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Elezioni nel Regno Unito: May perde la sua scommessa

In 3 sorsi La carriera politica di May è a rischio, mentre i negoziati tra Londra e Bruxelles su Brexit diventano sempre più difficili e complicati

1. IL VOTOGiovedì 8 giugno nel Regno Unito si sono svolte elezioni politiche anticipate. La premier Conservatrice Theresa May aveva deciso in aprile il ritorno alle urne, per rafforzare la propria presa sulla Camera dei Comuni (650 seggi) e condurre in maniera più serena le trattative su Brexit con l’Unione Europea. Il partito laburista di Jeremy Corbyn sembrava l’avversario ideale per i Conservatori: il suo programma elettorale era considerato troppo di sinistra e destinato a gettare moderati e centristi nelle braccia dei tories. Tuttavia, mentre i sondaggi ad aprile davano i Laburisti indietro di oltre venti punti rispetto ai Conservatori e promettevano al partito di May di rafforzare ed espandere notevolmente la maggioranza di Governo, con il passare delle settimane i tories si sono resi conto che la partita si stava rivelando più difficile del previsto. Come se non bastasse la campagna elettorale è stata funestata dagli attacchi terroristici di Manchester e Londra, rivendicati dallo Stato Islamico. La maggioranza Conservatrice, tuttavia, non sembrava davvero in discussione. Il risultato ha quindi colto molti osservatori di sorpresa: i tories hanno conquistato 318 seggi, i laburisti 262, i nazionalisti scozzesi (SNP) 35, i liberaldemocratici 12 e gli unionisti dell’Irlanda del Nord (DUP) 10.

Fig.1 – La premier britannica Theresa May

2. LE CONSEGUENZE INTERNE – La scelta di May di convocare elezioni anticipate in sostanza si è rivelata disastrosa. Non solo i Conservatori non sono riusciti a incrementare la propria maggioranza parlamentare, ma hanno addirittura perso la comoda maggioranza assoluta di cui godevano dal 2015. Una catastrofe, quindi, soprattutto viste le condizioni di partenza. La carriera politica di Theresa May è dunque a rischio. La premier aveva infatti deciso quasi in solitaria di andare alle urne per rafforzare la maggioranza, ma anche per indebolire l’influenza dei parlamentari tories più euroscettici, che si oppongono alla prospettiva di fare concessioni nei negoziati con Bruxelles. May ha già formato il nuovo esecutivo e si appresta a governare con il sostegno esterno degli unionisti nordirlandesi. Tuttavia la premier ha perso la sua scommessa e adesso dovrà molto probabilmente affrontare dissidi nel proprio partito. La lotta per la leadership tory (e quindi per il posto di Primo ministro) sta per iniziare, e i Conservatori stanno già affilando i coltelli. È probabile che May verrà lasciata al suo posto nel breve periodo, ma è difficile pensare che possa arrivare alla scadenza naturale della legislatura.

Fig.2 – Il leader laburista Jeremy Corbyn

3. LE CONSEGUENZE SU BREXIT – Theresa May negli ultimi mesi è stata dipinta dagli oppositori interni e dagli europeisti come una paladina di Brexit e un’acerrima nemica dell’UE. In realtà la premier è fondamentalmente una pragmatica (qualcuno potrebbe dire opportunista). May è stata ministro degli Interni del Governo di David Cameron e quando è iniziata la campagna referendaria sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione Europea ha sostenuto, senza esporsi e molto moderatamente, il fronte del Remain, rimanendo fedele al proprio Primo ministro. Questo le ha permesso, sulla scia dell’inaspettata vittoria del Leave nel voto del 23 giugno scorso, di arrivare a Downing Street apparendo come una scelta di compromesso per un partito Conservatore lacerato dalla battaglia referendaria e dalla spaccatura tra tiepidi europeisti e duri euroscettici. La probabile speranza di Bruxelles, considerato che una vittoria dei Laburisti veniva considerata (a ragione, come si è visto) impossibile, era che le elezioni rafforzassero la leadership della Premier, per poi poter finalmente entrare nel vivo di negoziati lunghi e duri. Il drammatico indebolimento di Theresa May rischia però di impedirle di fare troppe concessioni nelle trattative con l’UE: il Primo ministro in questo momento deve infatti assicurarsi la completa e assoluta fedeltà di tutti i parlamentari conservatori. Il risultato delle elezioni, poi, non fornisce quella stabilità politica e quella prospettiva di lungo periodo necessarie per riuscire a negoziare e forgiare una nuova partnership tra Londra e Bruxelles, compito che probabilmente richiederà anni (almeno due, ma verosimilmente di più) e che si prospettava complicatissimo a prescindere dall’esito di questo voto. L’ipotesi di nuove elezioni, oltretutto, rischia di rendere superfluo qualsiasi compromesso, a seconda dalla maggioranza che potrebbe eventualmente uscire dalle urne. Inoltre coloro che nelle Camere (soprattutto quella dei Lord) e nell’establishment politico-economico britannico sperano di impedire Brexit vedono nella confusione un’opportunità per far tornare il Paese sui suoi passi, alimentando ulteriormente l’incertezza. La verità è che l’insolita instabilità politica al di là della Manica rischia di avere pesanti conseguenze su tutto il Vecchio continente. E a quasi un anno dal referendum del 23 giugno 2016 Brexit è ancora solo ai primissimi passi (vedi il chicco in più).

Davide Lorenzini

Un chicco in più  

Il 29 marzo il Governo britannico ha notificato all’UE l’intenzione del Regno Unito di uscire dall’Unione. I negoziati per mettere a punto la nuova relazione tra Londra e Bruxelles dovrebbero iniziare il 19 giugno

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