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Elezioni presidenziali in Francia, la settimana decisiva

Il 7 maggio sarà il giorno della verità per il popolo francese, chiamato a scegliere il nuovo Presidente tra l’outsider Emmanuel Macron e la leader del Front National Marine Le Pen. Proviamo a tirare qualche conclusione

LO SPETTRO DEL “21 APRILE” – Se da una parte il passaggio di Macron e Le Pen al secondo turno fosse nell’aria già da tempo, dall’altra l’imprevedibilità di questa elezione è stata e rimane alta. In aggiunta, l’assenza di entrambi i partiti tradizionali al secondo turno è una novità assoluta per la politica francese. Un precedente simile si era avuto solo il 21 aprile 2002, data tanto emblematica da dare origine a una frase idiomatica. In quel primo turno dell’elezione presidenziale a sedici candidati, i favoriti erano il presidente uscente Chirac (esponente del Rassemblement pour la Republique, che di lì a poco sarebbe divenuto Union pour un Mouvement Populaire, UMP) e il Primo ministro uscente Jospin (Partito socialista). Sorprendentemente, con circa 200.000 voti di scarto, Jean-Marie Le Pen (presidente del Front National) batté Jospin e passò al secondo turno insieme a Chirac. Al secondo turno i francesi si compattarono intorno a Chirac, che venne rieletto con più dell’80% dei voti. Da allora 21 aprile è diventato sinonimo di “voto utile”, quello espresso per chi abbia reali possibilità di vincita (anche a costo di accantonare il candidato preferito).
Il 23 aprile del 2017, invece, si è prospettato quello che molti hanno definito “21 aprile al contrario”, perché Marine Le Pen, a differenza del padre nel 2002, può contare su un bacino elettorale più ampio, e ha dunque maggiori possibilità di successo.
A pochi giorni da un secondo turno che potrebbe riservare delle sorprese, proviamo a vedere alcuni elementi vecchi e nuovi che stanno inficiando la prevedibilità di questa campagna presidenziale.

Fig. 1 – Durante la campagna, i sostenitori di Emmanuel Macron hanno spesso sventolato bandiere dell’Unione Europea insieme alla bandiera francese

LA QUESTIONE DELLA DOPPIA DESTRA – François Fillon era uscito vincitore dalle primarie dei Républicains. Le primarie avevano avuto un buon successo in termini di partecipazione e, secondo diversi analisti, Fillon era riuscito nell’ardua impresa di sottrarre consensi al Front National. In una peculiarità tutta francese, il Paese presenta di fatto una destra più moderata (rappresentata appunto dai Repubblicani) e una più estrema, incarnata dal Front National. Facendo leva su alcune leve “tradizionali” della destra, come il valore della famiglia, Fillon sembrava aver riconquistato gli elettori che, delusi dalla presidenza Sarkozy, si erano avvicinati al Front National.
Sebbene Fillon abbia ottenuto circa il 20% delle preferenze, con uno scarto dell’1,3% rispetto a Marine Le Pen, il risultato non può di dirsi entusiasmante, ma nemmeno disastroso.
Qui lo scandalo giudiziario che ha investito Fillon poco dopo la vittoria delle primarie ha giocato un ruolo chiave. Fillon aveva conquistato molti elettori per la sua integrità morale, e ne ha persi molti quando questa è stata intaccata (nonostante le indagini sul cosiddetto Penelopegate siano ancora in corso). In aggiunta, pur avendo dichiarato che si sarebbe dimesso qualora indagato, Fillon non ha fatto alcun passo indietro sulla sua candidatura.
Insomma, il 20,o1% delle preferenze è un risultato amaro per il partito in valore assoluto, ma non è poi così disastroso se si considera la questione Fillon (che infatti si è assunto personalmente la responsabilità del risultato).

IL PESO DELLA “FRATTURA” CITTÀ-CAMPAGNA – In questa elezione inedita per i motivi appena descritti, la frammentazione politica che il Paese presenta dopo il primo turno può essere ripercorsa secondo dei criteri per lo più “classici” – come il livello di istruzione, la situazione economica e la posizione lavorativa. A questi si intreccia prepotentemente una delle “fratture sociali” classiche, quella città-campagna. Le città con maggior numero di abitanti hanno espresso la loro preferenza per Macron, che propone un rilancio dell’integrazione europea – cosa che gli vale particolare “simpatia” tra i politici europei e nelle istituzioni UE. Nelle aree rurali, invece, Marine Le Pen ha trovato dei grossi bacini elettorali. Sentendosi abbandonate dallo Stato, le popolazioni  vedono nelle promesse nazionaliste del Front National la soluzione ai loro problemi economici e sociali. Su base nazionale, nelle aree periferiche più disagiate Marine Le Pen non è stato il candidato più votato – probabilmente per le sue politiche restrittive contro l’immigrazione.
Interessante voto nella capitale, in cui si è registrata un’astensione inferiore alla media. Gli elettori del dipartimento di Seine-Saint Denis, a nord della capitale, così come alcuni arrondissement del nord-est (19° e 20°) si sono espressi a favore di Mélenchon. Questo risultato è chiaramente interpretabile come voto di protesta per i partiti tradizionali e come voglia di cambiamento radicale e progressista. Globalmente, la città di Parigi si è espressa a favore di Macron, ma nei quartieri più ricchi (tra cui spiccano 7° e 16°), così come nella prima cintura periferica di sud-ovest, le maggior parte delle preferenze sono andate a Fillon. Marine Le Pen ha chiuso al 5° posto con il 4,99% dei voti – meno che nella tornata elettorale precedente.

Fig. 2 – Nicolas Dupont-Aignan apre il comizio di Marine Le Pen a Villepinte, 1 maggio 2017

SCHEDE BIANCHE, ASTENSIONE E FATTORE MÉLENCHON – Quel 19,58% di elettori del primo turno che avevano espresso una preferenza per il candidato di France insoumise rappresenteranno un importante ago della bilancia per la scelta del nuovo Presidente. Mélenchon, infatti, ha lasciato libertà di coscienza ai suoi elettori. Probabilmente una parte di questi, non sentendosi rappresentati da nessuno dei due candidati, opterà per l’astensione o la scheda bianca – scelta che potrebbe arrivare anche da altri schieramenti, quindi riguardare una percentuale di elettori ad oggi del tutto imprevedibile. Sebbene il programma proposto da Mélenchon abbia diversi punti di contatto con quello di Marine Le Pen, almeno una parte degli elettori non accetterà inoltre di votare per un partito di colore esattamente opposto al suo.
A favore di Marine Le Pen si è espresso invece Nicolas Dupont-Aignan, leader di Debut la France, che ha ottenuto il 4,7% delle preferenze al primo turno. Qualora Marine Le Pen dovesse diventare Presidente, Dupont-Aignan sarà Primo ministro.
I leader dei partiti tradizionali, invece, hanno invitato – come avvenuto anche nel 2002 – a coalizzarsi per poter sconfiggere il Front National. Sia Fillon che il socialista Hamon hanno da subito dichiarato che avrebbero votato per Macron, invitando i propri elettori a fare lo stesso. La ragione è stata ben illustrata da Hamon lo stesso 23 aprile, poco dopo la chiusura delle urne: «vi invito a votare per Emmanuel Macron, sebbene questi non faccia parte della sinistra e non ne incarni i valori. Questo perché c’è una distinzione chiara tra un avversario politico e un nemico della Repubblica».
Ma la situazione rimane fluida anche nell’establishment dei vari partiti, con Repubblicani che non intendono votare per Macron ed esponenti di Debut la France che rigettano l’accordo con il Front National.
In sintesi, nonostante i sondaggi puntino tutti su un vincitore, la vittoria è ben al di là dall’essere acquisita. Tanto più che, nel mese di giugno e a Presidente già eletto, si voterà per il rinnovo del Senato e dell’Assemblea Nazionale.

Giulia Tilenni

Un chicco in più

Il primo turno della campagna presidenziale ha in un certo qual modo riabilitato sondaggi, proiezioni ed exit-poll. A differenza di quanto avvenuto per Brexit ed elezione di Trump, i sondaggi francesi sulle elezioni continuano la loro serie positiva. I sondaggi davano Macron in testa e Le Pen al secondo posto già da diverse settimane, con Fillon e Mélenchon al terzo/quarto posto con pochi punti percentuali di scarto. Nonostante i seggi delle grandi città avessero appena chiuso, anche i tradizionali proiezioni ed exit-poll delle 20 – fornite dagli istituti Kantar Sofres e Ipsos-Soprasteria –, si sono rivelate particolarmente attendibili. 

Foto di copertina di Paul Beattie Licenza: Attribution-NoDerivs License