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Si è svolta a Istanbul la riunione annuale dei membri di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. I Paesi in via di sviluppo avranno accesso a un maggior potere decisionale, ma ancora non è chiaro se le nazioni occidentali saranno d’accordo

LA RIFORMA – Istanbul è, per antonomasia, una delle città al mondo che meglio rappresenta l’incontro tra due mondi. Nella fattispecie si tratta di Europa e Asia, a livello simbolico invece si può dire che quanto avvenuto da lunedì ad oggi nella metropoli turca è l’incontro tra il “vecchio” (i Paesi occidentali e avanzati) e il “nuovo” che avanza, ovvero il grande gruppo dei Paesi in via di sviluppo, tra i quali si possono trovare ormai veri e propri giganti politico-economici come Cina e Brasile. A Istanbul si è svolto il meeting annuale delle principali istituzioni finanziarie internazionali, ovvero il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. All’ordine del giorno vi era la proposta di ratificare quanto deciso durante l’ultimo G20 di Pittsburgh, ovvero la proposta di aumentare il peso decisionale in seno ai due organismi per i Paesi in via di sviluppo. La discussione sembra non aver sortito problemi e secondo quanto è stato approvato questo gruppo di Stati avrà un aumento del potere decisionale del 3% e del 5% rispettivamente per quanto riguarda il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, in modo che ottengano un diritto di voto pari all’incirca al 47% dei suffragi espressi. 

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I PROBLEMI –  Se dal punto di vista politico tale proposta è condivisibile in quanto prende realisticamente atto degli attuali rapporti di potenza mondiali, non più assimilabili alla netta divisione tra “Nord” e “Sud” del mondo di alcuni decenni fa, tradurre un cambiamento di queste proporzioni in concreto non sarà facile. Innanzitutto, siccome il potere decisionale nei due organismi è direttamente proporzionale al capitale versato (FMI e Banca Mondiale funzionano come prestatori di “ultima istanza” per l’aggiustamento dei parametri macroeconomici nazionali e per il finanziamento di progetti per lo sviluppo), sarà necessaria un’azione di ricapitalizzazione da parte dei Paesi in via di sviluppo, che per ottenere più voti dovranno sottoscrivere più “quote” versando più denaro nelle casse delle due istituzioni. Se per alcune nazioni il problema sarà reperire questi fondi, anche perché già indebitati con gli organismi per i prestiti ricevuti in passato, per altri invece sarà possibile effettivamente versare molta liquidità (pensiamo ai grandi esportatori petroliferi detentori dei “fondi sovrani”, o alla Cina che possiede enormi riserve in valuta straniera). Questo comporterà un effettivo aumento della voce in capitolo di questi soggetti, il che non potrà fare a meno di impensierire le nazioni europee e tutte le altre che fino ad oggi avevano goduto di maggiori privilegi derivanti dal numero più ampio di quote sottoscritte. Siccome la riforma dovrà essere approvata da ogni membro, non sarà facile giungere ad una condivisione unanime entro il 2011, data entro la quale il direttore generale del FMI, Dominique Strausse-Kahn, ha auspicato l’entrata in vigore di queste novità. 

Davide Tentori 8 ottobre 2009 redazione@ilcaffegeopolitico.it

Nella foto: il segretario generale del Fondo Monetario, Dominique Strauss-Kahn

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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