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Yemen: la guerra al terrorismo di Trump

Il conflitto internazionale in Yemen, Paese caratterizzato da instabilità e terrorismo dilagante, ha attirato l’attenzione degli Stati Uniti che, sin dal 2009, sono intervenuti in questo scenario complesso e di grande interesse geopolitico. Qui di seguito un quadro generale della situazione e dell’azione del Presidente Donald Trump a partire dal suo insediamento alla Casa Bianca

UN PAESE INSTABILE – Tra i Paesi più poveri della penisola arabica e maggiormente instabili al mondo, lo Yemen, situato nella regione medio orientale, è stato e continua a essere fertile terreno per la diffusione di organizzazioni terroristiche come AQAP (Al Qaeda nella Penisola Arabica) e ISIS (Islamic State of Iraq and Siria). Profondamente diviso, il Paese vive da anni tensioni derivanti dalla contrapposizione nord-sud, che, fallita l’unificazione, sono sfociate nella guerra civile del 1994 combattuta tra il sud separatista e il nord pro-unione. Dieci anni dopo, lo scontro fra gli sciiti Houthi e le forze di sicurezza dello Yemen contribuisce allo scoppio della seconda guerra civile, inserendosi nella lunga serie di disordini della “primavera araba” che sconvolse il Nord Africa e il Medio Oriente a partire dal 2011. Nel 2015, ciò che rende ancora più tesa la situazione interna del paese è lo scontro tra due fazioni: i ribelli sciiti Houthi, che controllano la capitale Sana’a e sono alleati con le forze fedeli all’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, e le forze fedeli al Presidente Hadi. In particolare, la prima sembra sia stata appoggiata dall’Iran (tuttavia non ci sono prove concrete), mentre la seconda fazione in questione è invece sostenuta da USA e Arabia Saudita. In reazione a tale scenario, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò una risoluzione (Security Council resolution 2014) in cui espresse preoccupazione per la violenza che imperversava nel Paese, provocando vittime e numerose violazioni di diritti umani. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, tra il 2016 e quest’anno il bilancio delle vittime civili è di 4.125, un numero sicuramente significativo. Il conflitto si inasprì con l’intervento della coalizione saudita per conto del Governo internazionalmente riconosciuto (milizie governative a favore del Presidente Hadi) contro i ribelli sciiti. Si tratta perciò di una catastrofe umanitaria ed è possibile che la guerra, che ha assunto una dimensione internazionale, destabilizzi il regno saudita, creando degli squilibri dal punto di vista geopolitico non indifferenti nella regione medio orientale.

Fig. 1 – Danni derivanti dal bombardamento della coalizione saudita nella capitale yemenita, Sana’a

IL TERRORISMO DIFFUSO – La persistente crisi e la condizione di instabilità che caratterizzano lo Yemen sono ulteriormente aggravate dalla presenza di due gruppi terroristici di matrice islamica che approfittano della guerra civile in corso per inserirsi nella regione, espandendo in tal modo la propria influenza. Come sopra accennato, si tratta di Isis e Ansar al Sharia o AQAP, formatosi nel 2009 dalla fusione dei due rami di Al Qaeda in Yemen e Arabia Saudita. Tale organizzazione è giunta a controllare la zona centrale e costiera nel corso del conflitto e i suoi affiliati sono presenti anche in Maghreb, Somalia e Siria. Il rivale che AQAP si trova a fronteggiare è lo Stato Islamico, la cui nascita è stata proclamata nel 2014 dal capo Abu Bakr Al Baghdadi, nella porzione di territorio compresa fra nord-ovest della Siria e ovest dell’Iraq. A partire già dal 2009, come reazione alla continua minaccia terroristica, l’amministrazione Obama avviò una campagna aerea in Yemen destinata a protrarsi nel tempo e ad avere un impatto non di poco conto sui civili. Questo è il motivo per il quale la guerra dei droni creò polemiche in ambito internazionale e all’interno degli USA.

Fig. 2 – Bambino yemenita in protesta contro la guerra dei droni USA davanti al Parlamento a Sana’a

L’IMPEGNO USA CON L’AMMINISTRAZIONE TRUMP – Il primo raid ordinato dal Presidente Donald Trump è datato il 29 gennaio 2017, pochi giorni dopo l’insediamento alla Casa Bianca. Si trattò di un’azione con target ben precisi: i membri dell’AQAP, dei quali furono colpiti 14 obiettivi. Proseguendo nel bilancio dei morti, però, non è da tralasciare un dato importante: l’operazione statunitense portò alla morte di 16 civili, tra cui donne e bambini. A seguito di ciò, il governo yemenita chiese un riesame congiunto agli USA dell’attacco compiuto e, allo stesso tempo, affermò di voler continuare a cooperare nelle operazioni anti-terrorismo. Nonostante in campagna elettorale il neo Presidente avesse inizialmente dichiarato la sua volontà circa un disimpegno in conflitti che non prevedevano un diretto coinvolgimento statunitense, la realtà si mostra tuttavia ben diversa: vari sono stati gli interventi dall’ingresso della nuova amministrazione ad oggi. Nei mesi successivi, in particolare nel marzo 2017, abbiamo notizia di 70 attacchi aerei, più del doppio di quelli avvenuti nel 2016 secondo le analisi degli esperti. Secondo il portavoce del Pentagono, il capitano Jeff Davis, «in Yemen le forze statunitensi stanno conducendo una serie di operazioni al fine di degradare l’abilità del gruppo AQAP nel coordinare attacchi esterni e limitare il controllo del territorio che usano come porto sicuro per trame terroristiche». Inoltre, uno degli argomenti che ha maggiormente creato polemica, assieme agli effetti collaterali degli interventi USA, è stato il cosiddetto muslim ban, temporaneo divieto di 90 giorni che prevedeva la sospensione per l’ingresso negli Stati Uniti di immigrati provenienti da 7 Paesi di religione musulmana, tra cui lo Yemen (poi bocciato dalla Corte d’Appello USA).

OBIETTIVI DELL’AZIONE USA IN YEMEN – Facendo riferimento al quadro appena delineato sull’intervento dell’amministrazione Trump in Yemen, si può dunque concludere che la direzione seguita dal neo Presidente in politica estera mira, oltre che a sradicare le organizzazioni terroristiche, anche a stabilizzare il Paese, in modo da avere una sempre maggiore influenza sullo Stato. E’ infatti importante tenere presente la collocazione geografica dello Yemen, situato nell’area sud occidentale dell’Arabia Saudita (alleato storico Usa) in una posizione strategicamente rilevante grazie al Golfo di Aden, di grande importanza economica per il passaggio di petrolio per il collegamento che rappresenta tra Atlantico e Pacifico. D’altronde, come affermò Robert D. Kaplan, autore statunitense di diversi libri su scienze politiche e relazioni internazionali, nel suo articolo “The Revenge of Geography” del 2009 e riportando l’affermazione di un esperto militare statunitense “il terrorismo è un’attività imprenditoriale e in Yemen si trovano più di 20 milioni di persone ben armate e con una mentalità adeguata a questo tipo di attività”.

Marta Annalisa Savino

Un chicco in più

Ecco una cronologia dei principali eventi in Yemen dalla “primavera araba”:

  • 18 gennaio 2011: inizio sommosse popolari contro l’ex Presidente Ali Abdullah Saleh;
  • 4 giugno 2011: Saleh abbandona il paese, dopo essere stato vittima di un attentato e si trasferisce in Arabia Saudita per essere sottoposto a cure mediche;
  • 27 febbraio 2012: elezione del nuovo Presidente Abd Rabbo Mansur Hadi;
  • 19 marzo 2015: gli Houti prendono il controllo di Sana’a, capitale dello Yemen;
  • 25 marzo 2015: intervento della coalizione a guida saudita;
  • 20 gennaio 2017: elezione del nuovo Presidente Usa Donald Trump;
  • 29 gennaio 2017: primo raid della nuova amministrazione Usa in Yemen

Foto di copertina di twiga_swala Licenza: Attribution-ShareAlike License http://gty.im/486425129

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