRACHENO: ACCENNI STORICI – Sempre più spesso si fa riferimento alla cosiddetta ‘questione curda’, ma chi sono i curdi? Quella curda è un’etnia indoeuropea, le cui origini si possono collocare nella parte sud orientale dell’odierna Turchia. I cambiamenti di confine causati in Medio Oriente dal dissolversi degli imperi e dalla creazione degli Stati nazionali in seguito alla prima guerra mondiale hanno determinato la situazione geopolitica attuale, dove la regione denominata ‘Kurdistan’ si vede per lo più divisa in quattro diversi stati: Turchia, Iraq, Iran e Siria. L’aspettativa creata dal Trattato di Sèvres riguardo la creazione di uno Stato indipendente per le aree a maggioranza curda è stata difatti disattesa. Ciò ha comportato che la cultura curda, così come la lingua – entrambe tratti distintivi di questa etnia – si siano evolute e abbiano sviluppato caratteristiche diverse a seconda del contesto. Questo ovviamente vale anche per le prerogative politiche che le minoranza curde stanziate in questi quattro Paesi tutt’oggi rivendicano nei confronti dei rispettivi governi centrali, che di Stato in Stato hanno concesso loro diversi livelli di autonomia. Questa premessa ci permette dunque di entrare nello specifico dello status del Kurdistan iracheno, costituente circa il 17% della superficie statale totale e collocato nella parte settentrionale del Paese. Fin dalla creazione dell’Iraq, prima come mandato britannico nel 1924 e poi come Stato indipendente nel 1930, la componente curda si è sempre dimostrata riluttante a sottoporsi al potere centrale di Baghdad, i cui tentativi di coinvolgere rappresentanti curdi, fossero essi reali o fittizi, sono peraltro sempre stati sparuti. Già nell’era Repubblicana (1958-1968), vedendo ancora una volta disattese le promesse di indipendenza, sotto la guida di Mustafa Barzani i curdi iracheni hanno combattuto una guerra civile contro Baghdad, ricorrendo anche al sostegno di Stati terzi, quali Stati Uniti, Israele e Iran. Durante la lunga era di Saddam Husayn, e nonostante i proclami del ra‘is di volere creare un unico Iraq, rappresentativo di tutte le etnie e sette, la popolazione curda ha subito più di un attacco repressivo da parte del Governo centrale. Il punto di svolta è giunto nel 1991, quando una rivolta dell’intera comunità curda unita contro il regime di Husayn ha determinato un interesse della comunità internazionale nei confronti delle brutalità sofferte da questa minoranza, tanto da spingere l’ONU a istituire una no flight zone per proteggere il Kurdistan iracheno dagli attacchi di Baghdad. Questa misura ha determinato una prima mediata forma di indipendenza da Baghdad, seguita dalla creazione del Governo Regionale Curdo (Kurdish Regional Government – KRG) nel 1992 e poi confermata dalla Costituzione del 2005, che ha introdotto il federalismo e ha concesso al Kurdistan, in quanto regione federale, larga autonomia. Tuttavia, varie questioni sono rimaste aperte, prima fra tutte la gestione delle risorse petrolifere, di cui i territori curdi sono ricchi, e la cui ripartizione non è chiaramente spiegata dalla Costituzione, che apre a varie interpretazioni anche riguardo alle misure da seguire in merito a giacimenti inaugurati in seguito all’approvazione della costituzione stessa. È proprio la questione petrolifera ad aver trasformato la città di Kirkuk, centro multietnico ricco d’idrocarburi, nella regina delle cosiddette ‘disputed areas’ tra Baghdad ed Erbil. La Costituzione del 2005, con l’articolo 140, aveva previsto l’organizzazione di un referendum popolare entro il 2007 mirante a definire l’appartenenza di questo governatorato al KRG. Tuttavia, il referendum non è mai stato concesso e la questione rimane tutt’ora aperta e scottante. Nuova linfa è stata data alla questione curda dai recenti sconvolgimenti in Iraq, dovuti alla proclamazione del califfato islamico nel 2014. Difatti i Peshmerga, forza armata del KRG, fin dagli albori di questa crisi sono stati impegnati in prima linea nei combattimenti contro lo Stato Islamico. Questo ruolo ha conferito grande legittimità internazionale a Erbil, permettendole di stringere ulteriori legami con gli Stati occidentali, USA in primis, e dando al KRG l’occasione di dimostrare di possedere due importanti attributi immancabili per uno Stato, pur non essendo tale: la capacità di difendersi e di attuare una propria politica estera.

Fig. 1 – Ragazza curda regge una mappa della regione del Kurdistan durante una manifestazione

2. IL REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA – A livello politico, il Kurdistan iracheno ha negli ultimi due anni dimostrato di essere largamente frammentato. Il KRG versa in un difficile stato di crisi dal 2015, anno in cui il mandato del Presidente Mas‘ud Barzani, esponente del Kurdish Democratic Party (KDP) è ufficialmente scaduto dopo una proroga di ulteriori due anni successivi a due mandati canonici ricoperti dal democratico curdo. Barzani è rimasto al suo posto, ma l’incostituzionalità della sua posizione non lo rende certo il più rappresentativo dei leader per la nazione curda. L’attività del Parlamento, il cui mandato scadrà nel settembre 2017, è stata più volte sospesa; nei casi in cui le sedute si sono tenute, l’istituzione ha operato in chiare condizioni extra costituzionali, anche considerando che alcuni suoi membri, rappresentanti del partito politico Gorran, ne sono stati espulsi nel 2015 con l’accusa di attività sovversive. Una misura, questa, che è risultata in un cambiamento degli equilibri di forza interni all’istituzione, a favore del KDP. Il dibattito è dunque acceso in merito alla normalizzazione della situazione politica interna e in particolare alle imminenti elezioni parlamentari, nonché alle consultazioni presidenziali, che non si tengono dal 2009. Nonostante ciò, una sorta di accordo tra le maggiori forze politiche curde, in particolare tra il KDP e il l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), si è informalmente stretto quando le parti si sono riunite lo scorso aprile, deliberando che un referendum popolare sull’indipendenza del Kurdistan iracheno si terrà entro l’autunno del 2017. Questa volontà è stata espressa da Barzani anche davanti al Segretario Generale ONU Guterres. Questo referendum è stato più volte definito dalle stesse autorità curde come ‘non legalmente vincolante’, poiché non avrà immediate conseguenze su un’eventuale indipendenza della regione, ma avrà come scopo l’espressione della volontà popolare curda irachena davanti alla comunità internazionale tutta, volontà che il KRG non vorrebbe vedere ignorata nei negoziati post Da‘esh per la costruzione di un nuovo Iraq. Forte del proprio importante ruolo nella lotta contro il califfato, il KRG vorrebbe difatti approfittare di questa situazione per sedersi al tavolo dei vincitori ulteriormente legittimato dalla volontà del proprio popolo. Ciò darebbe anche una parvenza di unità alla frammentata situazione politica che come abbiamo visto caratterizza la regione da anni, ponendo inoltre Barzani, in quanto primo promotore del referendum, in una situazione di forza rispetto alle altre forze politiche del KRG. Agli inizi di giugno, una nuova consultazione tra i maggiori partiti politici curdi locali ha ottenuto come risultato la deliberazione ufficiale della data del referendum, che avverrà il prossimo 25 settembre. Il referendum non si terrà nelle sole aree già sotto l’autorità del KRG, ma anche nelle città contese tra Erbil e Baghdad, costituendo ulteriore ragione di scontro con il governo centrale. Anche una data per le elezioni parlamentari e presidenziali è stata discussa e si ipotizza che le consultazioni avverranno il 6 novembre 2017.

Fig. 2 – Mas’ud Barzani, Presidente del KRG e esponente del KDP.

3. IL DIBATTITO – La maggioranza delle forze politiche curde si professa chiaramente a favore del referendum, nonostante la consapevolezza che vi siano altre priorità da affrontare nella politica interna, in visione soprattutto di un ipotetico imminente Iraq post Da‘esh. Non hanno partecipato all’ultimo meeting di giugno né il movimento Gorran né il Partito Islamico Curdo (Komal), che nonostante siano favorevoli al referendum, vorrebbero attendere a indire la consultazione popolare fino a quando l’attività parlamentare del KRG tornerà nella norma. Il premier iracheno Haider Al-Abadi si è inizialmente dimostrato molto cauto, evitando di commentare il referendum in quanto tale, ma criticando l’infattibilità dello stesso in questo preciso momento storico, quando la minaccia di Da‘esh è ancora viva e l’ipotetica indipendenza del Kurdistan iracheno sarebbe vista come una minaccia dagli attori interni all’Iraq, sia arabo sunniti che sciiti, nonché dagli attori regionali. Se già la posizione di al-Abadi è a rischio a causa dell’opposizione di al-Maliki e delle milizie sciite, un confronto aperto con i curdi, con i quali c’è stata una sorta di coordinamento nell’ultimo periodo per la lotta contro Da‘esh, potrebbe portare a una completa disintegrazione del Paese. Dopo la comunicazione da parte di Barzani dell’irreversibilità del referendum, il portavoce di al-Abadi ha dichiarato inammissibile che una decisione riguardante il destino dell’Iraq tutto possa essere presa esclusivamente da una parte del Paese. Per quanto riguarda il quadro regionale, sia Iran che Turchia si sono fermamente opposti a questa consultazione popolare, temendo ripercussioni nelle comunità curde stanziate nei propri territori ai confini con il Kurdistan iracheno, un rischio tuttavia scongiurato da Barzani. Nonostante la solida collaborazione con i Peshmerga nella lotta allo Stato Islamico, gli Stati Uniti hanno dichiarato che sebbene il desiderio curdo di indipendenza sia ‘comprensibile’, New York sostiene un Iraq ‘unito e federale’. Inoltre, all’ordine del giorno ci sono ben altre priorità e indire tale consultazione oggi per gli USA non sarebbe che una distrazione rispetto a quelle che sono le urgenti problematiche che affliggono l’area, prima fra tutte il califfato islamico.

Lorena Stella Martini

Un chicco in più

I numeri del referendum:

  • 4 le lingue del quesito referendario: curdo, arabo, assiro e turkmeno;
  • 12.000 i seggi elettorali dove poter esprimere il proprio voto;
  • Più di 6 milioni gli aventi diritto, divisi tra le zone curde e le disputed areas;
  • 20 milioni di dollari il budget accordato dal KRG per coprire tutte le spese della consultazione popolare.

Foto di copertina di Kurdistan Photo كوردستان Licenza: Attribution-ShareAlike License