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Trump e Siria: dieci punti per analizzare l’attacco

Il 4 Aprile scorso un attacco chimico ha colpito il villaggio di Khan Sheikoun, causando decine di vittime inclusi numerosi bambini. In risposta, ieri gli USA hanno lanciato un attacco missilistico contro una base aerea in Siria. La nostra analisi in 10 punti

1 – L’attacco chimico

Il 4 Aprile scorso un attacco chimico ha colpito il villaggio di Khan Sheikoun, causando decine di vittime inclusi numerosi bambini. La contemporaneità con un attacco aereo siriano ha portato a valutare che il regime di Bashar al-Assad abbia perciò usato armi chimiche nel bombardamento. In seguito allo sdegno internazionale, la posizione siriana – appoggiata dall’amministrazione russa – è stata quella di negare, proponendo la tesi che l’aviazione siriana abbia colpito un deposito nascosto di armi chimiche delle milizie ribelli. Tale ipotesi appare però improbabile dati gli aspetti tecnici coinvolti, come abbiamo notato anche noi. Per quanto molti rimangano ancora gli aspetti da chiarire e le indagini continuino, l’OMS ha indicato come sia probabile l’uso di gas nervini.

Fig. 1 – Cacciatorpediniere USA classe Arleigh Burke

2 – La condanna internazionale

Al di là dei dettagli sull’evento stesso, sul piano internazionale mentre il dibattito pubblico rimaneva su alti livelli di retorica e di accuse reciproche, il 6 aprile USA, Gran Bretagna e Francia hanno proposto una risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per una condanna dell’azione, di fatto accusando Assad. Particolarmente veemente è stato l’atto di accusa dell’ambasciatore USA all’ONU Nikki Haley. La Russia si è opposta, criticando le ricostruzioni occidentali, e la mozione è caduta.

Video 1 – Lancio di missili Tomahawk dal cacciatorpediniere USS Porter

3 – L’attacco

Nella notte tra il 6 e il 7 aprile due cacciatorpediniere USA classe-Arleigh Burke (USS Ross e USS Porter) hanno lanciato 59 missili cruise contro la base aerea siriana di al-Shayrat, nella zona di Homs, da dove gli USA ritengono sia partito l’attacco. L’azione è stata annunciata dallo stesso Presidente USA Donald Trump, con l’indicazione del tracciato radar relativo all’attacco aereo siriano su Khan Sheikoun, e ed era stata precedentemente comunicata a Mosca e varie capitali europee. L’avviso a Mosca è servito per permettere l’evacuazione della base (che in gran parte è stata distrutta) ed evitare vittime proprio tra i russi, che si ritiene fossero presenti nell’area. 4 soldati siriani sembra siano comunque rimasti uccisi.

Fig. 2 – Un missile Tomahawk in volo

4 – Salvare la faccia

Mentre tutti si chiedono cosa succederà ora, è possibile fare alcune considerazioni. Prima di tutto ha colpito molti il fatto che, di fronte a una politica finora conciliante con le posizioni russe sulla Siria, si sia avuto stavolta un apparente cambio di rotta. Va tuttavia considerato come uno degli interessi primari per molti capi di stato – incluso, e forse soprattutto, Donald Trump – sia non perdere la faccia. Di fronte agli eventi di Khan Sheikoun, Trump ha subito criticato la politica del suo predecessore Barack Obama di non intervenire nel 2013 quando per la prima volta vennero usate armi chimiche in Siria. Tralasciando il fatto che allora lo stesso Trump era fermamente contrario a un qualunque intervento (esistono suoi tweet al riguardo), rimane il fatto che tale posizione odierna doveva mostrare una qualche differenza. Un’accusa senza alcun atto pratico infatti avrebbe contrastato con tale pretesa di “essere diverso”. L’attacco, pre-comunicato per evitare vittime e limitato come obiettivi, è in definitiva il minimo sforzo per salvare la faccia senza dover per forza lanciare un’operazione militare più vasta, almeno per ora.

Fig. 3 – L’aeroporto militare di Shayrat colpito questa notte dai missili Tomahawk USA

5 – Le reazioni

La comunità internazionale si è divisa tra chi appoggia la scelta USA (Francia, GB, Australia, Israele, Arabia Saudita, Turchia, via via altri Paesi) e chi la critica anche aspramente (oltre alla Russia, anche l’Iran) e a chi rimane neutrale (Cina, che ha semplicemente condannato l’uso di armi chimiche indipendentemente da chi sia stato). L’UE è rimasta sostanzialmente silente come organizzazione, con appena qualche dichiarazione generica dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, la quale tuttavia, va ricordato, non è il ministro degli esteri dell’UE ma semplicemente un moderatore delle politiche estere dei 27 membri – e in un ambito dove ogni Paese europeo vuole dire la propria, risulta per lei impossibile formulare una posizione comune che, semplicemente, non è stata discussa. Anche oggi i vari leader europei si sono di fatto espressi in ordine sparso.

Fig. 4 – Il Presidente russo Vladimir Putin

6 – Capire le reazioni

La durezza della risposta potrebbe indicare il rischio di escalation, ma è bene ricordare come spesso le dichiarazioni non corrispondano poi alla realtà delle azioni. Le dichiarazioni pubbliche infatti vengono spesso effettuate per rispondere a esigenze di politiche interna e a rassicurare la propria opinione pubblica, sempre per il principio di non poter perdere la faccia. E’ invece a porte chiuse che si discutono le opzioni reali, come dimostrato infatti dallo stesso Trump, che ha avvertito i russi prima di attaccare. In altre parole le dichiarazioni “di rito”, per quanto dure, non sono necessariamente foriere di escalation futura. Da notare la posizione della Turchia, che ha sempre mal digerito l’intervento russo in Siria e sembrava dover accettare la sconfitta dei propri interessi senza aver mai potuto scalzare Assad dal potere; Ankara si è affrettata ad appoggiare l’azione USA, nell’auspicio possa portare a risultati ormai insperati.

Fig. 5 – Il Presidente statunitense Donald Trump

7 – Sangue freddo

Fondamentale per evitare ogni escalation è però che i vari attori mantengano il “sangue freddo” e siano ben consci delle dinamiche sopra descritte. L’azione militare USA è rimasta limitata e questo permette, in teoria, di tornare al tavolo negoziale. La stessa possibilità di ulteriori azioni militari USA indica soprattutto l’intenzione Usa di mostrarsi non tolleranti in futuro se altri eventi dovessero proseguire, non necessariamente una dichiarazione di guerra. Del resto, come ha detto lo stesso Segretario di Stato USA Rex Tillerson sempre il 7 aprile “non bisogna estrapolare che gli attacchi abbiano cambiato la nostra posizione in Siria in alcun modo”, pur indicando una posizione molto più dura nei confronti di Bashar Assad. Da parte sua il Presidente russo Vladimir Putin ha criticato l’azione e ha sospeso il memorandum di intesa con la coalizione USA per i voli militari in Siria, ma la limitatezza dell’azione statunitense consente comunque che la situazione sul campo rimanga invariata – e ripete la possibilità che Assad diventi utile “pedina di scambio” in eventuali negoziati. Tutto perciò dipenderà da quanto ognuno mantenga i nervi saldi – al di là di ciò che ciascuno per esigenze interne e di politica estera dovrà dichiarare pubblicamente.

Fig. 6 – Il Presidente siriano Bashar al-Assad

8 – L’altra faccia delle dichiarazioni

Certamente però esiste un problema intrinseco: dichiarare apertamente la propria risoluzione e volontà di usare la forza in determinate situazioni rende quasi impossibile tirarsi indietro se tali situazioni si verificano davvero. Lo sa bene Barack Obama che dichiarò le famose “linee rosse” sull’uso di armi chimiche come deterrente e, quando poi vennero superate nel 2013, si trovò obbligato a reagire, salvo poi trovare la scappatoia della garanzia russa sullo smaltimento delle armi chimiche siriane. Analogamente ora Trump, ben più sensibile a tali aspetti di prestigio, rischia di avere le mani legate dalla sua stessa posizione e azioni. Trump rischia così di diventare manovrabile: internamente da chi vuole il conflitto ed è sufficientemente più esperto di lui da non poter essere smentito. Esternamente da avversari che potrebbero “provocarlo” sapendo che poi lui non potrebbe più tirarsi indietro. Né possiamo escludere i problemi intrinseci di un clima di tensione in area di guerra, dove peraltro gli USA già hanno truppe a terra (Marines, Rangers e artiglieria attivi nella zona di Raqqa contro l’ISIS): in caso di incidente – ad esempio l’abbattimento di un aereo, vista anche la sospensione del memorandum sopra citato – è bene comprendere come il limite tra casualità e atto di guerra sia sottilissimo.

Video 2 – La conferenza stampa di Donald Trump dopo gli attacchi missilistici

9 – Chi decide davvero in materia di sicurezza?

Questo ci porta a un’altra domanda importante: negli USA chi decide davvero sulle materie di sicurezza e difesa? Trump, in quanto Presidente e Commander-in-Chief (C-in-C) ha l’ultima parola, ma non è un mistero che necessiti dell’aiuto costante dei veri esperti, tra i quali spiccano il segretario alla difesa James Mattis e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster. Proprio oggi fonti dell’amministrazione USA hanno indicato come Mattis abbia preparato già vari piani per un eventuale intervento militare contro varie installazioni del regime di Assad. Del resto l’attuale situazione deriva molto da alcune posizioni “storiche” dell’ambito repubblicano e non proprie di Trump stesso. Trump decide, ma è costretto anche a delegare molto su tali materie e potrebbe non avere la capacità per opporsi a figure sicuramente esperte ma anche molto decise come appunto Mattis e McMaster. La recente defenestrazione del suo consigliere Steve Bannon mostra già ora la loro capacità persuasiva. In questo, la tendenza di Trump a ragionare “di pancia” o comunque emotivamente non costituisce un elemento rassicurante. La propensione stessa di Trump a reagire immediatamente agli stimoli (alcuni membri del congresso lo hanno anche criticato per non averli consultati prima di lanciare l’attacco) rischia di rendere il “ritmo” degli eventi (“tempo” in inglese) fin troppo schizofrenico da seguire, a discapito di valutazioni ponderate e di fatto consegnando il controllo della situazione dall’apparato politico a quello di sicurezza.

Fig. 7 – Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

10 – E Israele che fa?

Di interesse la situazione israeliana. Tel Aviv ha per prima indicato di avere prove sul coinvolgimento del regime di Assad nell’attacco chimico a Khan Sheikoun, e per questo è stato criticato aspramente dalla Russia, con Putin che ha chiamato direttamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Israele non ama Assad ed è spesso intervenuto con attacchi aerei in Siria contro gli Hezbollah libanesi, senza che la Russia abbia mai pubblicamente obiettato. Potrebbe cambiare qualcosa ora? Mosca sicuramente non ha apprezzato la posizione israeliana e potrebbe non essere più disposta a concedere carta bianca; al tempo stesso i rapporti tra i due Paesi rimangono aperti: Putin starebbe entrando nella questione israelo-palestinese con l’intenzione di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato di Israele (scavalcando gli USA) e Gerusalemme Est come quella di un futuro stato Palestinese. Potrebbe essere una moneta di scambio, che, peraltro, apre nuovi scenari in tale dimenticato (ma sempre acceso) scacchiere. Ma questa è un’altra storia.

Lorenzo Nannetti

L’articolo oltre che del lavoro dell’autore, è frutto di una raccolta di idee all’interno della Redazione

Un chicco in più

Donald Trump avrebbe dovuto essere, secondo molti commentatori, un presidente isolazionista. Il suo richiamo all’America First, le sue critiche alla scelta di intervenire in Iraq nel 2003 e l’ambiguità mostrata verso alcuni attori internazionali (Russia in primis) hanno alimentato l’ipotesi di un’inversione di rotta nella politica estera americana. Tuttavia la fretta mediatica nel voler delineare uno scenario futuro – unita alla sopravvalutazione della variabile individuale – ha condotto molti in errore: una superpotenza, infatti, difficilmente può chiudersi in uno “splendido isolamento” in quanto ha interessi estesi su tutto il globo. Parlare di isolazionismo è perciò da considerarsi errato: la posizione di Trump può essere sicuramente differente da quella del suo predecessore, ma difficilmente sarà di disinteresse verso ciò che accade oltre confine. A volte sono gli stessi eventi internazionali a forzare la mano: sarà da verificare se saprà guidarli o se invece si farà trascinare da essi.

(Chicco in più in collaborazione con Simone Zuccarelli)

Foto di copertina di SurfaceWarriors rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

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