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Rohingya: il popolo di nessuno

Le grandi ondate migratorie coinvolgono anche l’Oriente, che da anni assiste alla fuga di un popolo senza diritti, le cui vicende ricevono scarsa attenzione mediatica e politica. Sono i Rohingya, una comunità di etnia musulmana non riconosciuta e non accettata da nessuno Stato del Sud-est asiatico

UN POPOLO APOLIDE – I Rohingya sono un gruppo etnico di fede musulmana che vive nel Myammar. Sembra che essi discendano da antichi commercianti di origine araba che giunsero nel territorio birmano intono al VIII – IX secolo d.C., stanziandosi principalmente nell’attuale Stato del Rakhine (storicamente conosciuto come Arakan) a nord del Myammar e confinante con il Bangladesh. È in questo Stato, infatti, che si registra la presenza maggiore dei Rohingya e anche gli episodi più gravi di violenza nei loro confronti. Sin dall’indipendenza della Birmania/Myanmar, ottenuta nel 1948 (il Paese era una colonia britannica) e con la conseguente instaurazione del regime militare, i Rohingya sono perseguitati a causa della loro appartenenza etnica, non solo a livello di discriminazione istituzionale, ma anche con metodi violenti ai limiti della pulizia etnica.  Il Myammar, infatti, è descritto come il “paradiso dell’antropologia” per la moltitudine di etnie che lo abitano, ma soltanto 135 sono riconosciute ufficialmente dalla Costituzione del 2008 e tra queste non compaiono i Rohingya.  Per loro, dunque, non c’è alcuna garanzia costituzionale e non vengono nemmeno chiamati con il loro nome nei documenti ufficiali, bensì col termine “Bengali” o “coloro che vengono dal mare”. Inoltre, la loro situazione ha scarsa risonanza anche a livello mediatico e di comunità internazionale, nonostante il recente cambiamento di regime politico dopo la vittoria elettorale del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Fig 1 – Bambini Rohingya pregano durante il venerdì in un campo profughi nello Stato del Rakhine in Myammar, novembre 2012

DIRITTI NEGATI  La storia della persecuzione dei Rohingya si incrocia strettamente con quella del Myammar. L’ex Birmania, infatti, con le elezioni del 2015 è riuscita a mettersi alle spalle decenni di dittatura militare, che hanno portato il Paese al collasso, rendendolo uno dei più poveri e dei meno democratici al mondo. La svolta è arrivata nel novembre del 2015 con la vittoria del partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia (LND), che ha portato alla fine della dittatura militare e all’avvio un processo di democratizzazione. Il ruolo dei militari, tuttavia, resta forte grazie anche alla legge che prevede  che un quarto dei seggi in Parlamento debba essere assegnato a loro e al divieto di esercitare la carica di Presidente a chiunque abbia parenti non birmani, che impedisce di fatto a Suu Kyi di essere capo dello Stato perché i suoi figli hanno passaporto britannico. Il processo di democratizzazione, dunque, si presenta molto lungo e pieno di ostacoli, rendendo difficile un possibile miglioramento della questione dei Rohingya. Nonostante il mancato riconoscimento della loro etnia, nel 1982 la Legge sulla Cittadinanza ha permesso ai Rohingya di avere quantomeno una carta di identità temporanea, per poter viaggiare, votare, frequentare le scuole e comprare un pezzo di terra, ma solo se i richiedenti si registravano come “Bengali“. Inoltre l’ottenimento della carta è sempre stato condizionato, oltre che dalla restrizione della cittadinanza di registrazione, dalle tempistiche molto lunghe e dalla corruzione, poiché veniva richiesto ai Rohingya di pagare delle tariffe molto alte per il rilascio di tale documento. Un diritto, insomma, apparente, di cui soltanto in pochi sono riusciti a beneficiare prima della sua soppressione definitiva  il 1 aprile 2015. Senza alcuna protezione istituzionale e vittime di continue discriminazioni, i Rohingya vivono ai margini della società, costretti a vivere di stenti in baracche malconce nelle aree più remote. Sono sottoposti a continue minacce e rastrellamenti della polizia; i loro villaggi sono spesso bruciati e le donne violentate, mentre gli uomini vengono picchiati e arrestati. Buona parte dei membri della loro comunità sono poi costretti a fare lavori di sussistenza poiché privati delle loro terre (come è avvenuto nello Stato del Rakhine dove negli anni ’90 c’è stata una vasta confisca di terreni per costruire dei villaggi a favore della maggioranza birmana), mentre i loro bambini difficilmente possono andare a scuola. Inoltre sembra che i Rohingya siano sovratassati rispetto al resto della popolazione, anche semplicemente per raccogliere della legna o ottenere un certificato di matrimonio. Senza alcun riconoscimento giuridico nel loro Paese, vittime di vessazioni e di ripetute violazioni dei diritti umani , ai Rohingya non resta dunque che fuggire all’estero.

NÉ CITTADINI NÉ  RIFUGIATI – I Paesi verso cui provano a rifugiarsi sono il Bangladesh, la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia.  Ma la reazione di questi Stati nei confronti del flusso di profughi è particolarmente dura e ostile: le barche dei fuggitivi vengono infatti spesso respinte verso i punti di partenza o abbandonate alla deriva. Inoltre i quattro Stati chiedono al Myammar di fare sforzi maggiori per evitare altre ondate di profughi Rohingya, già numerosi nei loro territori. Il Myammar, tuttavia, adotta un atteggiamento molto difensivo e protezionistico di fronte alla comunità internazionale; in occasione del suo turno di presidenza all’ASEAN nel 2014 ha fatto in modo di evitare che si toccasse l’argomento, complice anche la clausola di non ingerenza negli affari interni degli Stati membri. La situazione peggiore si registra in Bangladesh che, confinante con la regione del Rakhine, accoglie i rifugiati dal 1978, stimandone la presenza in circa 400mila. Nel distretto costiero di Cox’s Bazar, nel sud del Bangladesh, sorgono due campi profughi – Kutupalong e Nayarar – dove vivono circa 33mila Rohingya. Anche se dai rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch emerge che questa popolazione preferisce stare nei campi del Bangladesh piuttosto che ritornare in Myammar, le loro condizioni di vita non sono migliori, nemmeno dal punto di vista dei diritti. Il Bangladesh, infatti, non li riconosce né come Rohingya, né come rifugiati; li tiene confinati nei campi in attesa di trovare delle soluzioni al problema. Una di queste è stata il rimpatrio forzato in Myammar, operato dallo stesse autorità bengalesi, contravvenendo al principio internazionale del non refoulement, cioè del divieto di rimpatrio verso territori non sicuri per l’individuo. Un altro tentativo di risolvere la questione è stata la proposta del Governo di Dacca nel 2014 di ricollocare i profughi sull’isola di Thengar Char, inizialmente non messo in atto grazie alle pressioni delle ONG che sostenevano l’invivibilità di quel luogo perché particolarmente esposto ai cicloni. Ma purtroppo tale progetto sembra essere tornato in auge negli ultimi mesi, anche per via della difficile situazione interna in Myanmar e dello scoppio di nuove violenze anti-Rohingya nello Stato del Rakhine.

Fig. 2 – Rifugiati Rohingya ricevono aiuti umanitari nel campo di Kutapalong, nella regione di Chittagong in Bangladesh, febbraio 2017

L’ULTIMA STRAGE SILENZIOSA  A seguito di un attacco a un posto di blocco lo scorso ottobre, la tensione tra la polizia e i Rohingya nello Stato del Rakhine è nuovamente aumentata, causando l’ennesima ondata di profughi. L’UNHCR sostiene che sono scappati in circa 70mila in Bangladesh, soprattutto donne e bambini.  Sembra che il target principale delle nuove azioni repressive dei militari siano gli uomini che, stando ai racconti dei rifugiati, sono picchiati, arrestati, uccisi o fatti scomparire nel nulla. Ci sono però anche parecchie testimonianze di donne violentate e di villaggi incendiati o bombardati. Un rapporto dell’ONU parla di “pulizia etnica” in atto e chiede di poter inviare degli osservatori sul luogo. La reazione refrattaria del Myammar di fronte alla comunità internazionale non è mancata, manifestata dalla stessa Aung San Suu Kyi. Il Consigliere di Stato, infatti, sostiene che parlare di “pulizia etnica” non è pertinente alla situazione e che il suo Governo sta facendo del suo meglio per riportare la calma, rifiutando persino la missione dell’ONU. Il Premio Nobel per la pace, una delle paladine dei diritti umani dell’ultimo trentennio, sembra ormai vestire solo i panni del politico che non si schiera né si dichiara apertamente, ma che assume una posizione ambigua utile per raggiungere qualsiasi compromesso, evitando il rischio di attacchi da parte dei militari o di altre forze politiche. Dopo mesi di silenzio di fronte alle continue denunce della comunità internazionale, Suu Kyi ha finalmente parlato in un’intervista alla BBC dove è chiaramente venuta fuori la sua posizione di cinico politico piuttosto che di difensore dei diritti umani e della democrazia a proposito della questione Rohingya. Secondo lei, le recenti azioni della polizia sono legittimate dalla Costituzione che consente ai militari di battersi in caso di attacco, così come si è verificato lo scorso ottobre, pur tuttavia non avendo alcun diritto di commettere violenze dirette sugli individui. Sempre a detta di Suu Kyi, il caos nello Stato del Rakhine è causato dall’assenza di risorse per la sopravvivenza e non ha nulla a che vedere con la presenza della minoranza etnica; pertanto il suo Governo si sta impegnando per mettere in atto una serie di misure che possano portare la pace e riconoscere i Rohingya attraverso un piano di assegnazione della cittadinanza e di accoglienza di tutti i profughi che volessero rientrare in Myammar. A prescindere dai contenuti dell’intervista, da quando è al Governo Aung San Suu Kyi è stata spesso accusata di un vero e proprio immobilismo nei confronti del popolo Rohingya che intanto continua a spostarsi alla ricerca di un posto che garantisca pieni diritti ai suoi membri.

Fig. 3 – Aung San Suu Kyi è Consigliere di Stato del Myammar, carica creata ad hoc dopo la vittoria del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, alle storiche elezioni del novembre 2015

Roberta Maddalena

Un chicco in più

Nel 1992 il Governo del Myammar ha istituito l’organo poliziesco del NaSaKa. Era una polizia di frontiera che operava nello Stato del Rakine, al confine tra Bangladesh e Myammar, per garantire la sicurezza delle frontiere. Una forza di circa 1200 funzionari dell’immigrazione, della polizia e dell’intelligence che, oltre a difendere il confine, attuava delle politiche discriminatorie nei confronti dei Rohingya (restrizioni sui matrimoni, sulla libertà di viaggiare, sul limite di due figli) e spesso li obbligava addirittura ai lavori forzati. Questo corpo poliziesco, particolarmente violento nelle sue attività, è stato soppresso il 13 luglio 2013 dal Presidente Thein Sein, grazie anche alla pressione di alcuni attori internazionali.

Foto di copertina di EU Civil Protection and Humanitarian Aid Licenza: Attribution-NoDerivs License

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