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Proteste e grattacieli: Carrie Lam Cheng alla guida di Hong Kong

In 3 sorsiCarrie Lam Cheng è stata eletta Capo dell’Esecutivo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong in una cornice non poco turbolenta, dove le proteste della “Rivoluzione degli Ombrelli” stanno mettendo in discussione il controllo di Pechino sulla ex colonia britannica

1. UN PAESE, DUE SISTEMI – In Occidente molti sono abituati a pensare ad Hong Kong unicamente come “paradiso fiscale” dove, all’ombra di imponenti grattacieli, ogni giorno nuove imprese nascono, nuove transazioni vengono poste in essere e in cui circolano beni, innovazioni e capitali ad una velocità tale da rendere il Paese un hub finanziario ammirato dagli operatori del settore e dal mondo intero. Ma Hong Kong è solo questo per i suoi 7 milioni di abitanti? Probabilmente no. Compiendo un passo indietro nella storia, possiamo ricordare che l’ex colonia britannica è rientrata sotto l’ala vigile di Pechino in seguito alla Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984. Questo trattato internazionale, firmato da Margaret Thatcher e dal Primo Ministro Cinese Zhao Ziyang, ha previsto la restituzione di Hong Kong (che il Regno Unito aveva ottenuto in seguito alla vittoria nelle Guerre dell’Oppio) alla Cina. La restituzione, di fatto formalizzata nel 1997, non ha destato poche preoccupazioni negli animi degli hongkonghesi timorosi di non poter conservare la loro identità e, ancor più, di perdere gran parte delle proprie libertà. In tal senso David Shambaugh, Professore di Scienze Politiche e Affari Internazionali presso la George Washington University, parla proprio di un caso di “separate identities” che spinge il 27 % della popolazione ad identificarsi oggi unicamente come “HongKongers” e non come “HongKongers but also Chinese”. È stato proprio nell’ambito della stipula di tale accordo e delle parole dell’allora Presidente cinese, Deng Xiaoping, che ha preso forma la concezione di Hong Kong come “un Paese con due sistemi”: fino al 2047 Pechino concede infatti alla Regione autonomia e la possibilità di inserire il suo capitalismo liberale nel sistema economico autoritario e centralizzato della Cina continentale. Al Regno Unito spetta controllare il rispetto di quanto stabilito. Questa premessa risulta necessaria ai fini della comprensione dello scenario odierno in cui si sono inserite le elezioni per la carica di Capo dell’Esecutivo e la controversa vittoria di Carrie Lam Cheng.

Fig. 1 – Carrie Lam Cheng visita l’area di Tai Hang durante la campagna elettorale per la carica di Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, marzo 2017

2. IL SUFFRAGIO UNIVERSALE – Proprio nel 2014, attraverso il cd “Libro Bianco”, il Governo cinese ha voluto ribadire che il notevole grado di autonomia di HK non è un qualcosa di illimitato. Esso, si cita nel testo, “deriva esclusivamente dall’autorizzazione del Governo centrale” e si sottolinea inoltre che “non si tratta di un potere decentrato”. Insomma, Hong Kong è libera ma entro determinati limiti. Tale impostazione viene a riflettersi anche nel vigente sistema elettorale, in base al quale il Capo dell’Esecutivo viene scelto da una apposita Commissione formata da meno di 1200 rappresentanti. Questi ultimi devono esprimere le loro preferenze riguardo a candidati preventivamente valutati dall’organismo cinese ANP, il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo. È così che Pechino sceglie indirettamente la massima carica della Regione. Ed è proprio dalle elezioni di questo 2017 che tali disposizioni vengono concretamente applicate. Su questo punto si concentra il dibattito politico e sullo stesso si intrecciano le richieste di centinaia di giovani studenti che ad Hong Kong hanno dato origine alla “Rivoluzione degli Ombrelli”, nata nel 2014 e diventata oggi movimento politico permanente, per richiedere il suffragio universale e il rispetto dei principi democratici. L’Umbrella Movement vede le proprie radici nel malcontento dei più giovani e nella denuncia delle disuguaglianze sociali sempre più accentuate anche dall’apertura a multinazionali e gruppi d’affari che relegano le attività tradizionali del Paese (ad esempio, l’artigianato e il commercio al dettaglio) ai margini della scena economica nazionale. Ma non tutti condividono tali posizioni: sentendo infatti il parere di diversi cittadini, si nota come la percezione sia più sfumata. Molti ritengono infatti che neppure sotto il dominio britannico la Regione abbia potuto sperimentare il sistema democratico che oggi i leader dell’Umbrella Movement richiedono.

Fig. 2 – Joshua Wong, tra i principali leader della “Rivoluzione degli Ombrelli” del 2014

Chiedendo poi ai “mainlanders” un parere al riguardo non tardano risposte in cui si afferma che, a differenza di quanto accaduto in passato entro i confini nazionali, il Governo centrale non ha mai imposto a Hong Kong delle censure di qualsiasi sorta. Si è diffuso, secondo la loro opinione, uno spirito eccessivo “anti-Cina” che può condurre solamente a disordini e negative ripercussioni per tutti.
Certamente si tratta di un quadro complesso in cui chi è chiamato a condurre il Paese deve abilmente riuscire a dialogare con i pro-democracy e l’elettorato conservatore.

3. LA PRIMA DONNA PREMIER – Il 26 marzo scorso, con 777 voti favorevoli su 1194 disponibili, Carrie Lam Cheng Yuet-Ngor è diventata Capo dell’Esecutivo di Hong Kong.  La 59enne, meglio conosciuta come “Tough Fighter” in virtù del brillante background vantato, è riuscita a prevalere su due validi avversari: John Tsang, Financial Secretary fino a gennaio 2017, e Woo Kwak-Hing , giudice ed ex Vice-Presidente della Corte d’Appello. La Cheng ha ottenuto così il mandato quinquennale che, dal prossimo luglio, la porterà a guidare il Paese nel difficile e continuo processo di integrazione con la Cina. Sin dagli anni Ottanta, dopo aver conseguito la laurea presso l’Università di Hong Kong ed essersi perfezionata a Cambridge, la neo-eletta ha avviato la propria carriera all’interno del sistema amministrativo del suo Paese: dal Financial Services and the Treasury Bureau al Social Welfare Department, dal Development Bureau fino a ricoprire il ruolo di Chief Secretary nella precedente amministrazione di Leung Chun-Ying. Alcuni esempi non poco utili alla comprensione di quanto fatto da quella che, nei giorni scorsi, è diventata la prima donna Chief Executive di Hong Kong e ora è chiamata “a giocare” un’importante “partita”, forse la più importante della sua vita politica.

Fig. 3 – Sostenitori del Governo di Hong Kong protestano contro l’Umbrella Movement, marzo 2017

Anche se la sua candidatura è stata accompagnata sin dall’inizio dalle contestazioni di chi la ritiene una figura troppo vicina ai “tentacoli” di Pechino (ricordiamo infatti che i partiti pro-democrazia appoggiavano John Tsang), la neo-Premier ha voluto rassicurare i suoi cittadini nel discorso pronunciato dopo la vittoria in cui si è mostrata pronta ad iniziare un nuovo capitolo nella storia della ex colonia britannica. La priorità, ha sottolineato Cheng, è infatti quella di superare le frustrazioni all’interno del Paese affinché questo diventi veramente unito. In tal senso il nuovo Governo intende puntare sui giovani valorizzando soprattutto le loro doti di energia, coraggio e passione: caratteri imprescindibili per “costruire un futuro migliore per Hong Kong”, un Paese in cui possano finalmente trovare espressione le voci di tutti.

Federica Russo

Un chicco in più

La “Rivoluzione degli Ombrelli” deve il suo nome agli ombrelli utilizzati dai manifestanti per proteggersi dal sole quando, nel settembre del 2014, scesero nelle strade e piazze della città per esprimere  le proprie opinioni e il proprio malcontento. Gli ombrelli sono poi stati utilizzati anche come “scudi” durante gli scontri la polizia. Comunque la prima manifestazione risale in realtà al 2003 quando gli abitanti di Hong Kong vollero contestare la “legge anti-sovversione”. 

Foto di copertina di bluuepanda rilasciata con licenza Attribution License