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Dove va il Qatar?

Il Qatar è al centro di una grave crisi diplomatica che vede coinvolte la maggior parte delle potenze mediorientali. Dopo due settimane di feroce campagna mediatica indirizzata contro Doha, le cancellerie di quasi tutte le monarchie del Golfo, seguite poi da altri Paesi del “blocco sunnita”, hanno deciso  di interrompere qualsiasi collegamento con il regime della famiglia al Thani.  Sull’onda di questa violenta escalation diplomatica, Turchia e Iran provano a rafforzare i loro legami con Doha

CAMPAGNA MEDIATICA E CRISI DIPLOMATICA La fase acuta di questa nuova crisi diplomatica tra il Qatar e molti altri dei Paesi che sono all’interno del Gulf Cooperation Council (GCC) è iniziata circa due settimane fa, in concomitanza con il termine della visita di Donald Trump in Arabia Saudita. Infatti pochi giorni dopo la fine del tour del nuovo Presidente statunitense, è apparsa sul portale della Qatar News Agency (QNA) una presunta dichiarazione rilasciata dall’emiro reggente del Qatar, Tamin bin Hamad al Thani, dove si elogiava il ruolo di Hamas, riconosciuto come rappresentante del popolo palestinese, e si auspicava il ritorno al dialogo con l’Iran anche in virtù del suo status di “potenza islamica”. Inoltre nell’articolo si faceva anche riferimento ad alcune dichiarazioni del Ministro degli Esteri qatariota, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, che accusava le monarchie del Golfo di ordire un complotto al fine di provocare un regime change in Qatar come accaduto nel 2013. A poco sono servite le smentite dell’entourage dell’emiro e l’avvio di un’inchiesta ufficiale per svelare chi si nascondesse dietro l’hackeraggio del sito di informazione nazionale. Infatti lunedì 5 giugno Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Egitto, Bahrein, Maldive e il Governo di Tobruk in Libia sancivano la cessazione immediata dei rapporti diplomatici con il Qatar e il ritiro dei loro ambasciatori. I Paesi protagonisti di questa dura iniziativa diplomatica hanno accusato il Qatar di essere il finanziatore di molti movimenti terroristici che prolificano nella regione, tra cui al Qaeda e Daesh, di fomentare il dissenso all’interno di questi Paesi tramite il canale satellitare Al Jazeera e di essere al fianco di organizzazioni come la Fratellanza Musulmana e Hamas. Inoltre, poche ore dopo il ritiro degli ambasciatori, i Paesi sopra citati hanno tagliato qualsiasi via d’accesso a mezzi o persone provenienti dal Qatar. Terrestre, aerea o marittima che sia.

Fig. 1 – Prodotti alimentari giunti per via aerea dalla Turchia in seguito al blocco subito dal Qatar ad opera delle altre monarchie del Golfo.

Il primo stato a muoversi in soccorso di Doha è stato l’Iran, che forte del vuoto di amicizia creatosi attorno alla piccola monarchia qatariota, ha intravisto un facile espediente per approfondire i buoni rapporti di vicinato che intercorrono tra i due Paesi, che condividono anche l’enorme giacimento di gas offshore North Dome/South Pars. Il reggente qatariota inoltre era stato il primo monarca, tra i Paesi del golfo, a conglaturarsi con Rouhani per la rielezione avvenuta il 20 maggio. L’altro stato che si è schierato con Doha è stata la Turchia di Erdogan che con il regnante al Thani condivide la sua visione favorevole all’Islam politico e che si è offerta, nella giornata successiva all’imposizione del blocco saudita, di provvedere con derrate alimentari a scongiurare un’emergenza alimentare che avrebbe potuto colpire il Paese. Per delineare un quadro più completo, va aggiunto che all’interno del GCC Kuwait e Oman non si sono, per il momento, accodati alle sanzioni imposte dagli altri membri. In più il Kuwait, per voce del suo emiro Sabah al Ahmad al Sabah, si è offerto di fare da mediatore tra il GCC e il Qatar per cercare di risolvere la crisi nel minor tempo possibile. A Doha, al momento, non si è fatto nessun accenno a possibili contro-sanzioni, ma le accuse di essere finanziatori seriali di organizzazioni terroristiche e di fungere da grancassa per i dissensi interni ai Paesi del GCC sono state rispedite al mittente. Ma sono questi i veri motivi che hanno portato alla rottura tra Doha e Riyad e soci ?

IL VERO VOLTO DELLA CRISI Pochi giorni dopo l’inizio della crisi diplomatica tra Qatar e i Paesi guidati da Arabia Saudita e Emirati Arabi, l’emiro del Kuwait, ricoprendo la veste di mediatore tra i Paesi coinvolti, ha presentato al regnante Tamin bin Hamad al Thani un ultimatum proveniente da Riyad dove si richiede l’adempimento di dieci esplicite richieste se si vuole giungere alla fine della crisi tra le due cancellerie. Analizzando le dieci richieste giunte a Doha si può facilmente capire che il motivo della crisi non è riconducibile al semplice finanziamento di organizzazioni terroristiche. I punti elencati sono i seguenti.

  1. rottura immediata delle relazioni con l’Iran
  2. espulsioni di tutti i membri di Hamas
  3. congelamento conti bancari dei membri di Hamas e immediata sospensioni dei rapporti con essi
  4. espulsione di tutti i membri della Fratellanza Musulmana
  5. espulsione di tutti gli elementi anti GCC
  6. cessazione supporto ad ogni organizzazione terroristica
  7. cessazione interferenze in affari di stato egiziani
  8. chiusura emittente televisiva al Jazeera
  9. comunicato di scuse rivolto a tutti i paesi arabi per gli abusi perpetrati da al Jazeera
  10. promessa di non compiere alcuna azione che contraddica il volere del GCC

Al punto numero uno delle richieste inoltrate si scorge immediatamente il motivo della reale preoccupazione di Riyad. Il Qatar ormai è considerato dagli altri membri del GCC come un vero ed autentico “cavallo di Troia iraniano” all’interno del Consiglio. Se le posizioni ambigue del Qatar fino ad ora erano state permesse, anche grazie al relativo disgelo che l’amministrazione Obama aveva riportato tra Washington e Teheran, sembra che adesso Riyad abbia rotto gli indugi e che non voglia più consentire politiche indipendenti qatariote, soprattutto se queste la portano anche a colloquiare con l’Iran. In aggiunta, continuando a leggere le richieste, si possono scorgere anche le firme egiziane ed emiratine. Accettando i punti dell’ultimatum il Qatar diverrebbe di fatto uno Stato satellite di Riyad, rinunciando alla sua politica estera indipendente che nel corso degli ultimi anni l’ha visto protagonista in molteplici scenari, adottando spesso anche atteggiamenti contraddittori tra loro. L’Arabia Saudita in primis può rimproverare al Qatar il suo aver voluto contenderle il primato alla guida del mondo sunnita. I due hanno rivaleggiato in Siria su chi dovesse guidare l’insurrezione anti Assad, schierandosi i Saud con i rivoltosi moderati delle Syrian Democratic Forces (SDF) mentre i finanziamenti qatarioti venivano destinati alle ali più radicali della rivolta come l’ex Fronte al Nusra – di ispirazione Qaedista, e ora all’interno della coalizione Hayat Tahrir al Sham – e Ahrar al Sham.

Fig. 2 – Il Presidente statunitense Donald Trump e il re saudita Salman bin Abdulaziz al Saud durante l’ultimo meeting del GCC. Pochi giorni dopo la fine del meeting è iniziata la crisi diplomatica tra il Qatar e le altre monarchie del Golfo.

In Egitto, mentre l’Arabia Saudita sosteneva il colpo di mano dei militari guidati da al Sisi, il Qatar – insieme alla Turchia – assisteva impotente alla defenestrazione della Fratellanza Musulmana dell’ex Presidente Morsi. Ancora in Libia, Doha ha sempre appoggiato, insieme ad Ankara, il Governo di Tripoli nonostante poi non abbia mai cessato di rifornire finanziariamente le milizie armate di Khalifa al Ghwell, di Misurata e le altre formazioni islamiste molto attive nella Tripolitania, mentre Riyad e soci non hanno mai fatto mancare il loro appoggio, insieme al Presidente egiziano al Sisi, al Governo di Tobruk e al generale Khalifa Haftar. In aggiunta, per completare il quadro delle inimicizie alimentate dalla politica a dir poco ambigua del Qatar, non dobbiamo scordarci gli aiuti logistici e finanziari che il Paese ha sempre fornito ai membri di Hamas e alla loro leadership, ponendolo in questo modo in uno scontro frontale anche con Israele. Se infine, a tutto questo, aggiungiamo anche la politica di distensione che Doha ha sempre mostrato verso l’Iran, non possiamo non comprendere perché a Riyad si sia deciso di passare dalle parole ai fatti, sopratutto ora che alla Casa Bianca risiede un inquilino che vede, come i regnanti di casa Saud, nell’Iran  la maggior minaccia nel Medio Oriente. Non può essere infatti un caso che l’escalation diplomatica di questi giorni sia giunta pochi giorni dopo la visita di Trump in Arabia Saudita, un viaggio che ha portato in dote nuove commesse belliche dal valore di diverse centinaia di miliardi di dollari e il rinsaldamento dell’alleanza Riyad – Washington, ben vista anche da Israele. Ma se il Qatar in questi giorni ha conosciuto il fallimento del suo disegno di voler porsi alla guida del GCC, sfruttando anche il suo ruolo da mediatore con l’Iran, ritrovandosi di fatto ora in scontro frontale con tutte – o quasi – le monarchie del Golfo, viene da chiederci : il Qatar ora è solo e dovrà piegarsi ai diktat imposti dal GCC o potrà contare sull’appoggio di altri Paesi ?

LE SPONDE SICURE DI DOHA Nonostante il Qatar si ritrovi nel mezzo di una profonda e preoccupante crisi diplomatica, può contare ancora sull’appoggio di due alleati che in questi giorni, per motivi differenti, hanno non solo confermato il loro sostegno a Doha, ma anzi stanno cercando di cimentare i loro rapporti con il paese. L’Iran, malgrado in questi giorni sia alle prese con i postumi dell’attentato avvenuto a Teheran, non ha esitato da subito a mostrare il proprio sostegno al Qatar. La Repubblica Islamica, sempre abile e scaltra quando c’è da approfittare di un errore – o presunto tale – di un suo avversario, deve aver fiutato l’occasione giusta di mettere una spina nel fianco saudita di non poco conto. Rouhani, sin dai primi giorni della crisi, ha invitato da subito i Paesi membri del GCC a moderare i toni della discussione e a sedersi costruttivamente al tavolo delle trattative per far cessare una crisi che potrebbe essere destabilizzante per l’intera regione. Può dunque Teheran guadagnare qualcosa da questa crisi? Se l’escalation diplomatica dovesse continuare in questo modo, i Paesi del GCC, compiendo un clamoroso autogol, spingerebbero Doha dritta tra le braccia di Teheran, sempre ammesso che il Qatar non sia disposto ad accettare l’imposizione presentategli dall’Arabia Saudita. Tuttavia appare chiaro che l’emiro al Thani non cederà facilmente il passo e non rinuncerà così facilmente all’ingente quantità  di finanziamenti elargiti nel mondo in questi anni, anche al fine di agevolare un politica estera autonoma del Paese. Proprio gli ingenti finanziamenti qatarioti, in questi anni, hanno garantito al Paese un partner che, oltre a considerare di vitale importanza la liquidità prestata dagli al Thani, condivide – in parte – anche la sua visione politica del Medio Oriente.

Fig. 3 – Il Presidente turco Recep Tayyp Erdogan e l’emiro Tamin bin Hamad al Thani partecipano all’inizio del secondo Congresso del Comitato Strategico tra Turchia e Qatar, dicembre 2016. Un chiaro segno della forte collaborazione in essere tra i due Paesi

Questo partner è la Turchia di Erdogan. La maggior parte delle ingenti opere pubbliche che l’AKP vuole costruire nel suo Paese sono infatti finanziate da un fondo congiunto turco-qatariota. Inoltre tra i due Paesi, dal 2014, vige un accordo militare che prevedeva, dal 2018, la presenza di un contingente turco in una base militare nel Qatar. Ma con l’acuirsi di questa crisi diplomatica, al fine di tutelare il legame tra i due Paesi, ad Ankara è stato approvato – in tempo record – un disegno di legge che prevede il rapido dispiegamento di 3000 soldati in Qatar. L’intervento di Erdogan, che spariglia nuovamente le carte della politica estera regionale, va inquadrato nell’ormai neanche troppo celato desiderio di Ankara di ergersi al ruolo di decision maker globale. Non solo: nel perseguire lo smarcamento tanto agognato, Erdogan sembra stia acquisendo la consapevolezza che l’Iran, nel lungo termine, possa essere un partner più affidabile di quanto non lo siano stati, per la Turchia, Arabia Saudita e Stati Uniti. Malgrado Ankara e Teheran siano in netto contrasto nel dossier siriano, entrambe possono contare su vari punti di contatto che potrebbero favorire l’avvicinamento tra i due Paesi. Solo per citarne alcuni: i legami con Doha, il problema Kurdistan, lo scontro/diffidenza verso Riyad e il sostegno alla Fratellanza Musulmana. In più ad Ankara sicuramente non si sono scordati del fatto che il Presidente Rouhani fu uno dei primi a manifestare il proprio sostegno a Erdogan nelle ore del tentato colpo di stato dell’anno scorso. Se quindi il Qatar in queste ore sta pagando il peso di una politica estera ambigua e spesso troppo disinvolta, c’è da constatare che il peso degli enormi investimenti effettuati in questi anni potrebbe rivelarsi un buon paracadute di salvataggio per la monarchia degli al Thani.

LE INCOGNITE Naturalmente, come qualsiasi crisi che si rispetti in Medio Oriente, è compito arduo (se non addirittura impossibile) immaginare con esattezza quali possano essere gli scenari a cui potremmo assistere nei prossimi giorni. Di sicuro la base aerea di al Udeid pone tutti gli attori presenti in questa crisi a dover fare i conti con la presenza americana sul suolo qatariota. Proprio all’interno degli Stati Uniti sembra che non proprio tutti, soprattutto al Pentagono, condividano la politica estera di Trump di netto contrasto con Teheran e di rinnovato appoggio ai sauditi. Il peso degli investimenti qatarioti inoltre pone anche molti Paesi dell’Unione Europea in una situazione complicata. Molti membri UE si trovano infatti nella scomoda posizione di aver importanti investimenti, sul suolo nazionale e altrove, sia con Riyad che con Doha.

Fig. 4 – La base aerea di al Udeid in Qatar, quartier generale dello United States Central Command (CENTCOM)

Se la crisi dovesse perdurare è possibile si debbano prendere delle scelte anche dolorose. La Russia al momento, nonostante abbia già dichiarato il desiderio che la crisi rientri in toni accettabili, sembra che si stia tenendo in disparte. Sicuramente gli investimenti qatarioti potrebbero fare gola all’economia russa e, se la crisi tra gli al Thani e i Saud dovesse perdurare, Mosca potrebbe tentare di estendere la propria influenza nel Golfo Persico. Resta da capire, allo stato  attuale, fino a che livello possa spingersi l’offensiva di Riyad. Di certo il Paese che detiene la custodia dei luoghi santi dell’Islam adopererà tutte le frecce del suo arco per far sì che il suo primato non resti solo religioso, soprattutto ora che ha avuto luce verde dalla Casa Bianca. Bisogna chiedersi infine : il forte avvicinamento tra Ankara e Doha creerà un nuovo asse indipendente che cercherà di raccogliere quanto rimane delle Primavere arabe ? Oppure i due scivoleranno a fianco del blocco sciita, riponendo nel cassetto il loro ruolo di difensori dell’Islam politico?

Valerio Mazzoni   

Un chicco in più

Il 9 giugno, in un comunicato congiunto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno diffuso una lista di 59 individui e 12 organizzazioni che, anche grazie ai finanziamenti elargiti da Doha, avrebbero contribuiti a destabilizzare i Paesi firmatari del comunicato. Scorgendo il nome sulla lista, sempre a detta degli autori della suddetta, il Qatar avrebbe finanziato sia movimenti islamisti di stampo sunnita sia movimenti sciiti, come quelli attivi in Bahrein. Un’ulteriore prova dell’ambigua politica estera del Qatar adottata in questi anni. 

Foto di copertina di Juanedc Licenza: Attribution License

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