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Il volto nascosto del miracolo peruviano

Il Perù è ritenuto un esempio da seguire per tutta l’America Latina. Crescita sostenuta, bassa inflazione e buona attrattività dei capitali esteri lo fanno apparire come un miracolo economico. Eppure, dietro a questo miracolo, emergono gravi questioni sociali

IL MIRACOLO ECONOMICO ED UNA STORIA D’ORO – Il Perù è da sempre depositario di misteri e contrasti. Mescolando la storia con la leggenda, si narra che nel 1532 il conquistadores Francisco Pizarro catturò il re inca Atahualpa e lo tenne prigioniero per otto mesi, chiedendo come riscatto tutta la ricchezza del regno. I sudditi raccolsero tanto oro da riempire interamente l’abitazione di Pizarro, il quale, coerentemente con la sua proverbiale brutalità, non mantenne la parola e fece giustiziare ugualmente Atahualpa. Prima che la sentenza fosse eseguita, alcuni guerrieri inca avevano attraversato in lungo e in largo il Tahuantinsuyo, territorio della monarchia incaica comprendente l’attuale Perù, con l’obiettivo di trovare ancora altro oro e saziare così l’avidità di Pizarro. Quando a costoro giunse la notizia che l’esecuzione era stata compiuta, non fecero più ritorno nella capitale Cajamarca, nonostante avessero con sé centinaia di sacchi colmi del metallo prezioso. Cosa ne fecero di una tale ricchezza non si sa con certezza. Alcuni sostengono che l’abbiano sotterrata, altri che sia stata depositata in fondo a una grotta sacra raggiungibile solo da alcuni sacerdoti indigeni, altri ancora che l’abbiano portata in una città segreta tra le montagne, la leggendaria Paititi, mai raggiunta dagli spagnoli e ancora oggi meta di qualche avventuriero.

L’oro trafugato e quello sotterrato cinque secoli fa, entrambi simboli di enormi sopraffazioni, hanno impresso un vistoso marchio anche al Perù odierno: un Paese potenzialmente ricchissimo, apprezzato a livello internazionale per la sua dinamicità e la spasmodica ricerca di modernità nei campi economico e finanziario, eppure incapace di risolvere questioni sociali ataviche che rendono inascoltato un lontano grido d’ingiustizia.

Fig. 1 – Proteste in piazza a Lima contro la candidata Keiko Fujimori, figlia del controverso presidente Alberto Fujimori, alla guida del Perù negli anni della svolta liberista.

UN PUNTO FERMO: IL LIBERO MERCATO – Nel 1990, con l’inizio dell’era di Alberto Fujimori e dopo gli anni dissipatori delle dittature militari, il Perù ha imboccato la strada di un liberalismo economico contaminato da una forte retorica nazionalistica, da cui non sembra più tornato indietro. La direzione impressa al Paese dal presidente di origini giapponesi è stata sin da subito chiara e dai connotati radicali: drastici tagli alla spesa sociale, rivalutazione forzosa della moneta per frenare l’inflazione, contenimento dei consumi attraverso l’assenza di adeguamenti salariali, vendita delle imprese pubbliche con preferenza agli imprenditori peruviani, apertura ai capitali internazionali per la gestione delle risorse naturali. Le tendenze autoritarie e accentratrici di Fujimori, prima che i buoni risultati macroeconomici, gli hanno permesso di rimanere al potere fino al 2000, quando è stato costretto a dimettersi a causa di una serie di scandali legati alla corruzione. I presidenti successivi, Alejandro Toledo Manrique e Alan García Perez, pur provenienti da storie e partiti diversi, non hanno mai cambiato efficacemente la drastica rotta intrapresa dallo scomodo predecessore, ottenendo risultati ancora più positivi in termini di crescita economica, arrivata a sfiorare il 10% nel 2008. Nonostante i propositi di socialismo indigenista, neanche Ollanta Humala Tasso, presidente fino al luglio del 2016, è riuscito a schiodare il Perù da quella che a questo punto sembra una vocazione, tale da renderlo un caso abbastanza unico nel panorama latinoamericano: fiducia massima nel libero mercato senza però mai rinunciare a una credibile e integra immagine nazionale. Mentre la nuova presidenza di Pedro Paolo Kuczinsky si è per ora fatta notare solo per l’intenzione di creare una partnership commerciale e finanziaria con la Cina, che rischia di mettere a dura prova gli equilibri regionali, le prestazioni economiche del Perù, da cui i soprannomi di “stella folgorante” o “perla del Pacifico”, sono ancora molto soddisfacenti. Dopo gli scandali brasiliani, gli sconquassi venezuelani e le titubanze argentine, sembra proprio il vecchio impero inca a dover guidare la crescita futura dell’America Latina.

L’EFFERVESCENZA PERUVIANA IN CIFRE – Nonostante gli effetti devastanti delle inondazioni causate dal fenomeno naturale conosciuto come “El Niño”, che hanno causato perdite economiche di circa 3,7 miliardi in particolare nei settori dell’agricoltura e della pesca, nel triennio 2016-2019 è prevista una crescita dell’economia peruviana pari al 4,8%. Con un’inflazione ferma al 3,3% (nel 1989 era arrivata al 2800%!) e un tasso di disoccupazione che non arriva al 6%, i principali dati macroeconomici sembrano dar ragione alle scelte di liberalizzazione economica intraprese qualche anno fa dal governo di Lima. Persino il debito pubblico risulta molto contenuto, non arrivando al 30% del Pil, così come sotto controllo è la bilancia commerciale, pur se in leggero disavanzo a partire dal 2014.

Secondo la teoria economica liberale quelle del Perù, indicato come un esempio, sono le condizioni ideali per attirare gli investimenti esteri di cui ogni Paese in via di sviluppo e a bassa diversificazione produttiva avrebbe bisogno per spiccare il volo. In effetti gli stock di capitali stranieri, che vede ancora la Spagna al primo posto, rappresentano circa il 39% del Pil peruviano, una cifra veramente consistente (e preoccupante, a seconda dei punti di vista). Per un termine di paragone regionale, l’Argentina, che negli anni dei Kirchner ha fatto del protezionismo la sua bandiera, registra un ammontare di investimenti esteri pari al 15% del Pil.

Di fronte a numeri del genere, l’impressione è di essere di fronte a un Paese veramente vincente e proiettato con giustificato ottimismo al futuro, per di più immune dalla crisi che sta invece investendo gli altri giganti del continente. Eppure l’oro del Perù, come insegna la storia di Pizarro e Atahualpa, rischia di essere ancora un metallo prezioso solo per pochi: il gigante delle Ande ha nella questione sociale irrisolta il lato cattivo della sua identità, che forse la teoria economica non vuole vedere.

Fig. 2 – Il presidente Pedro Pablo Kuczynski mentre tiene un comizio elettorale nel luglio 2016

GLI EFFETTI COLLATERALI DI UN MIRACOLO – Andando oltre gli sfavillanti numeri canonici della macroeconomia, lo scenario peruviano diventa decisamente meno entusiasmante. Secondo l’indice di sviluppo umano, adottato dal 1993 anche dalle Nazioni Unite per valutare la qualità effettiva della vita, il Perù si colloca in una posizione medio bassa, ben al di sotto di Paesi per nulla ritenuti in ascesa, quali Cuba, Venezuela o Ecuador. In America Latina peggio fanno solo la Colombia, il Paraguay e la Bolivia, che però ha un trend in crescita. Prendendo in considerazione la distribuzione della ricchezza, sia tra le classi sociali che a livello territoriale, i risultati che emergono sono ugualmente negativi. Anche se negli ultimi vent’anni qualche passo in avanti è stato fatto, ad oggi l’80% della popolazione peruviana si spartisce meno della metà della ricchezza nazionale, il 49% della quale è collocata nella capitale, uno dei maggiori centri finanziari del continente, su cui gli abitanti più poveri ironizzano dicendo che di giorno sembra New York e di notte torna a essere Lima. Analizzando invece i tassi di povertà, ossia la percentuale di peruviani che vive con meno di due dollari al giorno, si tocca ancora una quota pari al 12%, corrispondente a quasi 4 milioni di persone. Nella regione di Ayacucho, a sud del paese, in cui non esistono attività economiche di rilievo, addirittura il 95% dei peruviani è al di sotto della soglia di povertà e il 60%, perlopiù bambini, soffre cronicamente la fame.

Fig. 3 – Un bambino peruviano sul muro che divide la Lima dei ricchi da quella dei poveri

DISSOTTERRARE L’ORO – Di fronte a un contrasto così evidente tra prosperità e indigenza, modernità ed esclusione, il Perù è chiamato oggi a chiedersi se la sua ascesa può continuare ancora o se, come sta già avvenendo, rischia di trovare invece un ostacolo insormontabile nelle gravi contraddizioni interne. La vocazione esportatrice di materie prime e prodotti primari non è stata mai corretta dalle politiche economiche liberiste, che anzi hanno preteso di farne un punto di forza. D’altro canto la deflazione salariale non ha consentito lo sviluppo di una domanda interna in grado di diversificare la produzione e promuovere investimenti in beni di consumo. Il risultato è una dicotomia clamorosa, fonte inesauribile di disuguaglianze: da un lato la grande industria privata per gran parte controllata dai capitali esteri, che lascia le briciole ai peruviani più poveri e grosse royalties ai più abbienti; dall’altro una serie di minuscole attività a basso valore aggiunto e destinate al consumo locale o addirittura all’autoconsumo, come quelle agricole. Queste ultime rischiano di perpetuare la condizione di marginalità e richiamano perlopiù gli interventi della cooperazione internazionale, secondo i non sempre trasparenti principi del commercio equo e solidale, strategia basata sulla valorizzazione dei piccoli contadini e che vede il Perù al primo posto in America Latina con il 20% di quota prodotto. Ma al gigante della Ande serve ben altro per dare un senso storico alla sua corsa: è necessario dissotterrare quell’oro dei guerrieri inca attraverso la presa in carico da parte della politica economica di una responsabilità grande, quella di gestire le enormi ricchezze in modo più diretto ed equo, rinunciando all’ormai sonoramente smentita idea di automatismo distributivo dei redditi. Se così non sarà, lo spirito malefico di Pizarro potrà ancora distruggere quanto di buono fatto finora.

Riccardo Evangelista

Un chicco in più

Forse il simbolo per eccellenza del paradosso peruviano è il muro che a Lima divide il quartiere residenziale di Las Casuarinas dalle baraccopoli di Vista Hermosa. Dieci chilometri di cemento alto tre metri che precludono alla massa di poveri che abitano nella capitale la possibilità, sia fisica che mentale, di accedere ai livelli di benessere riservati ai ricchi.

Foto di copertina di bobistraveling Licenza: Attribution License