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In 3 Sorsi – L’attacco militare americano contro il regime del Presidente Assad arriva in un momento di particolare tensione tra Israele e Siria. Il pieno sostegno di Gerusalemme al bombardamento evidenzia come i rapporti con l’Amministrazione Trump siano eccellenti e costanti. Se per il futuro del rais siriano occorrerà attendere i prossimi sviluppi, è certo che la posizione dello Stato Ebraico sullo scenario siriano ne esca rafforzata 1. IL PLAUSO DI GERUSALEMME – Il bombardamento dello scorso 7 aprile, lanciato dagli Stati Uniti contro la base siriana di al-Shayrat, ha rappresentato sin qui l’atto di politica estera più clamoroso dell’Amministrazione Trump. Un cambio repentino di vedute rispetto al regime del Presidente Bashar al-Assad che è stato accolto con un’approvazione pressoché totale da parte di tutti i leader del mondo occidentale. Da Israele, in particolare, il supporto è stato unanime e trasversale. Il premier Benjamin Netanyahu, condannando l’utilizzo di armi chimiche da parte del rais siriano, ha confermato, in una dichiarazione ufficiale, il «pieno e inequivocabile sostegno di Israele all’azione del Presidente Trump», aggiungendo che Gerusalemme «spera che il messaggio risuoni non solo a Damasco ma anche a Teheran e Pyongyang». Supporto che è giunto anche dal leader dell’opposizione Isaac Herzog – che ha etichettato l’attacco come «un importante messaggio per il macellaio di Damasco» – e, fatto piuttosto inedito, dal Presidente della Repubblica Reuven Rivlin, che ha definito il bombardamento una risposta «giusta e appropriata» all’utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad, aggiungendo che «gli Stati Uniti, agendo in questo modo, servono da esempio per tutto il mondo libero, che deve supportare ogni step richiesto per scrivere la parola fine sulle atrocità in Siria». Il supporto totale di Gerusalemme alla prima azione militare, in sei anni di guerra, da parte degli Stati Uniti contro Assad è stato molto apprezzato a Washington, tant’è che il giorno stesso, in serata, il Vice Presidente Mike Pence ha telefonato a Netanyahu per ringraziarlo personalmente. Embed from Getty Images 2. GLI INTERESSI ISRAELIANI IN SIRIA – Lo Stato Ebraico recita nel conflitto siriano il ruolo dello spettatore interessato. Dall’inizio della guerra civile, infatti, Israele ha puntato alla protezione del proprio controllo de facto delle Alture del Golan – regione al confine tra i due Stati, storicamente contesa e per il controllo della quale non esiste ancora un vero trattato di pace – approfittando del disordine per rafforzare la propria presa sull’area Le tensioni sul confine restano molto elevate e sono culminate, lo scorso 17 marzo, con il lancio di missili da parte siriana verso Israele, in risposta ad un raid effettuato dall’aviazione israeliana su una base militare dell’esercito lealista siriano nei pressi di Palmira. Un’azione che rientrava nel filone di operazioni chirurgiche effettuate da Gerusalemme per stoppare i rifornimenti militari al regime di Damasco. Soprattutto quelli da parte di Hezbollah – milizie sciite libanesi sostenute dall’Iran e alleate di Assad – che quotidianamente attraversano il confine tra Siria e Libano per portare aiuto al rais. Proprio Hezbollah ha definito il bombardamento voluto da Donald Trump come «un’azione idiota, che rafforza le ambizioni regionali di Israele». Effettivamente, al netto del fatto che Hezbollah rappresenti una minaccia storica per lo Stato Ebraico, l’immagine di Gerusalemme non può che uscire rafforzata dalla giravolta geopolitica dell’Amministrazione Trump. Il legame che unisce l’Amministrazione del tycoon con il Governo di Netanyahu è molto stretto ed è ulteriormente testimoniato dal fatto che un ufficiale del governo israeliano, nelle ore successive al bombardamento del 7 aprile, abbia dichiarato che Gerusalemme fosse stata preventivamente informata dell’attacco. La presa di posizione netta a favore della mossa di Trump è da leggersi, in questo senso, come un’affermazione, da parte di Israele, della volontà di ottenere la cacciata di Bashar al-Assad, soddisfacendo così le proprie mire sulla regione del Golan e mettendo in sicurezza il proprio territorio dagli assalti degli Hezbollah. Una volontà che, in sei anni di conflitto civile siriano cui lo Stato Ebraico ufficialmente non prende parte, non si era ancora esplicitata in questi termini e, sino a marzo, non si era concretizzata in azioni militari così nette. Sia da parte israeliana che siriana, con Assad che ha di recente dichiarato di essere pronto alla guerra. Embed from Getty Images 3. IN ATTESA DELLE PROSSIME MOSSE – Il quadro strategico per Gerusalemme è nel complesso positivo. Questo nonostante il fatto che per alcuni commentatori – tra cui Zvi Bar’el del quotidiano Haaretz – lo Stato Ebraico potrebbe essere una vittima delle rinnovate tensioni tra USA e Russia. Il sostegno incondizionato di Netanyahu al bombardamento voluto da Trump ha fatto parecchio adirare Vladimir Putin – sostenitore di Assad – che, secondo questa linea di pensiero, potrebbe porre in essere delle ritorsioni contro Israele. Non è molto chiaro, tuttavia, cosa ciò possa significare nel concreto, essendo da escludere un qualche uso della forza da parte russa nei confronti di Gerusalemme. Da segnalare, inoltre, che Israele ha in essere un accordo di coordinamento militare con la Russia – analogo a quello firmato tra Washington e Mosca a fine 2015 e che è stato sospeso unilateralmente dal Cremlino a seguito del bombardamento contro Assad – al fine di evitare incidenti tra le rispettive aviazioni in Siria. Un accordo necessario per entrambi e che pone Israele al centro dello scontro diplomatico USA-Russia, per le quali lo Stato Ebraico risulta, per ragioni differenti, imprescindibile. Il quadro dei rapporti tra le due superpotenze resta ancora confuso, nonostante le prove di disgelo avvenute durante l’incontro Tillerson-Lavrov dello scorso 12 aprile. Se la sensazione è che occorrerà aspettare le prossime settimane per capire quali siano le reali intenzioni di Donald Trump sulla questione siriana – in questi giorni si è anche fatta l’ipotesi, che avrebbe del clamoroso, di 50.000 truppe di terra statunitensi pronte ad essere inviate sul posto – è da essere abbastanza certi che qualsiasi mossa, sia da parte statunitense che russa, avrà un occhio di riguardo nei confronti dello Stato Ebraico. Con la consapevolezza in più, per Israele, di poter giocare a carte scoperte nei confronti di Assad.

Giulio Monga

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