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In 3 sorsi – Il 27 aprile il leader dello Stato Islamico del Khorasan, Abdul Hasib, è rimasto ucciso in un raid condotto dalle forze speciali americane e dall’Esercito afghano. Un evento che offre l’occasione per fare il punto sulla delicata situazione in Afghanistan e sul futuro del gruppo jihadista nelle regione centro-asiatica 1. LA MORTE DI ABDUL HASIB – Alcune settimane fa, nella provincia di Nangarhar, un commando composto da forze speciali statunitensi ed Esercito afghano è stato impiegato in un’importante operazione nella valle di Mohmand, a poche miglia dalla zona in cui fu sganciato l’ordigno MOAB a metà aprile. Nello scontro a fuoco durato diverse ore sono morti due soldati statunitensi e trentacinque membri dello Stato Islamico del Khorasan (ISIS-K), principale gruppo jihadista attivo nel Nangarhar da cui lancia diverse operazioni dirette verso il Pakistan e le altre province dell’Afghanistan. Embed from Getty Images Fig. 1 – Una colonna di fumo si alza dopo uno strike effettuato da un drone americano nel distretto di Achin nel Nangarhar Nel raid, confermato dallo USFOR-A, ha perso la vita anche il wali (Governatore) di ISIS-K Abdul Hasib, che aveva preso il posto di Hafiz Saeed Khan, ucciso da un raid aereo statunitense nel luglio 2016. Sempre secondo le autorità militari americane, sono ormai diverse centinaia i jihadisti fedeli ad al Baghdadi uccisi in Afghanistan  negli ultimi due mesi, e le fila del Califfato nella sua provincia in AFPAK hanno perso quasi il 30% degli effettivi, tra cui parecchi ufficiali. Secondo recenti stime il numero di affiliati allo Stato Islamico del Khorasan in questo periodo sarebbe sceso addirittura intorno alle 800 unità. Merito, in parte, anche della nuova assertività promossa in questo scenario dal neo-Presidente americano Trump. L’ormai ex wali Abdul Hasib era la mente dietro il recente attentato al Kabul al Sardar Mohammad Daud Khan Hospital costato la vita a diverse decine di civili afghani. 2. LE DIFFICOLTÀ DI ISIS-K  Abdul Hasib è così il secondo emiro di ISIS-K a perdere la vita nell’arco di nove mesi. Il  ramo locale dello Stato Islamico nacque nel gennaio del 2015. Dopo mesi di silenzio l’allora portavoce del Califfato al Adnani accettò la baya di Hafiz Saeed Khan, che all’interno della sua fazione raccoglieva sia un’ala defezionista del Tehreek e Taliban Pakistan (TTP), movimento talebano del Pakistan, che l’ala più estremista dei talebani afghani contraria al nuovo “corso soft” lanciato dal mullah Mansour negli scorsi anni. Ma sin dalla nascita ISIS-K ha trovato enormi difficoltà sia nel mantenere il controllo dei suoi santuari nelle province sudorientali afghane sia nel conquistare le menti della popolazione locale. Embed from Getty Images Fig. 2 – Kabul, 23 luglio 2016: un uomo disperato si aggira sul luogo del terribile attentato suicida costato la vita a oltre 80 membri della comunità Hazara. Una strage rivendicata successivamente dallo Stato Islamico tramite la sua agenzia di stampa Amaq Innanzi tutto perché, nonostante le defezioni di questi anni, il movimento talebano ha sempre dato prova di una buona coesione, rinvigorita anche dai recenti successi militari che nel corso degli ultimi mesi hanno riconsegnato più della metà del Paese nelle mani dei fondamentalisti guidati dal nuovo mullah Akhunzada. Il gruppo inoltre, a suo modo, si è sempre mostrato vicino alla popolazione nelle aree in cui assume il controllo delle operazioni, fattore che invece non è riscontrabile, per usare un eufemismo, nel modus operandi di ISIS-K. Inoltre, fattore ancora più importante, la mancanza di una retorica nazionale, invece ben presente e radicata nei talebani, ha contribuito a far passare i membri dello Stato Islamico come un vero e proprio esercito di occupazione straniero, al pari di quello NATO e statunitense, privandoli così del sostegno popolare. Nonostante ciò, però, ISIS-K ha sempre reagito prontamente alle notevoli difficoltà di questi anni e più volte è riuscito a compiere attentati di un certo impatto mediatico, come quello che nel luglio del 2016 portò alla morte di oltre 80 persone di etnia Hazara, minoranza sciita che rappresenta il 20% circa della popolazione afghana. Infatti, pochi giorni dopo l’uccisione del loro leader, la stazione della televisione nazionale a Jalalabad è stata presa d’assalto da uomini fedeli a Daesh e nel raid quattro persone hanno perso la vita. 3. L’EVOLUZIONE DELLO SCENARIO  Dopo la morte dell’ennesimo leader di ISIS-K risulta difficile delineare quale futuro attenda gli uomini fedeli ad al Baghdadi in Afghanistan. Decimati nel numero e con ormai poche roccaforti in loro possesso, colpiti sia dai talebani che dalla forze governative, bombardati senza tregua dagli americani: in base a tali fattori si potrebbe facilmente pensare che ISIS-K abbia ormai le ore contate. Sarebbe però un grave errore. In realtà, quasi al pari di quanto accade in Siria, finché in Afghanistan non si avvierà un serio processo di pacificazione nazionale gli uomini del Califfato troveranno sempre un terreno fertile per portare avanti i loro propositi nel Paese. Embed from Getty Images Fig. 3 – Soldati pakistani impegnati in un’operazione antiterrorismo nella regione del Waziristan, sul confine con l’Afghanistan Inoltre, la porosità dei confini tra Afghanistan e Pakistan, soprattutto nella zona tribale del Waziristan, e la vicinanza con le diverse repubbliche post-sovietiche affette dal fenomeno jihadista spingono a non sottovalutare la minaccia che i jihadisti fedeli al califfo al Baghdadi rappresentano per l’intera regione centro-asiatica. Sul modello di quanto già avviene in Siria e in Iraq, è quindi probabile che ISIS-K continuerà a colpire le minoranze non sunnite nel Paese al fine di sabotare i tentativi di riconciliazione nazionale e che cercherà anche di eliminare i gruppi rivali all’interno del panorama jihadista regionale. In ogni caso, nella dura lotta che continuerà a opporre gli uomini di Daesh ai talebani, il primo a perdere sarà sempre e comunque il popolo afghano, vittima della selvaggia violenza del terrorismo fondamentalista.

Valerio Mazzoni 

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più Per “Grande Khorasan” si intende l’antica macroregione che componeva la provincia più orientale dell’Impero arabo. Tale area comprende gli odierni Iran, Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Tajikistan, Turkmenistan, Kirghizistan e India. Nonostante ISIS-K riprenda questa vecchia denominazione, le sue operazioni, fino ad ora, sono rimaste circoscritte all’Afghanistan e al Pakistan. Ma se nel teatro afghano la situazione dovesse continuare a peggiorare, non è detto che gli uomini fedeli al Califfo non decidano di spostare le loro operazioni in altre zone del Khorasan, come l’India o le repubbliche centro-asiatiche. [/box] Foto di copertina di Internet Archive Book Images Licenza:
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Valerio Mazzoni

Nato, cresciuto e residente a Roma classe 1989, laureando in Scienze politiche per le Relazioni Internazionali presso l’Università Roma Tre. Formato accademicamente da nottate passate a giocare ad Age of Empire e Risiko, nutre da sempre una smodata passione per la storia e per le relazioni internazionali, con particolare interesse per il fondamentalismo islamico, i servizi segreti e la loro controversa storia. Per il Caffè Geopolitico si occupa della Russia e delle ex Repubbliche Sovietiche. I viaggi e la Lazio sono le sue passioni più grandi, anche se non disdegna rapide incursioni nel mondo NBA.

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