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Iran, in Siria per difendere la Rivoluzione

In 3 sorsi“Se perdiamo la Siria perdiamo Teheran”, così si esprimeva nel 2014 il Generale Qassem Soleimani a conferma che l’Iran, nel conflitto siriano, si gioca una grande fetta delle sue ambizioni geopolitiche nel quadrante mediorientale

1. SIRIA, UN ASSET NON SOLO STRATEGICO – Una minaccia esistenziale: così è raffigurato nella narrativa di Khamenei e dei suoi Pasdaran il conflitto siriano, come parte di un più ampio complotto a guida israelo-americana, che, dopo aver già provato a colpire indirettamente Teheran nella guerra dei 33 giorni, mira ora a far emergere una Siria anti-iraniana a guida sunnita per trasformare Damasco da pilastro della Mezzaluna Sciita a minaccia strategica per la Repubblica Islamica. Quando, cinque anni fa, la Siria è scivolata nella guerra civile che sta tuttora divorando il Paese, Teheran ha compreso immediatamente che la portata del conflitto sarebbe stata tale da ridefinire in modo permanente gli attori e l’equilibrio di potenza del quadrante mediorientale. L’alleanza tra la Siria Ba’athista e l’Iran post-rivoluzione è ormai da oltre un quarto di secolo un caposaldo della politica estera dei due Paesi, prima per ripararsi dalle mire espansionistiche di Saddam e ora in chiave anti-israeliana e anti-occidentale. Il valore strategico di tale partnership è peraltro notevolmente aumentato dopo che la guerra del 2003 e l’uscita di scena del dittatore iracheno Saddam Hussain hanno creato un vuoto di potere nella regione che ha fatto saltare tutti i precedenti equilibri strategici. Il collasso della potenza che sino ad allora aveva agito da fondamentale contrappeso arabo alle ambizioni egemoniche della Repubblica Islamica ha permesso alla longa manus iraniana di raggiungere Baghdad, che ha visto dipendere in maniera crescente la sua sicurezza e la sua economia dai vezzi di Teheran. Una volta penetrati i principali organi statali iracheni, l’ Iran non solo è riuscito ad accrescere notevolmente la sua presa sulla regione, ma anche ad ottenere un importante corridoio strategico attraverso Iraq e Siria per rifornire di armi e denaro le milizie sciite impegnate nei vari teatri strategici e soprattutto Hezbollah, uno dei cardini dell’Asse della Resistenza. Tale sviluppo crea inoltre le condizioni per un accesso diretto al Mediterraneo, attraverso, secondo i progetti di Teheran, il porto Siriano di Latakia, a cui si giungerebbe passando per le regioni settentrionali di Iraq e Siria, con il benestare delle milizie curdo-siriane e dei Peshmerga.

Fig. 1 – Funerale di un comandante di Hezbollah morto in Siria

2. UN IMPEGNO SEMPRE CRESCENTE  Sebbene si conti che già prima dello scoppio delle ostilità nel 2011 fossero presenti sul territorio siriano circa 2000/3000 ufficiali delle guardie della rivoluzione, nelle primissime fasi del conflitto siriano la strategia iraniana si è limitata ad un’azione di supporto dietro le quinte al regime, che ha compreso linee di credito per diversi miliardi di dollari e importanti forniture di petrolio. Nel 2012, il contributo di Teheran si è rivelato invece fondamentale per fornire l’expertise strategico/militare necessario per la formazione delle National Defence Forces, il gruppo ombrello sotto cui sono state raggruppate le milizie afferenti al regime che operano su base volontaria. Allo stesso tempo l’Iran ha sostenuto l’alleato Hezbollah che, nello stesso periodo, cominciava il suo dispiegamento in Siria, Inoltre le forze iraniane si sono occupate di addestrare l’esercito lealista. Se nel 2013 si colgono i primi segnali di un impegno iraniano diretto sul campo, con la presenza ridotta di ufficiali delle Guardie della Rivoluzione (IRGC) e forze Quds, è solo nel 2014 che si registra un decisivo cambio di passo, allorché le forze lealiste cominciano a sperimentare pesanti perdite sul campo di battaglia e gli ufficiali delle forze Quds  sono subito pronti ad accorrere in soccorso della Siria – spesso considerata come 35esima provincia iraniana per la sua importanza – non esitando a mobilizzare migliaia di combattenti stranieri sciiti, soprattutto di nazionalità afghana (vedi Chicco in più). Dietro la decisione di dispiegare più di 10.000 operativi in Siria c’è il generale Qassem Soleimani, l’uomo forte delle forze Quds, che sostiene un’azione più forte in Siria in aperto contrasto con Rouhani, che invece preme per un impegno più modesto per non compromettere l’accordo con gli USA sul nucleare. Tuttavia, se si vuole cogliere il momento in cui la strategia iraniana in Siria è passata da un sostegno più o meno indiretto a un prezioso alleato a un coinvolgimento che impegna una buona dosa di capitale economico, militare e politico, occorre probabilmente guardare al 30 Settembre 2015 quando la Russia fa il suo ingresso in territorio siriano. Soleimani ricopre ancora una volta un ruolo fondamentale nella nuova strategia progettata da Teheran e Mosca per infliggere un colpo decisivo ai ribelli. La sua visita al Cremlino nel luglio dello stesso anno è servita infatti a stabilire un piano di azione che avrebbe visto le milizie che rispondono a Teheran impegnate in un fondamentale appoggio on the ground ai raid aerei russi. Ora i combattenti iraniani sono in prima linea, non solo con le forze IRGC, ma anche con soldati dell’esercito regolare, Artesh, e con la forza Basij, gruppo paramilitare fondato nel 1979 dallo stesso Khomeini e che in Siria opera per la prima volta out-of-area. Il loro impegno, che si aggiunge all’azione delle milizie sciite irachene e dei combattenti afghano/pakistani è fondamentale. Prima, da ottobre 2015 a gennaio 2016, nelle offensive nel fronte sud di Aleppo, poi, in estate, allorché i ribelli tentano un contrattacco, a contenerne le velleità offensive, e infine per contribuire in maniera determinante alla conquista della città da parte del regime nel dicembre dello stesso anno.

Fig. 2 – Il generale Soleimani a un incontro tra le forze Quds e la Guida Suprema

3. COSTI NON SOLO MATERIALI  Per avere un’idea di come l’azione iraniana dopo l’intervento russo abbia conosciuto un decisivo salto di qualità, si pensi che nei soli cinque mesi dopo i primi raid russi, il numero di vittime iraniane sul suolo siriano è stato doppio rispetto a quello dei quattro anni precedenti. Secondo un report del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, a fine 2016 le forze Iraniane sul suolo Siriano erano circa 70.000, più delle 50.000 che rispondono direttamente ad Assad. Secondo alcuni documenti segreti che sono state divulgati ad agosto 2016, l’impegno economico iraniano in Siria si stimerebbe attorno ai 100 miliardi di dollari. Se da un punto di vista strategico/militare il risultato di tale dispiego di uomini e risorse può considerarsi senz’altro positivo, dato che esso ha contribuito, insieme ai bombardamenti russi, a capovolgere le sorti del conflitto in favore del regime, la sfida per il predominio regionale rimane ancora aperta. Benché nel breve termine l’appoggio ad Assad garantisce il mantenimento di quello che secondo Ali Akbar Velayati, consigliere della guida suprema, è l’asse portante della resistenza a guida iraniana, esso ha portato anche a una polarizzazione crescente dei rapporti con i Paesi sunniti del Golfo, in primis Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che vedono l’Iran come loro principale minaccia e la Siria semplicemente come uno dei tanti campi di battaglia regionali ove sfidarsi.

Stefano Cabras

Un chicco in più

L’Iran non si è fatto scrupoli a reclutare combattenti da inviare in Siria direttamente tra i rifugiati afghani presenti nel suo territorio. La pena, per chi tra loro rifiuta di partire, è spesso l’espulsione. Per chi invece si arruola nella Divisione Fatemiyoun, la milizia di Afghani Sciiti attiva in Siria, lo stipendio oscilla tra i 500 ed i 700 dollari mensili. Dei tre milioni di Afghani che risiedono attualmente in Iran, tra cui 950.000 sono classificati come rifugiati, circa 12.000 sono impegnati nel conflitto siriano.

https://www.theguardian.com/world/2016/jun/30/iran-covertly-recruits-afghan-soldiers-to-fight-in-syria

http://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/analisi307_bertolotti_30.11.2016.pdf

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