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Dopo oltre un secolo di dominazione inglese, Hong Kong è ritornata sotto la sovranità cinese a partire dal 1 luglio 1997. Alla neonata Regione amministrativa speciale è stata applicato il famoso modello “One Country, Two Systems”, ideato da Deng Xiaoping e considerato anche per la più spinosa questione taiwanese. A vent’anni dalla restituzione a Pechino molto è cambiato ad Hong Kong, sia in termini di diritti umani che sotto il profilo politico. E non sempre in meglio

UN ANNIVERSARIO IMPORTANTE – Il 1 luglio 2017 Hong Kong celebrerà i vent’anni dal ritorno sotto la sovranità cinese. Nel 1997, dopo oltre un secolo di dominazione coloniale britannica, l’ultimo Governatore Christopher Patten ha infatti passato il testimone a Tung Chee-Hwa, sancendo il definitivo ritorno dell’isola sotto il controllo di Pechino. Con quest’ultimo, il modello “One Country, Two Systems”, fortemente indicato come possibile soluzione di complesse vicende politico-territoriali come quella di Taiwan da Deng Xiaoping, è entrato ufficialmente in vigore.

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Fig. 1 – Incontro tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping nel settembre 1982. Lunghi negoziati diplomatici tra i due leader portarono alla Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1985 che sancì il ritorno di Hong Kong alla Cina

All’approssimarsi del primo ventennio di sovranità cinese è impossibile non sottolineare le moltissime complessità sorte ad Hong Kong: talune dal carattere più ideologico che pratico, altre certamente meno formali e più sostanziali. Il primo anello debole della catena, anche in ordine temporale, può facilmente essere rintracciato nella mancata espressione della volontà popolare sul tema della cessione alla Cina. I cittadini di Hong Kong, cioè, non sono stati chiamati, al pari delle altre democrazie occidentali, a esprimere il proprio consenso circa il nuovo ordine che si apprestava a nascere: esso ha, piuttosto, avuto i tratti di una negoziazione politica lunga, problematica e del tutto chiusa al circuito popolare.

IL NODO DEI DIRITTI POLITICI – Non molto, del resto, sul versante politico è cambiato. La tutela dei diritti fondamentali, ivi compresi quelli politici, incardinati nella mini-Costituzione di cui Hong Kong è stata dotata dal 1997, è stata sì garantita, ma con esiti piuttosto limitati. A titolo esemplificativo, l’elezione oramai costante di leader locali (Chief Executive) fortemente in linea di continuità con la volontà espressa da Pechino, complice un sistema elettorale complesso, non totalmente inclusivo e basato su circoscrizioni non territoriali, ma di carattere sociale, è un vulnus sostanziale a cui difficilmente ci si può abituare. Non da ultimo, in tal senso, la “Rivoluzione degli ombrelli” è sintomatica della richiesta di maggiore democraticità.

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Fig. 2 – Manifestazione pro-democrazia a Hong Kong nel novembre 2016

A questo proposito, occorre tenere ben presenti due eventi recenti e per certi versi rivoluzionari che Hong Kong ha vissuto: in ordine temporale, l’elezione del nuovo Legislative Council (LegCo), il mini-Parlamento locale, del 2016 e l’elezione del Chief Executive del 2017. Il primo evento è particolarmente rilevante. Non solo nuove modalità più in linea con la democratizzazione della Regione sono state implementate, dopo essere state a lungo promesse, ma due giovani deputati, Sixtus Leung e Yau Wai-ching, rappresentanti di una istanza indipendentista, si sono per la prima volta rifiutati di prestare giuramento di fedeltà verso la Repubblica Popolare Cinese. Il giuramento, stabilito costituzionalmente e prassi oramai consolidata, è del tutto vincolante e ogni modifica apportata al testo approntato è ragione di esclusione dalla carica di deputato. Ciò è esattamente quanto accaduto ai due neodeputati che, a seguito di una lunga battaglia giudiziaria in cui la commistione tra i tre poteri dello Stato ha preso il sopravvento, si sono dovuti arrendere alla decisione giunta dall’Assemblea nazionale del popolo di Pechino.
Il secondo evento è ugualmente controverso. L’elezione di Carrie Lam Cheng è stata infatti l’ulteriore accadimento che ha sottolineato lo stato cagionevole in cui versa la politica locale. La nuova leader di Hong Kong, infatti, appoggiò le manifestazioni legate al Movimento degli ombrelli, distaccandosene poi dai contenuti ritenuti eccessivamente orientati verso un’indipendenza non costituzionalmente concessa. Del resto, l’inversione di rotta è segnalata dalla preferenza che Pechino ha espresso a chiare lettere verso la nuova Governatrice. Nelle parole del Partito Comunista Cinese, il rischio reale per Hong Kong in caso di non elezione di Cheng era la creazione di una società ancora più polarizzata, certamente non rispondente alle esigenze di obbedienza e di condivisione di valori promosse dalla presidenza di Xi Jinping. Il discorso d’apertura della neo-Governatrice, comunque, sembra fortemente caratterizzato dalla volontà di non deludere nessuna delle contrastanti tendenze in corso ad Hong Kong, cioè quella accentratrice sostenuta da Pechino e quella indipendentista locale.

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Fig. 3 – Sixtus Leung e Yau Wai-ching, i due giovani deputati che si sono rifiutati di giurare fedeltà alla Cina nell’ottobre 2016. Per questa loro decisione sono stati entrambi espulsi dal Legislative Council, il mini-Parlamento di Hong Kong

DIRITTI UMANI: PRIMA E DOPO LA SOVRANITA’ CINESE – L’altro campo in cui l’evoluzione ormai ventennale si è fatta sentire in maniera assolutamente consistente è quello dei diritti umani e delle garanzie minime di libertà, simili a quelli esistenti negli ordinamenti dei Paesi occidentali. Sin dalla promulgazione delle Royal Letters Patent nel 1917, ai cittadini di Hong Kong è stato infatti garantito il pieno rispetto di tali diritti, tutelati, come nel sistema di Common Law britannico, dalle corti competenti. E uno dei terreni di scontro più accesi, sin dalla stesura della mini-Costituzione del 1997 e ancora prima dagli incontri diplomatici tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping, è stato proprio quello del mantenimento di tali principi considerati imprescindibili e universali. Inizialmente la Regione amministrativa speciale di Hong Kong ha potuto avvalersi di giudici provenienti da sistemi di Common Law, che hanno garantito il riconoscimento dei diritti costituzionali stabiliti sotto amministrazione britannica. Il trascorrere del tempo, tuttavia, ha prodotto un risultato non del tutto inaspettato. Innanzitutto, il ricambio generazionale vissuto ad Hong Kong tra i giudici ha sostanzialmente ridotto il numero di quelli ancora memori del funzionamento precedente alla cessione cinese, indebolendo l’impianto giuridico democratico della Regione. Inoltre è venuta a mancare la volontà politica di proseguire nel mantenimento delle leggi e dei principi ereditati dall’esperienza britannica. In altre parole, è avvenuto un processo di integrazione nei valori cinesi continentali  che ha trasformato profondamente il paesaggio politico-legale di Hong Kong, facendo retrocedere il Paese nell’indice degli Stati in cui i diritti umani sono meglio tutelati.
Ad essere maggiormente esposta al pericolo è soprattutto la garanzia generale del rispetto della rule of law, in particolare il diritto di libera associazione, secondo un trend già visto nella Cina continentale. Le stringenti regole di organizzazione della società civile cinese, in virtù delle quali le associazioni devono chiedere l’autorizzazione del Governo prima di poter operare sul territorio, stanno infatti influenzando lentamente anche il modus operandi di Hong Kong.
Sul fronte della libertà di espressione ha certamente giocato in maniera molto negativa la sparizione di alcuni intellettuali che diffondevano opuscoli critici dell’elite cinese. Alcuni di loro sono poi stati ritrovati imprigionati in Cina, sottolineando ancora una volta l’incapacità della Regione amministrativa speciale di far valere i propri diritti di autonomia. Non bisogna poi dimenticare le continue limitazioni al diritto d’accesso all’informazione, imposte sempre più frequentemente dalle autorità di Pechino. La questione è stata anche analizzata dalla Gran Bretagna che, in un recente report semestrale al Parlamento di Westminster, ha espresso preoccupazione riguardo la corretta implementazioni della mini-Costituzione del 1997. Un richiamo sostanzialmente inascoltato: la recente sospensione della visita di alcuni delegati britannici per constatare da vicino lo stato di salute dell’ex colonia è un sintomo della chiara avversione del Governo cinese ad ogni forma di intromissione nei suoi affari interni.
In definitiva, la presenza del Presidente Xi Jinping al grande evento realizzato per la celebrazione del ventennio del ritorno di Hong Kong sotto sovranità cinese avrà indubbiamente il sapore di uno scontro e la possibilità che alcune contestazioni pubbliche abbiano luogo appare sempre più concreta. Resta, tuttavia, da valutare il livello di autonomia che ad Hong Kong sarà garantita nell’immediato futuro e per i restanti trent’anni di “transizione” prima del definitivo reintegro dell’isola nella RPC.

Giovanni Ardito

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Il 2014 è stato un anno difficile sia per la Repubblica popolare cinese che per Taiwan. In entrambi i Paesi si sono infatti verificati importanti movimenti di protesta anti-governativa. I due più rilevanti sono indubbiamente la “Rivoluzione degli ombrelli” e la “Rivoluzione dei girasoli.” Il primo, avvenuto ad Hong Kong, si è caratterizzato per una richiesta di maggiore democratizzazione della vita politica della Regione, secondo le promesse del Governo locale e dell’apposito comitato dell’Assemblea nazionale del popolo di Pechino. Il secondo ha invece sottolineato la volontà di molti cittadini taiwanesi di non trasformare il loro Paese in una periferia di Pechino, mettendo in discussione le politiche di distensione di Taipei verso la Cina continentale. Entrambi i movimenti, spesso duramente repressi dalla polizia, hanno avuto come protagonisti giovani studenti universitari, desiderosi di affermare la propria identità sociale e delusi dalle politiche dei rispettivi Governi centrali. Benchè le due “Rivoluzioni” si possano dire concluse, molto del loro fervore idealistico e anti-governativo è tutt’altro che sopito.[/box]

Foto di copertina di Studio Incendo Licenza: Attribution License

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Giovanni Ardito

Nato a Napoli nel 1995 e attualmente studente di International Affairs presso l’Università di Bologna, sono appassionato di Cina e dell’uso dei droni nei conflitti armati.

Trasferitomi a Roma dopo la maturità classica, mi sono laureato con lode in Scienze politiche e Relazioni internazionali all’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sul modello One Country Two Systems ad Hong Kong. Contemporaneamente, assecondando i miei interessi all’ interdisciplinarietà, ho studiato presso la Scuola Superiore di Studi Avanzati della Sapienza, dove ho avuto la possibilità di scrivere di Siria, salvaguardia del patrimonio culturale internazionale e basi militari. Non propriamente amante dell’attività sportiva, nel tempo libero mi piace leggere e ascoltare musica… nel tempo libero, appunto.