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Venezuela: la lenta agonia di un Paese e gli affari di Goldman Sachs

In 3 sorsi – La crisi del Venezuela non accenna a placarsi. Eppure Goldman Sachs scommette sul futuro del Paese e fa incetta di titoli a prezzo stracciato. Informazioni riservate o scommessa finanziaria? 

1. LA CRISI INFINITA Contrazione dell’economia del 20% rispetto ai livelli pre-crisi, crisi alimentare, inflazione dell’800%, aumento in un anno della mortalità infantile del 30% e dei casi di malaria del 76% ed 86 morti in scontri di piazza. È questo lo scenario quasi bellico che presenta al mondo il Venezuela, sconvolto da quella che è forse la peggior crisi che il Paese abbia sperimentato nei suoi 200 anni d’indipendenza. Scoppiata nel 2014 a seguito del crollo del prezzo del petrolio, da allora la crisi non ha fatto che peggiorare, in gran parte a cause delle scriteriate politiche economiche del presidente Nicolas Maduro. Alle elezioni del 2015 i venezuelani, esasperati, hanno sconfessato il Presidente e hanno dato la maggioranza alla MUD (Mesa Unidad Democrática), un’alleanza di partiti d’opposizione accomunati da nulla se non dalla volontà di indire un referendum per rimuovere Maduro dalla sua carica. Come prevedibile, tuttavia, le tragiche condizioni di vita del suo popolo non sono state per Maduro ragione sufficiente per modificare la sua gestione dell’economia, né tanto meno per dimettersi. Al contrario, forte del supporto dei militari, il presidente è riuscito a mantenere il potere, esautorando il Parlamento dei suoi poteri e reprimendo le proteste con la forza. Ha continuato inoltre a sostenere che la crisi sia tutta colpa di un non meglio specificato “complotto capitalista” e, incurante delle sofferenze del suo popolo, ha arrogantemente rifiutato gli aiuti umanitari offerti dalla comunità internazionale. Per evitare di sottoporsi al voto dell’elettorato, in maggio Maduro ha infine annunciato di voler convocare un’Assemblea Costituente “chavista” per riformare la Costituzione e, con tutta probabilità, rimandare ulteriormente le elezioni.

Fig. 1 – Dimostrazioni e proteste a Caracas

2. L’OFFERTA DI GOLDMAN SACHS – Anche se per adesso sembra saldamente al comando, Maduro ha disperato bisogno di fondi ed aiuti economici per impedire la completa paralisi economica e per conservare la fedeltà dei suoi alleati. Il Paese è isolato sia a livello internazionale che a livello continentale (nel dicembre 2016 il Mercosur ha ufficialmente sospeso il Venezuela per non rispettare i requisiti economici e democratici previsti dalla carta), e ha enorme difficoltà a rifinanziarsi sui mercati mondiali. Anche Pechino, in precedenza amico e munifico benefattore di Caracas, sta riducendo il proprio supporto, soprattutto di fronte all’incapacità del Venezuela di ripagare un prestito di 20 miliardi di dollari. Nonostante questo scenario sconfortante, c’è ancora chi scommette sul Venezuela e sulla ripresa della sua disastrata economia. Goldman Sachs, una delle principali banche d’affari al mondo ed “incubatrice” di presidenti e primi ministri (vedasi Emmanuel Macron) ha infatti deciso di comprare obbligazioni della PDVSA (compagnia petrolifera venezuelana) per un valore di ben 2,8 miliardi di dollari. La richiesta deve essere stata accolta come manna dal cielo a Caracas, anche in seguito alla pretesa d’applicazione dell’enorme sconto del 69%, grazie al quale la banca ha dovuto pagare solamente 865 milioni di dollari. La mossa ha attirato sull’organizzazione le feroci critiche, ampiamente ignorate, dell’opposizione a Maduro e di parti dell’opinione pubblica mondiale, che accusano la banca di aiutare un regime dittatoriale a prolungare l’agonia del popolo venezuelano.

Fig. 2 – Proteste contro la decisione di Goldman Sachs

3. GLI AFFARI SONO AFFARI – La posta in gioco è alta: qualora il prezzo del petrolio tornasse a salire, togliendo il Paese dalla fase peggiore della crisi, la banca otterrebbe dal suo investimento un ritorno enorme. A questo, tuttavia, corrispondono due scenari rischiosi. Nel primo, il Paese dichiara la bancarotta, costringendo i creditori a rinegoziare i propri crediti e ad accontentarsi di una somma molto inferiore a quanto pattuito. Nel secondo, un eventuale Governo d’opposizione sorto dopo la caduta del regime di Maduro potrebbe rifiutarsi di onorare i debiti del precedente, affermando che essi siano stati contratti da un governo non democratico.

Fig. 3 – Henrique Capriles (al centro) uno dei leader dell’opposizione

Entrambi gli scenari, benché plausibili, non sono molto probabili. Il primo, il più probabile dei due, si scontra con il fatto che il Venezuela è un Paese ricchissimo di materie prime (petrolio in primis, ma anche gas naturale, bauxite ed oro). Piuttosto che dichiarare bancarotta, ed ammettere il fallimento di tutta la politica economica di stampo “socialista”, il governo ha già mostrato di preferir svendere i diritti di sfruttamento di tali ricchezze oppure direttamente le proprie riserve auree, nella speranza di barcamenarsi fino a una parziale ripresa del prezzo del greggio. Il secondo scenario invece è ancora più improbabile, in quanto la comunità politica ed economica internazionale ha sempre costretto i governi a onorare i debiti precedentemente contratti anche da regimi dittatoriali, specie se con banche finanziarie, pena l’esclusione dai mercati internazionali. L’esempio dell’Argentina, ridotta allo Stato di paria e incapace di rifinanziarsi all’estero a causa di una controversia con alcuni hedge fund statunitensi, ne è un perfetto esempio. Inoltre, Goldman Sachs può essere accusata di tutto tranne che di ingenuità, ed è difficile immaginare che si sia gettata in un tale affare senza un’attenta valutazione e senza informazioni certe. Appare quindi chiaro che il governo venezuelano, qualunque esso sia, onorerà il debito contratto, permettendo a Goldman Sachs di uscire vincente da un accordo problematico.

Umberto Guzzardi

Un chicco in più

Per maggiori informazioni sullo stato dell’economia venezuelano si rimanda a questa pagina

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