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Nippon Kaigi: ritorno al passato?

Il Nippon Kaigi (letteralmente “la Conferenza del Giappone”) è un movimento politico-religioso di tipo nazionalista il cui esponente di maggiore rilievo è l’attuale Premier Shinzo Abe. Composto da circa 38mila membri, esso detiene una notevole influenza sul sistema istituzionale giapponese, supportando progetti nettamente conservatori come il revisionismo costituzionale, il ripristino dello shintoismo di Stato e il ritorno a una politica di potenza nella regione Asia-Pacifico

ORIGINI DEL MOVIMENTO – Sebbene l’esistenza, o meglio la pervasività del piccolo network che forma il Nippon Kaigi (NK) sia stato oggetto di attenzione mediatica solo negli ultimi anni, le sue origini ideologiche risalgono ai primi decenni del ‘900. Si ritiene infatti che le radici più profonde del NK risiedano in due movimenti religiosi sorti tra gli anni ‘30 e ‘40: il primo è il Seicho no ie (Casa della nascita e della crescita), fondato da Masaharu Taniguchi. Si tratta di una filosofia sincretistica appartenente al cosiddetto “new thought” del ventesimo secolo. Il secondo è il Jinja Honchō, ovvero l’associazione che si occupa della gestione e delle attività di oltre 80mila santuari shintoisti. Sulla base di queste ideologie si formarono nel 1974 la Nihon o mamoru kai (Società per la protezione del Giappone) e nel 1981 la Nihon o mamoru kokumin kaigi (Conferenza nazionale per proteggere il Giappone). Il primo gruppo era formato da esponenti religiosi shintoisti e buddisti, mentre il secondo era composto prevalentemente da intellettuali, veterani e uomini d’affari di destra che perseguivano il comune obiettivo di restaurare il ruolo e i poteri dell’Imperatore e riformare la Costituzione. Le due società si sono unite nel 1997 dando vita ad un’unica entità: il Nippon Kaigi.

Fig. 1 – Fedeli shintoisti visitano un santuario a Kamakura nel 1968. Le radici ideologiche e spirituali del Nippon Kaigi si rifanno alla religiosità tradizionale giapponese

REVISIONISMO COSTITUZIONALE  Il secondo dei 6 obiettivi dell’organizzazione indicati sul sito del NK è “una nuova Costituzione adatta alla nuova era”. Perché per il NK modificare la costituzione è uno step fondamentale per ritornare alla grandeur prebellica e dare al Sol Levante un nuovo lustro sul piano internazionale? L’attuale Costituzione del Giappone è sul piano simbolico l’onnipresente ricordo della sconfitta del Paese durante la seconda guerra mondiale e la conseguente occupazione militare da parte degli Stati Uniti (la Costituzione fu infatti redatta nel 1946 dallo staff del generale MacArthur, Comandante supremo delle forze armate alleate in Giappone). Essa prevede l’istituzione di un sistema parlamentare e soprattutto priva l’Imperatore della sua sovranità, relegandolo ad un ruolo esclusivamente cerimoniale. Tuttavia, la vera spina nel fianco per conservatori e nazionalisti di ogni sorta è l’articolo 9, con il quale il Giappone rinuncia per sempre alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Lo stesso articolo impone anche che non vengano mantenute forze armate di terra, di aria o di mare: al loro posto esistono oggi solo le “Forze di Autodifesa” (Jeitai) i cui compiti sono pesantemente vincolati dal testo costituzionale. È evidente che l’articolo 9 rappresenta un ostacolo formidabile per la politica di potenza giapponese nell’area del Pacifico, soprattutto in un momento in cui Paesi vicini come Cina e Corea del Nord stanno investendo ingenti somme in progetti di rimilitarizzazione e ammodernamento delle loro strutture difensive e offensive.

Fig. 2 – Soldati delle Forze di Autodifesa giapponesi impegnati in un’esercitazione nell’area di Gotenba

IL MILITARISMO DEL NK E LA POLITICA DI POTENZA DELLA CINA – Il militarismo del Nippon Kaigi trova sicuramente terreno fertile nell’aumento dell’assertività della Repubblica Popolare Cinese nei confronti di molti Paesi dell’area del Pacifico, tra cui il Giappone. Il riferimento è alla disputa sulle Isole Senkaku/Diaoyu (le isole più meridionali della catena delle Ryukyu, situate in prossimità di Taiwan), rivendicate dalla Cina per il loro valore strategico. A partire dall’episodio avvenuto nel 2010 in cui un pescatore cinese venne arrestato dalle autorità giapponesi perché si trovava nelle acque contese dai due Paesi, una serie di incidenti simili si è susseguita, determinando un progressivo deterioramento dei rapporti sino-giapponesi. Il Giappone ha agito di conseguenza: in primo luogo ha modificato il proprio piano di difesa (e non solo) in caso di guerra sottomarina individuando nuovi possibili punti d’attacco (non più considerando la Russia come origine della minaccia ma guardando a ovest). Ha investito inoltre in nuovissime attrezzature militari come i sottomarini di classe Soryu (tra i più avanzati sottomarini non nucleari al mondo), gli aerei da combattimento F-15J Fighters e le cacciatorpediniere di classe Izumo. Non va poi dimenticato il supporto delle forze armate statunitensi in caso di attacco diretto al Giappone previsto dal Trattato di Mutua Sicurezza e Cooperazione: il rapporto di stretta collaborazione tra i due Paesi in ambito militare è sottolineato dalle frequenti esercitazioni congiunte. Pechino ha pianificato una spesa militare per il 2017 pari a 1.044 miliardi di yuan (circa 143 miliardi di euro), un budget secondo solo agli Stati Uniti. Ma mentre la Cina può disporre del più vasto esercito di fanteria del mondo, il Giappone ha puntato tutto sul suo punto di forza: la tecnologia. Sebbene la flotta navale nipponica sia vincolata a delle funzioni di difesa, di fatto viene considerata tra le prime 5 al mondo in termini di potenziale: un potenziale di cui il Nippon Kaigi vuole poter disporre senza vincoli.

Fig. 3 – Il Premier Shinzo Abe, membro di spicco del Nippon Kaigi, si inchina dinnanzi all’Imperatore Akihito e all’Imperatrice Michiko durante una funzione pubblica in ricordo della resa giapponese nel 1945

L’ESSENZA DELLA “JAPANESENESS”  Come spesso accade all’interno di movimenti conservatori, il rimpianto verso antichi culti e tradizioni considerati simbolo dell’essenza stessa di una nazione ha un ruolo centrale nel definire il progetto politico del Nippon Kaigi. Nel corso dei secoli la società giapponese ha fatto perno su due elementi fondamentali: il culto del Dio-Imperatore e una struttura familiare dove i compiti e i ruoli dei due coniugi sono definiti in modo chiaro e immutabile (il marito lavora, la moglie si occupa della casa e dei figli). Il Nippon Kaigi mira a reintrodurre lo shintoismo di Stato, ovvero reintegrare i poteri sovrani dell’Imperatore e stralciare la Dichiarazione sulla natura umana dell’Imperatore fatta da Hirohito il 1° gennaio 1946 nel contesto dell’occupazione militare americana. Oltre a venerare il Tennō (“sovrano celeste”), secondo il pensiero del NK i genitori dovrebbero educare i propri figli nel rispetto dei valori “tradizionali”, che includono una sostanziale superiorità dell’uomo rispetto alla donna. Il NK è essenzialmente misogino: imputa il disfacimento della famiglia tradizionale (dove più generazioni vivevano sotto lo stesso tetto e le donne dovevano occuparsi solo ed esclusivamente della gestione della casa e dei figli) all’uguaglianza di diritti riconosciuta alle donne a livello costituzionale (articolo 24). Anche se attualmente le donne giapponesi inserite nel mondo del lavoro costituiscono una minoranza, il trend è in continua ascesa, in virtù della necessità di contribuire economicamente all’economia domestica (in particolare dopo la crisi degli anni ‘90) ma anche per un effettivo processo di emancipazione. Questo ha inevitabilmente acuito problemi di ordine sociale (come il crollo delle nascite e l’affidamento di molti anziani a case di cura): il Nippon Kaigi punta il dito in maniera non troppo velata contro queste donne “new age”. Il progetto politico del Nippon Kaigi fa riferimento ad un glorioso passato per plasmare un glorioso futuro: se esso sia in grado di rispondere alle esigenze contingenti del popolo giapponese, rimane un’incognita.

Mara Cavalleri

Un chicco in più

Lo Yasukuni Jinja è il tempio shintoista nel quale vengono ricordate le anime di tutti coloro che combatterono per l’Imperatore fino al 1951 (anno in cui il Giappone firmò il Trattato di San Francisco). Tra i nomi dei defunti compaiono anche più di mille persone condannate per crimini di guerra dal Tribunale Internazionale di Tokyo: per questo motivo le visite al santuario da parte di esponenti del governo sono da decenni oggetto di controversie sia interne che internazionali. Nell’ottica dell’obiettivo di restaurare l’orgoglio nazionale, non stupisce che il Nippon Kaigi voglia far sì che l’omaggio al tempio di Yasukuni da parte di personalità politiche venga considerato un atto d’ufficio. 

Foto di copertina di Dakiny Licenza: Attribution License

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