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La sete dell’Asia centrale: l’acqua come fonte di vita e di guerra

La regione centro-asiatica vive da anni sull’orlo di una guerra dell’acqua. Ad aggravare le conseguenze del riscaldamento globale intervengono la distribuzione diseguale delle risorse e l’inadeguatezza infrastrutturale per la produzione di energia. La promozione del dialogo regionale si conferma quindi strumento necessario e imprescindibile per lo sviluppo sostenibile e la prevenzione di conflitti futuri

UNA CORSA ALL’ACQUA NEL CUORE DELL’ASIAL’acqua è vita. L’acqua è salute. L’acqua è dignità. L’acqua è un diritto dell’uomo. A pronunciare queste parole, nel 2015, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, durante una conferenza internazionale in Tagikistan. Con un PIL pro-capite di 804 dollari nel 2016, il Tagikistan è uno dei Paesi economicamente meno virtuosi dell’Asia centrale, una regione di quattro milioni di chilometri quadrati dotata di un ingente patrimonio energetico, ma solo potenzialmente in grado di soddisfare il fabbisogno di energia delle nazioni interessate.
Riprendendo le considerazioni di Ban Ki-moon, si potrebbe affermare che se l’acqua è sinonimo di vita, salute e dignità, allora il binomio acqua-energia è espressione di sicurezza, stabilità e crescita. E in questa regione priva di sbocchi al mare, gli idrocarburi stanno al Kazakistan, al Turkmenistan e all’Uzbekistan come l’oro blu sta al Tagikistan e al Kirghizistan, che per primi accolgono le abbondanti acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya. Ad alimentarli le catene montuose del Pamir e del Tien Shan e proprio le Montagne Celesti (oltre 2500 km da Ovest ad Est) ospitano migliaia di ghiacciai, in parte soggetti ad un allarmante ciclo di fusione. Una tendenza che – prevedono gli esperti – svuoterà in pochi decenni il letto dei fiumi, destinati ad essere cancellati nella stagione estiva.
Storicamente parlando, il reciproco supporto energetico aveva rappresentato il cordone ombelicale degli Stan countries, fino a quando la strategia di cooperazione imposta da Mosca in epoca sovietica impegnava Tagikistan e Kirghizistan a rifornire gli altri Stati della regione di acqua per uso agricolo e industriale, in cambio di carbone e gas naturale. Un’era in cui i calcoli politici sembravano riscattarsi abilmente dai limiti della cartografia fisica.
Il collasso dell’URSS avrebbe però consegnato le neonate repubbliche indipendenti a regimi autoritari e fortemente accentrati; presto sarebbero sorti numerosi focolai di instabilità e l’Asia centrale avrebbe recuperato quell’immagine (spesso abusata) di ventre molle dello spazio post-sovietico.

Fig. 1 – Con la risoluzione del 2010 le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto all’acqua un diritto umano fondamentale per la sopravvivenza e l’esercizio degli altri diritti umani

CARENZA DI ACQUA, TENSIONI GEOPOLICHE E GEOECONOMICHEIl 1991 ha rappresentato una data spartiacque per il futuro della regione, marcando l’inaugurazione di un approccio competitivo, segnato da antagonismi e dinamiche conflittuali. Da allora, Dušanbe e Biškek non avrebbero più ricevuto forniture di idrocarburi, mentre si sarebbero moltiplicate le aspirazioni degli Stati limitrofi di gestire unilateralmente le acque transfrontaliere.
L’emergenza idrica presenta oggi un livello di criticità crescente sia per l’innalzamento delle temperature medie, sia per la mala gestione delle risorse e la precarietà delle infrastrutture. Spiegano da tempo gli economisti della Banca Mondiale che l’interdipendenza tra desertificazione, povertà e rischi di instabilità costituisce un dato scientifico consolidato. E soprattutto, se si tengono in debita considerazione le implicazioni di un sistema di accesso alle risorse spesso disomogeneo, risulta altamente probabile che nei prossimi anni l’impatto del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici contribuisca ad infliggere un colpo molto forte al PIL degli Stati centro-asiatici.
Attualmente il Kazakistan è il Paese che gode della maggiore autosufficienza energetica, seguito in rapida successione da Uzbekistan e Turkmenistan, che registrano il maggior consumo di acqua per numero di abitanti, destinata prevalentemente all’irrigazione dei campi di cotone.
Una situazione assai meno rosea caratterizza invece gli altri due Stans, accomunati dalla stabilità socio-politica vacillante e dal rilievo economico estremamente marginale, nonostante siano impegnati nella costruzione di due grandiose opere di ingegneria idraulica.
Il Kirghizistan ambisce infatti a realizzare su un affluente del Syr Darya la centrale da record di  Kambarata 3, con un potenziale previsto di 170 MW, nella speranza di produrre e anche esportare energia. Ma dura sembra essere finora la reazione dell’Uzbekistan, che teme una sensibile riduzione dell’apporto idrico di cui necessitano i suoi campi di cotone. Tra l’altro, che la strada della cooperazione tra i due Paesi non sia di facile accesso è ampiamente dimostrato dalle rivendicazioni uzbeke sul bacino di Ala-Buka, in territorio kirghiso.
Ma ancora più ambizioso è il sogno di tramutare in realtà la costruzione della cd. Tour Eiffel del Tagikistan, ossia la mega diga di Rogun sul fiume Vakhsh, la cui potenza viene stimata in circa 3.600 MW. Altro progetto duramente osteggiato dal Governo di Taškent in particolare dopo l’escalation delle tensioni bilaterali nel 2013, ma che – se realizzato – trasformerebbe Dušanbe in un importante hub energetico persino per Afghanistan e Pakistan.
Che l’Asia centrale si riconfermi un’arena di concorrenza politica e giochi strategici non meraviglia affatto, almeno finché rimane viva la memoria della violenza etnica sorta dai frantumi dell’URSS, in quel groviglio di enclavesexclaves create dagli ingegneri politici sovietici.

Fig. 2 – La costuzione dell’impianto idroelettrico di Rogun è iniziata negli anni Settanta, ma ha subito una lunga battuta d’arresto negli anni Novanta, dopo il crollo dell’URSS

LA SOSTENIBILITÀ COME ELEMENTO DI CONNESSIONE REGIONALE? – Le priorità dell’economia domestica dei competitor regionali riflettono con esemplare chiarezza gli interessi particolari che guidano la domanda di oro blu. Tagikistan e Kirghizistan confidano nell’abbondante surplus di acqua per spostare a loro favore gli equilibri geopolitici ed inseguire la strada dell’export. Ad avversarne qualsiasi spiraglio di crescita è l’Uzbekistan, secondo Paese di spicco della realtà centroasiatica, dove la coltura del cotone rappresenta un pilastro fondamentale per l’economia nazionale.
Risalendo indietro nel tempo, la prassi sovietica di sfruttare le distese aride di Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan per la coltivazione intensiva di cotone, ma anche di riso, fu agevolata dall’opera di bonifica e di irrigazione delle aree desertiche con conseguente deviazione dei fiumi Syr Darya e Amu Darya. La catastrofe ecologica che ne sarebbe scaturita avrebbe invece prosciugato progressivamente il Lago d’Aral, uno specchio d’acqua salata tra Uzbekistan e Kazakistan, della cui superficie originaria oggi sussiste appena il 10%, circondato da un deserto di sabbia tossica.
Al contrario delle iniziative attuate dal Kazakistan per circoscrivere l’impatto ambientale della scomparsa del lago e alleggerire l’inquinamento delle falde acquifere, insufficienti e inadeguate si sono rivelate le misure poste in essere da Taškent, che come Ašgabat, prosegue la monocoltura di una fibra che necessita di quantitativi di acqua di cui la regione non può disporre.
Che il 2017 realizzi finalmente un ampliamento dello spazio di collaborazione tra gli attori regionali? In realtà, lo spettro dell’ennesima emergenza idrica, il proclamato abbandono (almeno in linea teorica) della logica conflittuale e gli incentivi economici di provenienza internazionale sono fattori che potrebbero imprimere un decisivo impulso alla gestione sostenibile ed efficiente delle risorse.
Il Paese promotore di questo cambio di prospettiva? Naturalmente il Kazakistan, che a giorni alzerà il sipario sull’Astana EXPO 2017: una vetrina che Astana ospiterà con orgoglio in qualità di “leader globale sulla sfida delle energie future” in transizione verso “un’economia verde”, come dichiarato dal Commissario Rapil Zhoshybayev.

Fig. 3 – Due cammelli attraversano l’area nota come “Cimitero delle navi” sulla superficie prosciugata del Lago d’Aral 

GERMOGLI DI COOPERAZIONE REGIONALE E RELAZIONI DI POTERE – Alla luce di quanto sopra esposto, appare evidente che l’adozione di un approccio sinergico rappresenta una condizione necessaria per la risoluzione della vexata quaestio  dei fiumi transfrontalieri. In questo contesto, trovano collocazione anzitutto gli impegni sottoscritti nel framework del Fondo Internazionale per il Mare d’Aral (IFAS), istituito nel 1993 dai vertici di tutti i Paesi dell’Asia Centrale. E positiva è apparsa la linea d’intervento recentemente proposta dal Turkmenistan, Presidente di turno dell’IFAS, che ha auspicato  il perseguimento di una strategia comune per la tutela e l’impiego razionale delle risorse idriche.
Ulteriore rilevanza assumono i progetti che portano la firma dei grandi attori delle relazioni internazionali, mentre una nota particolare merita il Central Asia Energy-Water Development Program (CAEWDP) della Banca Mondiale, quale strumento di sviluppo sostenibile e di supporto all’instaurazione di partenariati tra le ex repubbliche sovietiche ed il limitrofo Afghanistan.
Ciò nonostante, vale la pena osservare che il tessuto geopolitico dell’Asia Centrale resta intervallato da fitte trame autoritarie, che sollevano numerose incognite sulle opzioni di cooperazione di cui dispongono gli esecutivi nazionali. Se la conversione comune verso una gestione efficiente e sostenibile dell’oro blu pare diluire la retorica nazionalista, permangono comunque dei dubbi sulla reale volontà delle cinque repubbliche di procedere insieme. Resta cioè da chiedersi se tra alcuni degli Stans non residuino reciproche diffidenze o se il ridimensionamento della centralità nazionale non sia ancora inteso come un vulnus alla sovranità statale.
Attualmente, livelli di sviluppo economico e sociale diseguali lasciano presagire un futuro dall’aria incerta. A tracciare uno scenario più positivo possono invece contribuire i grossi cantieri in corso d’opera in Tagikistan e Kirghizistan, in quanto i primi passi verso l’emancipazione consentirebbero a Dušanbe e a Biškek di partecipare più attivamente al dialogo regionale. La conquista di un maggiore spazio geopolitico offrirebbe loro la possibilità di tutelare i propri interessi economici e contribuire contemporaneamente all’elaborazione di politiche idriche più armoniche e unitarie.
Restano attuali, a questo proposito, le parole di Boutros-Ghali, Ministro degli Esteri egiziano e poi Segretario Generale delle Nazioni Unite, che nel 1989 affermava: “La sicurezza nazionale dell’Egitto è nelle mani di almeno altri otto Paesi africani“. Un implicito riferimento all’opportunità di creare un’efficace cooperazione tra i partner regionali per pervenire ad una situazione win-win, così da favorire il miglioramento delle condizioni economiche e la stabilità politica di tutti i Paesi rivieraschi del Nilo.

Fig. 4 – La maggior parte dei Paesi colpiti dala desertificazione riguarda l’Africa e l’Asia centrale, dove la perdita delle terre esercita un forte impatto su una popolazione costituita prevalentemente da giovani

Luttine Ilenia Buioni

 

Un chicco in più

A partire dal suo varo nel 2010, il CAEWDP ha ricevuto finanziamenti per il valore di 11 milioni di dollari da parte di donatori bilaterali e/o multilaterali tra cui la Segretaria di Stato dell’Economia della Svizzera (SECO), la Commissione Europea (CE), il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito (DFID), l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID) e il Gruppo della Banca Mondiale. Per altro, per rispondere alle sfide imposte dal contesto regionale, la Banca Mondiale ha istituito anche il Central Asia Knowledge Network, che – mediante un approccio multisettoriale – contribuisce a promuovere lo scambio di conoscenze e di competenze tra oltre 300 personalità accademiche e professionisti del settore pubblico e privato con esperienza nella gestione delle risorse idriche, attraverso attività di studio, ricerca e analisi, opportunità di formazione e partecipazione a seminari e workshop per lo scambio di buone prassi.

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