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In 3 sorsi – Mentre continuano le proteste antigovernative, Maduro tenta il colpo di mano convocando un’assemblea costituente. A molti sembra essere l’anticamera di un golpe

‘’Prendiamo il caso del Chavismo in Venezuela. Finché il partito governativo era maggioritario in quel Paese si votava ogni anno, ma da quando è diventato minoritario essendo stato sconfitto alle elezioni del 2015, Nicolas Maduro ha deciso che il suo partito avrebbe continuato a governare (senza più il supporto delle elezioni) in nome del popolo”
Così il Professor Zanatta dell’Università di Bologna descriveva il declino del Chavismo in quanto nemico della democrazia rappresentativa in una recente intervista al Corriere della Sera. E in nome di quello stesso concetto di popolo il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha deciso in data Primo Maggio, durante l’imponente manifestazione per la Festa dei Lavoratori, di convocare dal nulla un’Assemblea Costituente al fine di modificare o  rottamare – non è ancora chiaro – la Costituzione Bolivariana del 1999, promulgata dal defunto Hugo Chavez e celebrata dalle sinistre radicali del continente come esempio di democrazia e progressismo. Allora perché emendarla o addirittura sostituirla con una del tutto nuova?

1. LA DECISIONE DI MADURO – «Oggi 1 di maggio annuncio che in base alle mie facoltà presidenziali come Capo dello Stato d’accordo con l’articolo 347 convoco il Potere Costituente Originario affinché la classe operaia e il popolo convochino l’Assemblea Nazionale Costituente»
La strategia di Maduro è quella di prendere tempo e stancare definitivamente la bellicosa opposizione accusata di tramare un golpe ai suoi danni. L’obiettivo immediato è quello di non essere isolato dalla comunità internazionale e dal resto della base popolare ma soprattutto militare e partitica che ancora lo sostiene. E’ dal 31 Marzo, data in cui la Corte Suprema ha deciso di avocare a sé i poteri del legislativo, ritirando poi successivamente la decisione, che il paese caraibico è sprofondato nel caos: le proteste contro l’attuale governo per via dell’immotivato rinvio delle elezioni regionali del dicembre 2016, la mancata convocazione del referendum revocatorio sulla presidenza Maduro e una situazione economica da bancarotta statale hanno esacerbato un conflitto politico e sociale che rischia di portare il paese sull’orlo della guerra civile, con già 30 morti e centinaia di feriti  dall’inizio delle proteste che si aggiungono alle decine di prigionieri politici.

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Fig.1- Un manifestante anti-Maduro per le strade di Caracas

2. POTERE COSTITUENTE – «Non sto parlando di una Costituente dei partiti o delle elite, intendo dire una Costituente femminista, giovanile, studentesca, una Costituente indigena, ma anzitutto una Costituente profondamente operaia, decisamente operaia, che appartenga profondamente alle organizzazioni comunali».
Si andrebbe profilando un’assemblea costituente a metà tra un Congresso dei Soviet e una Camera delle Corporazioni: stando ai pochi dettagli forniti da Maduro, l’Assemblea sarà costituita da 500 delegati di cui 250 rappresentanti dell’Assemblea saranno eletti tra lavoratori, studenti e comunità indigene. Una dichiarazione di intenti che lascia presagire fenomeni cooptativi che nulla hanno a che fare con il metodo democratico. Gli altri 250 saranno eletti sì a scrutinio diretto, universale e segreto ma dai membri dei Consigli Municipali e dei CLAP (Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione) che sono in larga parte composti da membri del PSUV, il partito al potere, dunque fedeli al regime.
L’articolo 327 dell’attuale carta costituzionale dà facoltà al presidente di convocare un’Assemblea Costituente ma non è ancora chiaro se si tratterà della redazione di un nuovo testo o di una riforma costituzionale. Nell’ultima fattispecie, come evidenziato dal giurista Manuel De Pablos al quotidiano El Nacional, l’articolo 187 al paragrafo 2 prevede che ogni ipotesi di riforma passi dal previo voto del Parlamento, in mano all’opposizione. Possibilità quest’ultima non contemplata dal Presidente e che dunque renderebbe la modifica illegittima.
Così designata, nella più ottimistica delle ipotesi si formerebbe un’assemblea per 3/5 fedele a Maduro con gravi implicazioni nel breve e nel medio periodo. Il governo distoglierebbe le attenzioni dalle proteste, cercando di portare le opposizioni sul terreno di una disputa elettorale già segnata in partenza. In secondo luogo decadrà definitivamente il Parlamento dove il PSUV chavista è presente solo con un 30% dei deputati in seguito alle elezioni legislative del 2015. Nonostante la maggioranza parlamentare l’opposizione riunita nella coalizione della Mesa de Unidad Democratica si vede porre il veto ad ogni provvedimento attraverso le sentenze della Corte Suprema facente capo all’esecutivo chavista.
L’abbattimento dell’impianto istituzionale che prevede la separazione dei poteri sarebbe poi completato con il ritorno a quello che viene definito nella retorica chavista ‘’Potere Costituente’’. Le scadenze elettorali posticipate da Maduro ma da lui evocate nelle ultime settimane sarebbero così definitivamente rinviate sine die. L’opposizione si vedrebbe così negata l’elezione dei governatori e quelle municipali ovvero le uniche strade percorribili per competere con un regime il cui consenso è sì in netto calo ma che pare pericolosamente pronto a liberarsi da ogni orpello di finzione democratica.

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Fig.2 -Il ministro venezuelano Delcy Rodriguez alla riunione dei paesi CELAC.

3. EPILOGO CHAVISTA – L’alternativa bolivariana populista, nazionalista e socialista creata da Chavez sembra oramai al capolinea, priva anche di alleati regionali di peso. I dati economici sono deprimenti, con un’inflazione che dovrebbe salire al 720% nel 2017 ed una povertà che secondo la Caritas è oramai allargata all’80% rivelano la realtà di un paese oramai nel baratro di una crisi umanitaria. Il Chavismo ha sempre vissuto la democrazia e le sue regole come un peso nascondendo però le sue innate pulsioni totalitarie. Con la radicalizzazione del conflitto politico e la crisi economica il Venezuela è di fronte all’ennesimo bivio prodotto dalla costante storica delle classi dirigenti venezuelane: la dipendenza del policy-making dalle rendite del petrolio.
Hugo Chavez salì alla ribalta della politica nazionale grazie ad un fallito colpo di stato nel 1990, in seguito alle proteste per via delle riforme economiche all’insegna dell’austerità successive al crollo del prezzo del petrolio . Sul finire degli anni ’90 lo stesso Comandante mise fine al corrotto e usurato bipolarismo venezuelano attraverso elezioni democratiche. Resse ad un tentato colpo di stato nel 2002 ma adesso il suo successore non riesce più a gestire un regime autoritario fondato sull’elargizione di sussidi e il blocco dei prezzi dei beni di base. L’ennesimo aumento del salario per i dipendenti pubblici è un chiaro segno della mancanza di strategia e del dilettantismo economico dell’esecutivo chavista. Data la situazione, solo l’esercito i cui uomini chiave hanno ricevuto posizioni di governo e prebende dal presidente Maduro, potrebbe bloccare l’attuale deriva totalitaria dando il via a scenari imprevedibili fino a pochi mesi fa.

Emiliano Caliendo

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

In queste ore il ministro degli esteri venezuelano Delcy Rodriguez è ad El Salvador per la riunione degli stati del CELAC, convocata d’urgenza dal Venezuela stesso. Caracas spera in una dichiarazione di solidarietà da parte degli Stati Caraibici di cui è formalmente alleata e amica. Contemporaneamente 8 paesi dell’OAS (tra cui Argentina e Brasile) hanno espresso la loro preoccupazione per la situazione venezuelana in un documento condiviso facendo appello ad una risoluzione pacifica della crisi ricordando le parole di Papa Francesco[/box]

Foto di copertina di Diario Critico Venezuela Licenza: Attribution License

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