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In 3 sorsiGli attacchi terroristici alle chiese copte di Alessandria e Tanta del 9 aprile in Egitto provocano più di 40 morti e numerosi feriti durante le celebrazioni per la Domenica delle Palme cristiana. Il Presidente Al-Sisi annuncia lo stato di emergenza e si prepara ad inasprire la repressione, ma insicurezza e sfiducia indeboliscono il regime

1. GLI ATTENTATI – Il 9 aprile, nel giorno della Domenica delle Palme in Egitto, due esplosioni colpiscono l’antica comunità Copta. Nella città di Tanta, circa 100 km a nord del Cairo, un ordigno, collocato, secondo alcuni testimoni, accanto l’altare della Chiesa di San Giorgio, provoca 27 morti e 78 feriti. Qualche ora dopo, ad Alessandria, un attacco suicida di fronte la Cattedrale di San Marco ferisce 48 persone e ne uccide 17, inclusi tre agenti di polizia che hanno cercato di fermare l’attentatore, impedendogli di entrare nella chiesa dove il papa copto, Tawadros II, stava celebrando la funzione di uno dei giorni più sacri del calendario cristiano. Entrambi gli attacchi sono stati rivendicati dall’Isis e colpiscono ancora una volta una delle più antiche comunità cristiane in Medio Oriente, da tempo obiettivo della violenza islamista. Le due esplosioni di aprile sono infatti le ultime di una lunga e drammatica serie di attacchi alla minoranza cristiana.  Lo scorso dicembre, 25 persone sono rimaste uccise a causa dell’esplosione di una bomba nella cattedrale copta del Cairo. Ancor più di recente, a febbraio, dozzine di famiglie copte sono state costrette a lasciare le loro case nel Sinai dopo l’uccisione di almeno sette persone nella città di Al-Arish e la minaccia di ulteriori attacchi da parte dello Stato Islamico. Storicamente vittima di discriminazione rispetto alla maggioranza musulmana, la comunità copta ha visto aumentare le violenze nei propri confronti soprattutto a partire dal 2013, quando la destituzione del presidente eletto Muhammad Morsi, leader della Fratellanza Musulmana, ha concentrato il risentimento dei suoi sostenitori nei confronti dei cristiani, accusati di supportare il nuovo regime del generale Al-Sisi.

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Fig. 1 – Esponente del clero copto durante una celebrazione

2. LO STATO DI EMERGENZA – La reazione del regime agli attentati è stata immediata. Su ordine del Presidente Al-Sisi, il Ministero della Difesa ha dispiegato l’esercito nelle principali città del Paese, a protezione degli obiettivi sensibili. In un discorso televisivo alla Nazione, dopo aver annunciato tre giorni di lutto nazionale, per la prima volta dall’adozione della Costituzione nel 2014, Al-Sisi ha dichiarato lo stato di emergenza di tre mesi in tutto il Paese. Se, infatti, è ormai dalla caduta di Morsi nel 2013, quasi senza soluzione di continuità, che la penisola del Sinai è sottoposta alla legge di emergenza per combattere i gruppi armati jihadisti che ne hanno fatto la propria base, è la prima volta, sotto il regime di Al-Sisi, che le misure di emergenza vengono estese a tutto il Paese. Nonostante l’art. 154 della Costituzione ne sottoponga l’entrata in vigore e l’eventuale proroga al limite dell’approvazione parlamentare (avvenuta all’unanimità martedì 11 aprile), lo stato di emergenza in Egitto conferisce al Presidente eccezionali poteri. Egli può sottoporre i civili al giudizio dei tribunali di sicurezza nazionale, per le cui sentenze non è previsto appello, e può emendarne, annullarne, sospenderne le sentenze oppure ordinare un nuovo processo. Può sottoporre a monitoraggio ed intercettazione qualunque forma di comunicazione e corrispondenza, censurare preventivamente stampa e media, chiudere attività commerciali, sequestrare proprietà private ed imporre il coprifuoco. Inoltre, un recentissimo emendamento alla legge di emergenza, proposto dal governo ed approvato dal Parlamento, consente alle forze di sicurezza di arrestare qualunque sospettato sulla base di semplici indizi e al pubblico ministero di richiedere la detenzione, rinnovabile per periodi di tempo indefiniti, di qualunque persona considerata minaccia per la pubblica sicurezza. Per quanto giustificate dalla necessità di contrastare il terrorismo e di garantire la sicurezza della popolazione, le misure di emergenza non fanno altro che aggravare lo stato dei diritti umani nel Paese, in progressivo deterioramento da quando Al-Sisi ha preso il potere nel 2013. Numerosi rapporti di organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano da tempo la sistematica repressione di qualunque opposizione interna al regime, le brutali violazioni dei diritti umani, la compressione dei diritti civili e politici della società civile, le detenzioni arbitrarie, gli abusi e le torture nelle carceri, le sparizioni forzate e le esecuzioni extragiudiziali, cui ricorre il regime per consolidare il proprio potere.

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Fig. 2 – Il Papa copto Tawadros II e il presidente Fattah al-Sisi durante le celebrazioni della vigilia di Natale

3. LA DEBOLEZZA DEL REGIME – A meno di dieci giorni dalla programmata visita di Papa Francesco in Egitto, gli eventi di domenica scuotono ulteriormente gli animi di una comunità ormai da anni pesantemente colpita dalle violenze ed evidenziano la clamorosa debolezza del regime di Al-Sisi. Nonostante le parole di Papa Tawadros II che rassicurano sull’unità e la coesione del popolo egiziano, nel piangere e seppellire le ennesime vittime, la minoranza cristiana lamenta la mancata protezione. Solo la settimana precedente agli attentati, un ufficiale di polizia aveva rinvenuto e disinnescato un ordigno nei pressi della Chiesa di Tanta, ma nessuna seria misura di sicurezza era stata adottata a protezione di quello che doveva essere considerato, senza dubbio, un obiettivo sensibile. Rabbia e paura sono i sentimenti più diffusi, tra chi si domanda come sia stato possibile che una bomba sia potuta entrare nella chiesa, nonostante la polizia ed i metal detectors, e chi lamenta un’assoluta mancanza di misure preventive. Gli attacchi hanno evidenziato, infatti, un clamoroso fallimento dell’intelligence e l’assenza di efficaci misure di sicurezza, contribuendo a diffondere tra la popolazione un senso di sfiducia, che è preoccupante prima di tutto per il regime di Al-Sisi. Lo stato di emergenza e gli enormi poteri concentrati nelle mani del Presidente potrebbero, a prima vista, giovare il regime, che giustificherebbe con la guerra al terrorismo l’ulteriore brutale repressione delle forze di opposizione e della società civile. Allo stesso tempo, però, le due recenti esplosioni colpiscono una delle componenti centrali della coalizione che sostiene Al-Sisi, i Copti, e minano, dall’interno, l’immagine del presidente forte. Il fatto che gli attacchi terroristici non accennino a fermarsi, nonostante il pugno duro dell’esercito e delle forze di sicurezza, induce la popolazione a chiedersi se la lotta al terrore sia condotta realmente in maniera efficace. Dal 2013 ad oggi, Al-Sisi deve ancora riuscire a gestire, infatti, la penisola del Sinai, assediata dai gruppi islamisti e dove le evacuazioni forzate e il drammatico deterioramento delle condizioni di vita continuano ad alimentare rancori e radicalizzazioni.

Maria Di Martino

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Sullo stato dei diritti umani in Egitto, organizzazioni locali, come il Nadeem Center, e organizzazioni internazionali, come Human Rights Watch, denunciano da tempo gli abusi delle forze di sicurezza, soprattutto di funzionari dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale, guidata dal Ministero dell’Interno. Stando ai loro rapporti, significative sono, altresì, le restrizioni all’esercizio delle libertà di associazione ed espressione, oltre che della libertà di religione. In agosto, ad esempio, il parlamento ha approvato una legge che consente alle autorità di negare, senza possibilità di appello, la concessione di permessi per la costruzione di nuove chiese, per ragioni di sicurezza pubblica.  [/box]

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Maria Di Martino

Classe 1991, coltivo la passione per il mondo arabo fin dagli studi triennali all’Orientale di Napoli, dove lo studio della lingua, della storia e delle istituzioni musulmane mi ha insegnato ad osservare le dinamiche mediorientali con lo sguardo di un vicino consapevole della loro importanza. Laureata magistrale in Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma, con una tesi in diritto internazionale dell’economia e dello sviluppo, all’interesse per l’analisi geopolitica accompagno una personale sensibilità per i diritti umani, sognando un futuro di ricerca e azione per la loro difesa, poiché ancora idealisticamente convinta che parlare di Stati possa significare, prima di tutto, parlare di persone.