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Tra repressione e crisi umanitaria: la lunga notte del Chavismo

Il Venezuela sprofonda nel caos della violenza tra repressione brutale e gruppi di civili armati,  sullo sfondo di una crisi umanitaria. Il chavismo appare ormai non più in grado di controllare tutto quello che accade nel Paese bolivariano, siamo ormai vicini alla fine? 

POPOLAZIONE E CHAVISMO – Non si fermano le proteste in Venezuela. Anzi, il mondo sta assistendo ad un’incontrollabile spirale di violenza crescente. L’ultimo a farne le spese è stato il 17enne Luis Alfonso Alviarez, colpito al petto da un proiettile nella città di Palmira nello Stato di Tachira e morto il giorno seguente. Così come Yeison Mora anche lui minorenne, ucciso con un colpo d’arma da fuoco alla testa. Ultime vittime tra i manifestanti anti governativi, per un bilancio totale di 47 morti dall’inizio della crisi tra i quali anche un membro della Guardia Nazionale e un poliziotto. A questi si aggiungono circa duemila arresti. Le morti sono il frutto della prassi repressiva, ovvero dello scontro impari tra i lanci di gas lacrimogeni ad altezza uomo e lo sparo di proiettili di gomma da parte della polizia (e della milizia della Guardia Nacional Bolivariana) contro manifestanti pacifici (o armati alla buona), secondo modalità da guerriglia urbana. Basti pensare alle ‘molotov’ di feci umane o animale lanciate contro le forze dell’ordine. Le violenze di piazza sono la reazione disperata di una situazione oramai insostenibile che vede la popolazione, oramai stremata e affamata dalla crisi economica, esercitare una disobbedienza civile attraverso marce pacifiche, non ultime quelle dei pensionati e delle donne. Oltre agli arresti arbitrari, l’ultima notizia del crollo di ogni forma di Stato di diritto è confermata dall’uso dei tribunali militari per processare i civili detenuti.

Fig. 1 – Scontri di piazza a Caracas

IL CHAVISMO E LE MILIZIE  La repressione governativa delle forze di polizia e delle Guardia Nazionale è affiancata da quella più letale dei gruppi civili e paramilitari filochavisti, in molti casi nemmeno riconosciuti dall’Esecutivo, i famigerati colectivos. Originariamente pensati da Hugo Chavez come gruppi di civili fortemente ideologizzati in supporto alla cosiddetta Rivoluzione Bolivariana nei barrios più poveri delle città, col passare degli anni e con l’aggravarsi della crisi economica in seguito al crollo del prezzo del petrolio hanno subito un processo di criminalizzazione che li ha portati a trovare fonti illegali di finanziamento: estorsioni, contrabbando, bische clandestine. In Venezuela questi gruppi sono circa un centinaio, alcuni dei quali fungono da vere e proprie “squadracce rosse”. I colectivos ben armati e facilmente riconoscibili per il loro muoversi in gruppo su motociclette sono soliti assalire i manifestanti una volta dispersi dalla polizia. Il loro potere è talmente cresciuto con gli anni che nel 2014 ci furono degli scontri tra la polizia e uno di questi gruppi. Attualmente il Governo chiude un occhio sui loro crimini in cambio della loro fedeltà al regime, il quale nega di fornirgli armi clandestinamente. L’Assemblea Nazionale a guida della coalizione dell’opposizione ha messo in piedi una commissione d’inchiesta ai fini della loro soppressione e disarmo. Anche il direttore della CIA, Mike Pompeo interpellato dalla commissione di intelligence del Senato statunitense, presieduta dal senatore di origini cubane Marco Rubio, ha paventato il rischio che le armi venezuelane dei colectivos possano finire nelle mani sbagliate di gruppi terroristici colombiani e internazionali come l’ELN o addirittura Hezbollah, pur dichiarando di non avere attualmente prove per confermare ciò.

Fig. 2 – Si alza sempre più il livello dello scontro in Venezuela

CRISI UMANITARIA  Sempre il Senato statunitense ha approvato una legge bipartisan che consente al Dipartimento di Stato Americano e all’USAID (US Agency for International Development) l’invio di 10 milioni di dollari in aiuti umanitari nel Paese caraibico. La legge inoltre traccia tutta una serie di provvedimenti che vanno dall’instaurazione di colloqui diplomatici multilaterali tra stati sudamericani e le Organizzazioni Regionali dell’area all’inasprimento di sanzioni per le personalità legate secondo Washington al narcotraffico, come il vice Presidente Tareck El Aissami. È stato proprio quest’ultimo, tra le figure più intransigenti dell’Esecutivo, ad annunciare via Twitter una settimana fa, la destituzione del Ministro della Salute Antonieta Caporale in seguito alla pubblicazione di un bollettino ministeriale sulle condizioni della sanità venezuelana. Il Governo non pubblicava dati sulla sanità dal 2014. Le cifre sulla salute offrono un quadro impietoso di vera e propria emergenza umanitaria: un aumento della mortalità infantile del 30% con 11.466 morti nel 2016; quella materna per parto salita del 66% con 756 morti ; e infine il ritorno prepotente della malaria con 240.000 casi dell’anno scorso (+76%). A questo drammatico computo si aggiunge la ricomparsa di malattie che si pensavano debellate come la difterite. Le cifre da guerra dell’apparato sanitario venezuelano si traducono nella realtà quotidiana in ospedali privi di personale medico, che in buona parte fugge all’estero – 13.000 dottori hanno abbandonato il Paese – e con i pazienti che si portano le medicine e le strumentazioni mediche da casa o le acquistano sul mercato nero a prezzi folli. Non mancano episodi di sciacallaggio all’interno di ospedali e strutture sanitarie.

Fig. 3 – Maduro durante una delle (pochissime) marce a favore del Governo

CHAVISMO, LE PRIME FRATTURE – Con il Paese sulla crisi del collasso economico-sociale, si producono le prime fratture all’interno del Chavismo. L’ex ministro degli interni Miguel Rodriguez Torres, chavista della prima ora, nonché ex capo e creatore dell’agenzia SEBIN dei servizi segreti ha espresso pesanti critiche alla gestione della crisi da parte del Presidente Maduro. Torres ha apertamente parlato di distruzione dell’economia petrolifera e del fallimento del contenimento delle violenze delle milizie civili dei colectivos, nonché della messa al bando delle voci critiche. Torres, che fu estromesso dal governo nel 2014 proprio da Maduro, ha inviato i partiti politici al dialogo rifacendosi al concetto di una perduta unità nazionale. Ha fondato un suo movimento politico e cerca di pescare sostenitori nel vasto magma dei cittadini che pur avendo votato Chavez o Maduro adesso sono stanchi della situazione del Paese e non si fidano pienamente dell’opposizione. Alle file di un nascente chavismo moderato si è aggiunta il Procuratore Generale Luisa Ortega Diaz, anche lei da sempre filogovernativa, che all’inizio della rivolta ha apertamente parlato di ‘’evidenti violazioni dell’ordine costituzione e ripudio del modello di Stato consacrato nella Costituzione’’. Il Procuratore ha inoltre evidenziato numerosi episodi di arresti arbitrari.

Emiliano Caliendo

Un chicco in più

Mentre l’opposizione rilancia con nuove opposizioni, e Maduro da un lato invoca la pace, dall’altro si prepara alla svolta totalitaria con una nuova Assemblea Costituente, l’Organizzazione degli Stati Americani ha fissato un incontro dei ministri degli esteri per il 31 Maggio. Dall’Europa invece il Consiglio dell’UE ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce l’invito al dialogo e alla cessazione delle violenze con il cruciale rilascio dei prigionieri politici; l’Unione Europea si dice inoltre ‘’pronta a cooperare per assicurare assistenza, protezione e sicurezza a tutti i cittadini europei in Venezuela“. 

Foto di copertina di jaumescar Licenza: Attribution License

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