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Error 404: l’Africa offline e l’accesso ad internet

Il blocco di internet e dell’utilizzo dei principali social network sembra essere un metodo che negli ultimi anni, dalla Primavera Araba in poi, molti governi africani stanno utilizzando per mettere a tacere malcontenti interni e limitare la libertà di espressione e informazione dei propri cittadini. L’ultimo caso è quello del Camerun, dove l’accesso a internet è bloccato dallo scorso gennaio

LIBERI DI NAVIGARE? – Nel report  “Silencing the Messenger: Communication Apps Under Pressure”, l’organizzazione americana non governativa Freedom House, che promuove attività di ricerca ed advocacy su tematiche quali democrazia, libertà politiche e diritti umani ha analizzato la libertà di navigare in rete in un campione di 65 Paesi, che comprendono l’88% degli utenti del web di tutto il mondo, di questi solo il 24% ha un accesso ad internet libero, senza restrizioni.

Fig. 1 – Al Busy Internet Cafè ad Accra, in Ghana i residenti utilizzano le postazioni internet per connettersi

Il report pubblicato da Freedom House mostra alcuni dati preoccupanti: nel 2016, per il sesto anno consecutivo, l’accesso libero alla rete è diminuito; 2/3 degli utenti campione vive in Paesi autoritari o sotto dittature militari dove regolarmente si utilizza la censura della rete, soprattutto l’interruzione di servizi di messaggistica istantanea come Whatsapp e Telegram.

INTERNET IS OFF – Il trend preoccupante diffusosi già da qualche anno è l’aumento progressivo dei Paesi, in tutto il mondo, che oscurano internet (totalmente o solo  alcuni servizi) per presunti motivi di “sicurezza nazionale”, ossia per evitare la rapida diffusione di informazioni o immagini, legate soprattutto all’espressione del malcontento popolare, come accuse di brogli durante le tornate elettorali o movimenti di protesta per il rispetto delle libertà e dei diritti umani. Limitare l’utilizzo della rete non  è un’impresa così ardua per molti Paesi (soprattutto governi militari o autoritari), che negli ultimi anni hanno approfittato delle leggi antiterrorismo per esercitare un controllo sempre più massivo delle comunicazioni elettroniche. Ad essere sottoposti alla “censura” e non meno di frequente anche a sanzioni penali molto pesanti, sono post pubblicati o “like” ad immagini e argomenti ritenuti controversi, come la religione, la libertà sessuale, le idee politiche, i diritti umani. Ad esempio, in Uganda, nel febbraio 2016, in occasione delle elezioni presidenziali che hanno sancito la vittoria di Yoweri Museveni per il quinto mandato consecutivo, le forze governative hanno oscurato l’accesso ai social network all’indomani dell’accusa di brogli elettorali da parte dell’opposizione. L’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, durante la rivoluzione del 2011, oscurò l’accesso ad internet e bloccò le reti cellulari per evitare la diffusione delle immagini delle proteste e l’organizzazione di nuove. Una pratica già utilizzata nello stesso periodo in Tunisia nelle proteste che portarono alla caduta di Ben Ali. Nel gennaio del 2015, la Repubblica Democratica del Congo sospese la connessione a Internet a Kinshasa per contenere le proteste contro il Presidente Joseph Kabila.

Fig. 2 – Un utente consulta il sito di Ecobank, banca panafricana. L’utilizzo dei servizi di mobile banking sta aumentando notevolmente nei paesi dell’Africa subsahariana 

I moderni social network permettono a milioni di persone provenienti da tutto il mondo di connettersi in pochi secondi scambiando una miriade di informazioni, immagini e permettendo anche l’organizzazione di manifestazioni e proteste, come era già accaduto in Egitto e Tunisia durante la Primavera Araba.

APP IN BLOCCO – Nel 2016, WhatsApp è stato bloccato in 12 dei 65 Paesi analizzati (l’intero servizio o alcune funzioni); altre applicazioni come Telegram, Viber, Facebook Messenger, Hangouts sono stati regolarmente bloccati, così come l’accesso a piattaforme per le chiamate via internet, come Skype e FaceTime. Un altro dato molto interessante che emerge dal report è il crescente numero dei cyber attivisti, sempre più persone che utilizzano la rete per promuovere petizioni, documentare gli abusi o maltrattamenti delle forze dell’ordine, diffondere immagini, organizzare manifestazioni o lanciare allarmi per i raid aerei, come accaduto in Siria. In Sudafrica, negli ultimi due anni si è registrato un aumento del numero di utenti che utilizzano la rete per promuovere cambiamenti sociali e diversificare il dibattito online, piuttosto che soffermarsi solo sulle cattive politiche governative.

LA SITUAZIONE IN CAMERUN Il governo del Camerun ha bloccato internet dalla metà dello scorso gennaio: è un caso particolare, sia per la lunga durata dell’interruzione, sia per la modalità. Infatti, il blocco interessa solo la parte anglofona del Paese, nelle regioni a sudovest e a nordest, dove vive meno del 20% degli abitanti. L’interpretazione di questa scelta selettiva è legata alla volontà di calmare gli animi e le proteste legate alla cosiddetta questione anglofona, che rappresentano una costante nella vita del Paese all’indomani della decolonizzazione e che ha portato a violenti scontri sul finire dello scorso anno. Il giorno successivo al blocco, il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni ha emesso una dichiarazione ufficiale mettendo in guardia gli utenti dal rischio di incorrere in sanzioni penali per la diffusione di informazioni false (da 6 mesi a 2 anni di prigione e una multa da 5 a 10 milioni di franchi). Bloccare l’accesso ad internet non rappresenta solo una violazione dei diritti, ma comporta anche un danno sociale ed economico. Gran parte dell’economia del Camerun è localizzata nella Silicon Mountain, una zona intorno alla capitale del sud ovest, Buea. L’interruzione ha causato disagi enormi al sistema bancario e alle imprese che si sono sviluppate anche grazie ai servizi digitali, impedendo, ad esempio, i trasferimenti di denaro e i prelievi. Lo scorso marzo, l’organizzazione non governativa Internet Sans Frontieres denunciava che il blocco della rete stava costando alle imprese circa 723.000 dollari.

Fig. 3 – Il blocco temporaneo di internet in Camerun è stato giustificato dal governo del Presidente Paul Biya come un tentativo per evitare la diffusione di false informazioni in seguito alle proteste della parte anglofona della popolazione 

DIRITTI DIGITALI  Bloccare l’accesso ad internet come strumento di repressione è pratica diffusa non solo in Africa, ma anche in altre parti del mondo: Turchia, Cina, Bangladesh, Libia, Siria. L’obiettivo è di mettere a tacere malcontento e proteste antigovernative evitando la diffusione di informazioni su larga scala. Il , come viene chiamato in gergo, è considerato un metodo di repressione “soft” che non implica l’uso della violenza, ma che, come insegna il caso del Camerun, comporta gravi danni anche alla vita sociale ed economica dei un Paese. Inoltre, nel 2012, il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità una risoluzione che ribadisce il diritto di tutti a connettersi ed esprimersi liberamente tramite internet. Non è un documento vincolante, ma può rappresentare uno strumento utile di pressione contro i governi.

Irene Dell’Omo

Un chicco in più

#Keepiton è la campagna globale lanciata da Access Now, organizzazione internazionale impegnata nella lotta per i diritti digitali, in collaborazione con Lush, un noto marchio di cosmetici naturali. Solo nel 2016, Access Now ha registrato più di 50 casi di blocco di accesso alla rete, i più noti in Brasile, Uganda e Zimbabwe. L’obiettivo è chiedere ai governi di evitare qualsiasi censura e blocco di accesso a internet.

Foto di copertina: Jigjiga – real internet | by Charles Roffey – Licenza CC su Flickr

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